𝗖𝗢𝗠𝗘 𝗙𝗔𝗦𝗖𝗜𝗦𝗠𝗢 𝗘 𝗙𝗥𝗔𝗡𝗖𝗛𝗜𝗦𝗠𝗢 𝗛𝗔𝗡𝗡𝗢 𝗜𝗡𝗩𝗘𝗡𝗧𝗔𝗧𝗢 𝗜𝗟 𝗖𝗔𝗟𝗖𝗜𝗢 𝗠𝗢𝗗𝗘𝗥𝗡𝗢
𝗗𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗖𝗮𝗿𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝗩𝗶𝗮𝗿𝗲𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗮𝗹 𝗥𝗲𝗮𝗹 𝗱𝗶 𝗕𝗲𝗿𝗻𝗮𝗯𝗲́𝘂: 𝗹𝗮 𝗦𝗲𝗿𝗶𝗲 𝗔 𝗲 𝗹𝗮 𝗟𝗶𝗴𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗻𝗮𝘁𝗲 𝘀𝘂𝗹 𝗰𝗮𝗺𝗽𝗼, 𝗺𝗮 𝗻𝗲𝗴𝗹𝗶 𝘂𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗮𝗴𝗮𝗻𝗱𝗮.
La storia della Serie A è la storia del calcio italiano. Ma la Serie A che conosciamo oggi non è nata nel 1898 a Torino, in una finale secca vinta dal Genoa. È nata nel 1926, in un ufficio del regime fascista.
Se oggi esiste un campionato nazionale, centralizzato, con stadi comunali e una logica industriale, lo dobbiamo a due dittature che per prime hanno capito una cosa: il calcio è la più potente arma di controllo e coesione di massa.
𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮: 𝗟’𝗶𝗻𝗴𝗲𝗴𝗻𝗲𝗿𝗶𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗴𝗶𝗿𝗼𝗻𝗲 𝘂𝗻𝗶𝗰𝗼
Prima del fascismo, il calcio italiano era frammentato e litigioso. Si giocava con la formula della Prima Categoria, poi della Prima Divisione, divisa tra Nord e Sud, con scissioni continue. Nel 1921 le 24 squadre più forti lasciarono la FIGC e fondarono la CCI: per un anno ci furono due campioni d’Italia.
Il regime chiude il caos con la Carta di Viareggio, 2 agosto 1926. Il gerarca Lando Ferretti, nominato alla guida della FIGC, firma la Costituzione del calcio moderno:
1. Centralizzazione totale. Finisce la divisione Nord-Sud. Nasce la Divisione Nazionale.
2. Nasce la Serie A. Per stabilizzare il professionismo, il 6 ottobre 1929 si abbandona il sistema a gironi e si crea il girone unico a 18 squadre con andata e ritorno. La formula non cambierà più, se non nel numero di squadre – 18, poi 16, poi di nuovo 18 e infine 20 dal 2004 dopo il Caso Catania – e nel punteggio, da 2 a 3 punti nel 1994.
3. Autarchia. Vietato ingaggiare stranieri per valorizzare l’atleta italiano. Le società aggirano la norma inventando l’oriundo: sudamericani con sangue italiano come Raimundo Orsi e Luis Monti, subito arruolabili anche in Nazionale.
Ma c’è un secondo livello, più politico. Il regime non tollera il campanilismo che divide le grandi città. Impone le fusioni coatte per creare un club unico e forte per ogni capoluogo:
• Fiorentina (1926) dall’unione di Libertas e Club Sportivo Firenze
• Napoli (1926) riorganizzata da Giorgio Ascarelli
• AS Roma (1927) dalla fusione di Alba, Fortitudo e Roman. Si salva solo la Lazio per l’intervento diretto del generale Vaccaro
• Ambrosiana (1928): l’Inter è costretta a fondersi con l’Unione Sportiva Milanese e a cambiare nome perché “Internazionale” richiamava l’Internazionale Comunista
A completare l’opera, i mattoni. Il regime finanzia una rete di stadi in cemento armato, gli Stadi del Littorio: il Comunale di Torino, il Berta di Firenze, il Littoriale di Bologna. È lì dentro che la Nazionale di Vittorio Pozzo costruirà i trionfi dei Mondiali del 1934 e 1938 e delle Olimpiadi del 1936, usati come certificazione della presunta superiorità organizzativa del sistema.

𝗦𝗽𝗮𝗴𝗻𝗮: 𝗗𝗮𝗹 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼𝗹𝗹𝗼 𝗮𝗹 𝗥𝗲𝗮𝗹 𝗠𝗮𝗱𝗿𝗶𝗱 𝗮𝗺𝗯𝗮𝘀𝗰𝗶𝗮𝘁𝗼𝗿𝗲
Lo stesso copione, con 13 anni di ritardo, va in scena in Spagna dopo la Guerra Civile.
Anni ’40: il controllo. Il franchismo (1939-1975) commissaria la federazione. Scatta l’autarchia linguistica: il FC Barcelona diventa per decreto Club de Fútbol Barcelona, l’Athletic Bilbao diventa Atlético de Bilbao. In campo dominano i simboli del nuovo potere: l’Atlético Aviación, squadra dell’aeronautica militare e futuro Atlético Madrid, vince i primi campionati del dopoguerra.
Anni ’50: l’apertura internazionale. Se l’Italia usava la Nazionale, la Spagna userà un club. Sotto la presidenza di Santiago Bernabéu, con Di Stéfano e Puskás, il Real Madrid vince cinque Coppe dei Campioni consecutive dal 1956 al 1960. Per un regime isolato diplomaticamente dopo la Seconda Guerra Mondiale, quel Real è il miglior Ministero degli Esteri possibile. Proietta un’immagine moderna e vincente.
Nasce il binomio “pane e calcio” e nascono i grandi stadi come sfogatoio collettivo: il Santiago Bernabéu a Madrid e il Camp Nou a Barcellona.
Anni ’60-’70: la crepa. Se il regime usa il calcio per centralizzare, gli stadi diventano l’unico luogo dove si può esprimere il decentramento. Al Camp Nou e al San Mamés, le partite di Barcellona e Athletic Bilbao diventano gli unici spazi pubblici dove manifestare, sotto stretta sorveglianza, l’identità catalana e basca.
Il cerchio si chiude nel 1964, quando la Roja vince l’Europeo a Madrid battendo in finale l’Unione Sovietica, il nemico ideologico per eccellenza. Pochi anni dopo, la riapertura agli stranieri e l’arrivo di Johan Cruyff a Barcellona anticiperanno la fine culturale del regime.
𝗘 𝗮𝗱𝗲𝘀𝘀𝗼?
Due dittature, stessa ingegneria. Hanno preso un gioco di quartiere, litigioso e dilettantistico, e lo hanno trasformato in un’industria nazionale con campionato unico, squadre cittadine e stadi moderni. La struttura che vediamo oggi è la loro eredità diretta.
E oggi cosa ne abbiamo fatto?
Abbiamo la stessa Serie A a 20 squadre, ma spezzatino in dieci orari diversi per vendere un abbonamento. Abbiamo il VAR che impiega cinque minuti per misurare un alluce in fuorigioco, procuratori che contano più dei presidenti e mercati dove si cambiano dodici giocatori a sessione.
Loro avevano un’idea, per quanto autoritaria: costruire qualcosa che durasse un secolo. Uno stadio, un campionato, un’identità. Noi abbiamo un’idea sola: monetizzare quello che loro hanno costruito.
Detto da chi ama davvero il calcio, la frase bastarda viene spontanea: quando c’erano Loro, almeno, si calciava meglio.
JOEL QUEIROLO
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