C’era da non credere alle proprie orecchie: Sergio Mattarella, il presidente della Repubblica, che definisce in modo netto “ripugnante” lo Stato di Israele. Certo, quello sprezzante giudizio è stato rivolto anche alla Russia, a Vladimir Putin, ma era scontata e prevedibile una condanna indirizzata a Mosca. Nessuno avrebbe mai immaginato un così duro – durissimo! – epiteto rivolto a Benjamin Netanyahu.
Per altro, ad aver qualche dubbio su quel che si era appena ascoltato, la conferma è venuta subito dopo, quando il capo dello Stato ha parlato della necessità, anche per le piccole comunità, di poter costruire un propria nazione. Un concetto non certo riferibile all’Ucraina, nazione immensa e di cui è minacciata l’integrità, ma non l’esistenza.
Inoltre, pur essendo facile il richiamo, proprio pensando all’Ucraina e ai palestinesi, Mattarella, in questa occasione, non ha pronunciato la fatidica parola: “resistenza”. Anche questo non era affatto scontato, soprattutto riflettendo sul fatto che il suo discorso era incentrato sugli 80 anni della nascita della Repubblica che si celebreranno il prossimo 2 giugno.
Insomma, a farla breve, non si è trattato, ieri sera, del solito, noioso quarto d’ora di ovvietà e “dottrina” partigianesca. E’ stata una breve orazione di elogio degli italiani, i quali, dal dopoguerra a oggi, hanno saputo costruire una nuova fase di successi sociali, economici, culturali e finanche sportivi, tali da renderla ancora una volta mirabile tra le nazioni del mondo.
E qui viene spontaneo rivolgere al governo del Paese una domanda: si è coscienti, a Palazzo Chigi, di quale sia l’elemento fondamentale del “miracolo italiano”, di tutti i “miracoli italiani” che, da 2500 anni a questa parte, hanno fatto di questo lembo infinitesimale del pianeta una terra straordinaria?
L’ingegno? L’inventiva? La propensione al fare? Certamente, tutto ciò e altro ancora, ma, soprattutto, il coraggio. Senza coraggio non si rischia mai, né in ambito imprenditoriale né in ambito artistico. Senza coraggio non si combattono le guerre e non si vincono le partite. E ci vuole coraggio, a volte, anche per risolversi alla pace, rinunciando a qualcosa che pure si credeva incedibile. Senza coraggio si obbedisce sempre, attaccando l’asino dove il padrone gradisce, e si rinuncia a evolvere a crescere, a tentare di avere qualcosa di più di una mediocre tranquillità.
Ieri sera, parlando dei temi attualmente più scottanti dell’agenda internazionale, Mattarella ha avuto espressioni coraggiose. Insolitamente coraggiose. Giorgia Meloni ha detto subito di averle apprezzate. Eppure, proprio nelle stesse ore, ha rifiutato di controfirmare un appello al governo di Tel Aviv, affinché si rimangi l’ignobile bando emanato contro 37 Ong che assistono la popolazione di Gaza. E dire che non era nemmeno necessario chissà quale coraggio, per apporre la firma su un documento già sottoscritto da Inghilterra, Francia, Canada e da molti altri stati, tra cui il Giappone che ha perso la seconda guerra mondiale come l’Italia. Bastava, al nostro governo, decidere che posizione assumente, evitando di chiedersi dove sarebbe stato meglio attaccare l’asino.







































































