Il tortellino accogliente dell’arcivescovo Zuppi

Arcivescovo Zuppi

Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, è il nuovo presidente della Conferenza Episcopale Italiana, l’assemblea che raduna i vescovi italiani, i cui compiti principali consistono nel fornire orientamenti in campo dottrinale e regolare i rapporti con l’autorità politica.

Le sue prime parole sono state «La missione è quella di sempre:la Chiesa che parla a tutti e parla con tutti. La Chiesa che sta per strada e che cammina, la Chiesa che parla un’unica lingua, quella dell’amore, nella babele di questo mondo».

In mezzo a tante sdilinquite banalità (anche i piazzisti vanno per strada e cercano di parlare con tutti), vi è un punto su cui possiamo convenire con Sua Eminenza: il mondo – aggiungo io, europeo/”cristiano” – è divenuto una babele.

Ma chi l’alimenta, questa confusione? In occasione di un convegno sulle comunità islamiche, qualche anno addietro, l’arcivescovo di Bologna – cresciuto spiritualmente nella Comunità Sant’Egidio, sorta nel 1968 sull’onda della trasformazione seguita al Concilio Vaticano II –  così si espresse: “Come dice Papa Francesco, bisogna costruire dei ponti tra le diverse culture” e dunque “Sì alle moschee e alle feste islamiche nelle scuole”.

E, due anni fa, dell’arcivescovo Zuppi fu l’iniziativa del “tortellino dell’accoglienza”, offerto in Piazza Maggiore in occasione del festeggiamento del patrono felsineo San Petronio. La sua caratteristica: nel ripieno non vi era lombo e mortadella ma pollo, per consentire anche a chi non mangia carne di maiale – indovinate chi – di partecipare alla festa.

Salvo chiedersi se fosse ancora valido il senso dell’immagine, dipinta nel ‘400 all’interno della basilica di San Petronio – che si affaccia sulla piazza – tratta dall’Inferno di Dante, di Maometto avvolto nelle fiamme e percosso da diavoli.

O, forse, quell’allegorica fine riservata a un falso profeta, tale essendo definito dalla dottrina cristiana, è oggi superata dai ponti costruiti sull’ “amore”?

Non si tratta, evidentemente d’invocare guerre di religione, o di lanciare anatemi su chi ha una Fede diversa – che va rispettata – ma di non deflettere dai fondamentali. Soprattutto nel momento in cui lo scristianizzato mondo europeo si sta davvero trasformando in una babele – priva di solide guide spirituali, con gli influencer che si sono sostituiti ai sacerdoti – a combattere la quale non serve “l’amore”, semmai il rigore e precise puntualizzazioni sui confini del moralmente e dottrinalmente lecito, per far sì che i “ponti” non divengano strumenti d’annientamento identitario.

A meno di non voler ritenere che la Chiesa cattolica, che per millecinquecento anni ha accompagnato la storia d’Europa, debba limitarsi a svolgere i compiti di una ONG umanitaria.

E forse è così che la vedono in molti, visto l’entusiasmo manifestato per questa nomina da autorevoli esponenti di Sinistra, piddina o ex democristiana.

Spetta però a un intellettuale, ancor più spostato a Sinistra, il filosofo bolognese Stefano Bonaga, il merito (forse involontario) di farci cogliere, con una battuta, chi alimenta questa “babele”.

In un dibattito col neo-capo della CEI, così egli ebbe ad affermare: “Sono ateo, materialista e comunista, eppure tra le due persone che stimo di più ci sono il Papa e il cardinal Zuppi: o qualcosa non va in me, o in voi…“.

Si può dargli torto?