Il dibattito politico e le dinamiche elettorali
La polemica tra Stefano Bonaccini e Giorgia Meloni in merito all’asserita ignoranza dell’elettore medio di destra mi ha fatto perdere qualche amico permaloso perché ho riconosciuto la verità della riflessione dell’esponente ex comunista. L’elettore di destra è oggi “maggioritariamente chi ha poco studiato, vive nelle aree interne, nelle periferie delle città e chi sta peggio economicamente”. Lo conferma ogni analisi sociologica. Bonaccini avrebbe dovuto aggiungere, per completare l’identikit, che la destra prevale tra gli uomini ed è minoritaria tra le donne. Lungi dal suscitare un serio dibattito sui motivi di tale cambiamento antropologico — impensabile venti o trent’anni fa — la reazione a destra è stata iraconda. Nulla di strano: a nessuno piace ascoltare l’elenco dei propri limiti sulla bocca degli avversari. Tanto più se la boria, la presunzione intellettuale, il sarcasmo, il disprezzo per l’altro, il neoclassismo sono l’immagine insopportabile della sinistra 2.0 lontana dal popolo.
La geopolitica della mente e il controllo sociale
Il punto, tuttavia, è che non solo non si valuta seriamente la mole di cambiamenti intervenuta nella composizione della popolazione, nella diversità degli interessi rispetto al passato, nelle dinamiche di consenso e dissenso, ma ci si attarda in baruffe simili a quella tra i capponi di Renzo, che si beccavano a vicenda ma erano destinati tutti a finire nella pentola dell’avvocato Azzeccagarbugli. Non possiamo aspirare a un popolo di dotti, ma la realtà, aggravata dall’affidamento cieco alla Rete, all’Intelligenza Artificiale, in generale alla tecnologia (cioè ai suoi padroni) è che il potere sta plasmando generazioni di ignoranti, analfabeti di ritorno indipendentemente da diplomi, lauree e master. È in atto una lotta per impadronirsi della mente umana, un’ampia operazione volta al controllo della coscienza. Controllando ciò che pensano, si gestiscono i popoli e si organizza il futuro. Geopolitica della mente: è la formula di Fabrizio Fratus, sociologo e intellettuale comunitarista.
Le dimensioni dell’analfabetismo funzionale in Italia
Si estende l’analfabetismo funzionale, la condizione di chi è incapace di comprendere, valutare, utilizzare testi scritti. Un risultato della società dell’immagine e dell’immediato? Certamente, ma vi è di più. L’analfabeta di ritorno ha difficoltà a comprendere testi semplici, eseguire calcoli matematici, non ha conoscenza dei fenomeni storici e il suo pensiero non sa essere critico. Il tutto anche se il soggetto ha ricevuto un’educazione scolastica e un titolo di studio. L’analfabeta funzionale non sa di esserlo. Il numero è altissimo in Italia: un’indagine dell’OCSE stima che si tratti del 27 per cento della popolazione adulta, la più elevata in Europa. Il 5,5% comprende solo informazioni elementari in testi molto brevi, mentre il 22,2% capisce testi digitali o cartacei solo se brevi: oltre quindici milioni di persone.
La caverna di Platone moderna e la perdita del pensiero critico
Il fenomeno colpisce diverse fasce demografiche, di cui tre milioni sono giovani. Quasi tutti hanno un lavoro, spesso manuale o ripetitivo. Un connazionale su cinque si informa unicamente attraverso la televisione: non legge libri e giornali, non va a teatro, al cinema, non ascolta musica. Non ha particolari interessi, non riceve stimoli cognitivi. È tuttavia assai attivo sulle reti sociali, analizza le situazioni prendendo in considerazione unicamente la propria vita e il proprio microcosmo, sola realtà a cui ha accesso.
È l’uomo della moderna caverna di Platone. Secondo Fratus “oltre il settanta per cento delle persone non sono in grado di comprendere quanto dicono e ripetono come pappagalli”. Leggono, ascoltano, guardano ma non capiscono. Ogni giorno parliamo di politica, lavoro, sport, religione e di qualsiasi altro argomento ripetendo quanto il cervello ha immagazzinato senza avere elaborato i concetti. In uno scambio di battute spesso non siamo capaci di spiegare quanto appena ascoltato e ricostruire il ragionamento sottostante. Non siamo coscienti della complessità della realtà oggettiva; percepiamo esclusivamente i passaggi più semplici, elaborati senza capacità logica, razionale e riflessiva. Da civiltà della ragione siamo divenuti una società delle emozioni, dell’immediato, come teorizzò Zygmunt Bauman. L’evoluzione tecnologica, niente affatto neutra, guidata dai suoi padroni, ha semplificato al massimo azioni e pensieri, diminuendo le nostre capacità logiche. L’analfabetismo funzionale non è una condizione prodotta solo dalla scarsa istruzione.
Lettura contro visione: il cervello e gli schermi
Un esempio proposto da Fratus è illuminante: cento persone accendono la TV per guardare I Promessi Sposi. Nella sala a fianco, altrettante leggono il libro. La differenza è immensa. La visione porta via meno tempo, ma nel nostro cervello avvengono fenomeni del tutto diversi. Chi ha guardato il film, lo racconterà più o meno allo stesso modo: colori, figure, percezioni. Chi si è immerso nella lettura, farà commenti così diversi da credere che abbiano letto libri differenti. Dinanzi allo schermo il cervello non lavora.
Guardiamo, ascoltiamo, ma restiamo passivi, non creiamo connessioni, ossia sinapsi. Leggere un libro rende attivi: il cervello si accende, produce immagini e personaggi diversi configurati in base alle nostre esperienze. Passiamo ore dinanzi agli schermi televisivi e allo smartphone. Non ascoltiamo – tanto meno seguiamo – argomentazioni complesse, per cui ci abituiamo a ragionamenti semplici che spengono progressivamente il cervello. Diminuiscono intuizione, analisi, collegamento tra conoscenze, testi, temi diversi: la cultura, alla fine.
La dipendenza tecnologica e il ruolo dello smartphone
Uguale è il risultato dell’uso del navigatore GPS. Come facevamo senza? Eppure era normale consultare una cartina o chiedere informazioni. Il resto riguardava la memoria, l’orientamento, il buon senso. Con il navigatore seguiamo la voce elettronica e l’immagine, obbedienti, senza ragionare, senza capire. Anche i cartelli di divieto vengono ignorati se la voce del tecnopadrone ordina di proseguire.
Il titolo di un vecchio film prendeva di mira il turismo organizzato di masse inconsapevoli: Se è giovedì, deve essere il Belgio. E non avevamo ancora il magico smartphone, la propaggine del padrone insinuata dentro di noi. Portiamo in tasca un apparecchio che riduce progressivamente la nostra capacità intellettiva in quanto immagine: una piccola televisione che illude mentre guida e agisce nel nostro cervello rendendoci schiavi delle immagini, assuefatti ad una realtà che ci rilassa mentre ci spegne. Il cervello si plasma su frammenti che scorrono veloci, predefinite; gli algoritmi propongono i contenuti che ci piacciono e ci trattengono sull’applicazione.
Neuroplasticità e avanzata dell’Intelligenza Artificiale
Google stima la durata della concentrazione media in otto secondi. Inevitabilmente sfuma la capacità di comprensione del mondo esterno. Lenti, passivi, ottusi, ci abituiamo a ripetere quanto riceviamo da altri senza rielaborarlo, senza argomentare. Ci accapigliamo sui flussi elettorali legati ai titoli accademici, intanto l’ignoranza avanza, il pensiero svanisce – decrescita felice, per molti – il conformismo dilaga e si alimenta della reiterazione degli stessi messaggi. Diventiamo incapaci di fare autonomi collegamenti. Prediligiamo la banalità, il facile accesso. Perfino fatti indiscutibili per migliaia di anni vengono revocati in dubbio e gettati nel baule del vecchiume perché non in linea con oggi.
E domani? Chi ci dirige facendoci credere nella libertà delle nostre scelte sa che il cervello è un organo plastico che può essere modellato. La neuroplasticità può determinare cambiamenti nella sua struttura fisica. Ciò include “la formazione di nuove sinapsi, la crescita di dendriti (le estensioni dei neuroni) e la creazione di nuovi neuroni attraverso un processo chiamato neurogenesi.” (F. Fratus). Tutto induce a pensare (il verbo verrà presto abbandonato?) che l’intelligenza artificiale moltiplicherà l’analfabetismo funzionale, con effetti enormi su chi già non è capace di comprendere. Esempi di Intelligenza Artificiale semplice sono gli assistenti digitali che rispondono alle domande, forniscono suggerimenti, organizzano la giornata. Grazie alla plasticità del cervello diventano insostituibili. È solo l’inizio: le grandi potenze e l’apparato tecnologico lavorano a trasformare tutti gli aspetti della vita.
L’impatto dell’I.A. sul lavoro e sui diritti
Quattro milioni di italiani rischiano il lavoro nei prossimi anni, nella vaga speranza che possano riconvertirsi nei servizi. Metà degli impieghi sono automatizzabili. Non è questione di ignoranza o cultura. Riusciamo a comprendere che il gatto si morde la coda, ossia che sostituire gli esseri umani richiederà la diminuzione drastica della popolazione, e intanto produce povertà?
Silvia Ciucciovino, docente di diritto del lavoro, scrive: “l’adozione dell’I.A. impatta sull’esercizio delle libertà economiche e sul ruolo gerarchico dell’imprenditore. È suscettibile di accrescere l’intensità dei tipici poteri datoriali e del committente e, più in generale, le prerogative manageriali e organizzative e, con esse, anche l’asimmetria informativa che connota il rapporto tra lavoratore e datore di lavoro. Si tratta di libertà, poteri, prerogative che non possono essere annullati o compressi oltremisura, ma devono trovare un giusto bilanciamento con la protezione dei diritti delle persone che lavorano.” Nessuno ce lo sta dicendo, perché l’informazione è proprietà privata dei soliti noti e anche le scelte elettorali sono orientate – anzi direttamente determinate – dal vertice della piramide.
Il tecnototalitarismo e la sfida del futuro
L’uso di algoritmi di I.A. è sfruttato per la manipolazione dell’opinione pubblica attraverso la diffusione mirata di informazione o disinformazione. La dipendenza da sistemi automatizzati riduce la capacità di svolgere compiti manuali e prendere decisioni indipendenti. Le libere scelte non esistono più; se aggiungiamo l’analfabetismo funzionale, si comprende che siamo manovrati in ogni momento. Cancellare la capacità di elaborazione, di memoria, l’analisi di quanto avviene attorno a noi, consente di controllare le persone. In una società individualista e materialista, creare soggetti non in grado di pensare e capire rende facilissimo soggiogarli.
Tra popolazioni rese incapaci di riflessione, regredite all’ignoranza, l’utilizzo della Intelligenza Artificiale rende immenso il potere di chi la possiede, orienta, programma, controlla. Tecnototalitarismo in cui saremo incapaci di valutare (e distinguere) la realtà, inconsapevoli strumenti di chi detiene la tecnologia. Queste sono le poste in gioco, non le futili schermaglie ad uso delle opposte tifoserie della politica, il più debole dei poteri, fungibile, intercambiabile, eterodiretto.
Roberto Pecchioli
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