“Unicuique sum” era il fondamento del diritto romano, quel principio basilare di civiltà per cui a ciascuno spetta il suo secondo una “equa disuguaglianza qualitativa” per citare Adriano Romualdi.
Il fenomeno Vannacci sta assolvendo, per ora, al ruolo provvidenziale di redistribuzione della giustizia politica. Per alcuni anni il pietoso baillame della politica politicante di questa landa desolata di terra, è rimasto sostanzialmente ingessato in formule statiche, in proposte ripetitive, in schemi rigidi ed in consensi previsti e prevedibili.
Abbiamo visto il centrodestra assestarsi su una linea sostanzialmente liberalconservatrice (sempre più liberal e sempre meno conservatrice) sicuro dei propri consensi sostanzialmente per mancanza di alternative credibili alla “sua destra” e di avversari decenti alla “sua sinistra”.
E le culture politiche ritenute “estreme”, “fuori dall’arco costituzionale”, “impresentabili”, sostanzialmente gettate nel dimenticatoio non tanto per il Tribunale sempre attivo del politicamente corretto e del mainstream progressista, ma per la pavidità delle “destre” di governo.
La resa, senza combattimento, all’egemonia culturale della sinistra
Destre di governo che, anziché combattere volitivamente l’egemonia culturale della sinistra (innanzi alla quale invece la resa è sempre quasi stata incondizionata come nel caso dell’abbandono della Venezi) si sono mostrate più interessate a censurare culture politiche che avrebbero potuto rendere un contributo contenutistico ma che le avrebbero inevitabilmente costrette a fare i conti con la propria pochezza.
Voci critiche “da destra”, come quella di un Marcello Veneziani o un Marco Tarchi o addirittura un Mario Giordano, sono state trattate con sufficienza e polemicamente squalificate con il solito e stancante refrain del “chi ci critica fa il gioco della sinistra”.
Un giochetto retorico insopportabile ed insensato, che può ingannare “qualcuno per un po’ di tempo, ma non tutti per sempre”.
Chi scrive appartiene ad una di quelle culture estremamente minoritarie del panorama politico italico, quale è il Cattolicesimo integrale Controrivoluzionario.
Iniziato come sasso nello stagno
Inizialmente ho guardato infatti con divertito sospetto al fenomeno Vannacci e alla sua “discesa in campo”.
“Divertito” proprio perché Futuro Nazionale ha scompaginato le tranquille certezze del pavido centrodestra e ha scandalizzato le anime belle del progressismo cancerogeno, riportando in auge nel dibattito pubblico tematiche su cui da troppo tempo Meloni e sodali avevano alzato bandiera bianca.
Due soddisfazioni al prezzo di uno. Il sospetto invece riguardava essenzialmente l’opacità dei riferimenti culturali di Vannacci, il quale per un certo periodo di tempo oltre ad una corretta postura sul tema dell’immigrazione ed ad un altrettanto corretto posizionamento sul conflitto in Ucraina, non ha lasciato trasparire quali effettivamente fossero i suoi valori sui temi fondanti della Civiltà, quali la vita, la famiglia, l’istruzione e l’economia. In secondo luogo impensierivano certi nomi ahimè legati alla massoneria e apparentemente così addentro al nuovo soggetto politico.
Il programma
Tuttavia, le due parti di tre, pubblicate, del programma del partito offrono nuove interessanti prospettive su cui ragionare.
Il tema della Remigrazione, da slogan comiziale, è stato sviscerato tecnicamente; sull’economia la visione è essenzialmente quella di un sana liberazione dallo statalismo da un lato e dalla globalizzazione sregolata dall’altro; la politica estera è fondata su un sano realismo, con notevoli ed apprezzabili vette di coraggio politico laddove si scrive testualmente che:
“Riteniamo che gli Stati occidentali debbano tornare a difendere i propri interessi e i propri valori, senza dover inseguire sogni di scontro di civiltà o, come nel caso in oggetto, assecondare le richieste dello Stato ebraico” (con riferimento al conflitto in Iran);
la famiglia naturale fondata sul matrimonio riveste un ruolo primario nel programma sia sul piano economico sia su quello etico e morale; l’omosessualismo è finalmente tornato ad essere oggetto di battaglia culturale, dopo che il centrodestra aveva accantonato ogni velleità di difesa della legge di natura in tal senso; l’aborto, benché ahinoi non si parli di abrogazione della legge 194 (unica soluzione definitiva a quel genocidio pluridecennale che è l’IVG), è affrontato come un problema da arginare con misure concrete.
Il fenomeno Gasperini
Inoltre ci sono altre singole proposte decisamente apprezzabili, come la multa per le bestemmie (in attesa di poter tornare ai metodi di san Luigi IX re di Francia) o l’abrogazione di quella mostruosità giuridica che è il reato di femminicidio.
Il merito di questo programma che è decisamente il migliore possibile in un contesto di democrazia liberale, va ascritto in gran parte a Lorenzo Gasperini, “ideologo” del partito, filosofo e nome già noto negli ambienti del tradizionalismo cattolico.
È proprio su quest’ultimo punto che vorrei soffermarmi. Nel programma di questo partito, di un partito che si attesta tra il 7 e il 10% al momento, che occupa le prime pagine dei quotidiani nazionali, che impegna interi talk Show televisivi, sono presenti e rilevanti alcuni temi, come quelli precedentemente menzionati, che per anni se non decenni, sono stati tenuti vivi da quelle culture minoritarie tanto ignorate dal centrodestra.
Il voto utile, vediamo quanto sarà utile?
Quelle culture minoritarie che per anni si sono sentite additate come disfattiste, come “comode” poiché non volevano immischiarsi con la politica politicante, rifiutavano il compromesso e l’accomodamento. L’intransigenza dei puri veniva contrapposta al pragmatismo dei volenterosi che si sacrificavano “per non far vincere la sinistra”.
Eppure, probabilmente, senza l’intransigenza dei puri un programma come quello di Futuro Nazionale, che sta tenendo sotto scacco il Paese intero per il sol fatto di esistere, non sarebbe mai stato scritto. Non sarebbe mai stato scritto perché non ci sarebbe più un pubblico adatto al quale proporlo e non sarebbe mai stato scritto perché l’intelligenza di chi lo ha redatto non sarebbe stata nutrita di cattolicesimo e diritto naturale se nei decenni precedenti qualcuno non si fosse preso la briga di isolarsi dai contesti mainstream per tramandare certe idee e certi valori.
Penso alle eroiche case editrici, ai convegni della tradizione, a quei filosofi e storici che hanno dedicato la loro vita alla divulgazione della Buona Battaglia, alle associazioni e ai circoli che hanno diffuso tutto ciò capillarmente, ai pochi sacerdoti che hanno mantenuta intatta la Dottrina della Fede secondo la Tradizione della Chiesa e l’hanno trasmessa ai loro fedeli.
E allora è giusto, di tanto in tanto, riconoscere i meriti di un mondo tanto solerte nell’autocommiserarsi ma che in questi anni ha tenuta alta la bandiera di valori e principi che il resto del mondo immaginava definitivamente estinti.
E invece siamo ancora qui.
L’ottimo è nemico del bene
È chiaro, prevengo le polemiche di amici e conoscenti, che il programma di Futuro Nazionale non sia la Controrivoluzione, è chiaro che la partitocrazia è un problema di per sé, è chiaro che quel “Nazionale” a noi che abbiamo tanto avversato la retorica risorgimentalista infastisce non poco (per quanto Gasperini sia stato abile nel tentare di unire queste due polarità con la citazione di Pio IX benedicente l’Italia, in introduzione del programma), è chiaro che tanto manca ancora ma è anche chiaro che il meglio è nemico del bene.
In casi come questo è opportuno guardare agli esempi di chi ci ha preceduto. Attenzioniamo ad esempio il caso di Mons. Umberto Benigni, prelato cattolico integrale, fedelissimo di san Pio X e vero segugio antimodernista che dal 1922 decide di collaborare col governo nazionale d’Italia, pur non condividendone taluni aspetti, per contrastare i comuni nemici e porre le basi di alcuni principi e valori cattolici e naturali che nell’Italia unitaria erano stati conculcati dai governi massonici e liberali e che invece gradualmente dal 1922′ sono stati, seppur imperfettamente, ripristinati.
Questo comportó una adesione politica e valoriale di Mons. Benigni alla dottrina politica dominante in quel frangente? No, egli restó un cattolico integrale che seppe collaborare lealmente con una formazione politica imperfetta e transeunte che in quel contesto operò provvidenzialmente tra mille difficoltà.
Non voglio certamente suggerire accostamenti tra Vannacci e il governo italiano del 22′, né tantomeno tra nessuno di noi e Mons. Umberto Benigni rispetto al quale non siam degni neanche di allacciargli le scarpe.
Il fenomeno Vannacci passerà, i nostri valori no. Intanto godiamoci lo spettacolo
Suggerisco invece uno schema di pensiero ed un approccio pratico ma non pragmatista, prudente ma non pavido, realista ma non prono al compromesso.
Il fenomeno Vannacci passerà, i nostri valori no, ma se non mostreremo di saper cogliere una opportunità essa svanirà e sarà manipolata dai soliti gherminelli che già scalpitano e tirano il Generale per la giacchetta, affinché faccia marcia indietro su tanti punti.
La daremo vinta a loro per schizzinosità?
Futuro Nazionale non sarà la soluzione ai problemi plurisecolari che affliggono la Civiltà europea almeno dal 1789 in modo visibile, ma può essere un divertente tamponamento di questa continua emorragia interna dell’Occidente.
Può essere il mattone gettato nella lavatrice impazzita della società moderna e noi resteremo a guardare?
Domenico Nucci
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