Negli Stati Uniti, laboratorio d’origine e cassa di risonanza delle mode culturali occidentali, il ciclo politico del wokismo sembra essere arrivato al punto di saturazione. Il segnale più evidente viene da Alexandria Ocasio-Cortez, una delle figure simbolo della sinistra radicale americana, che oggi liquida con un «Woke 1 was crazy» la stagione ideologica esplosa intorno al 2020 e torna a parlare con crescente insistenza di salari, costo della vita e disuguaglianze.
Non è soltanto un aggiustamento lessicale. È la presa d’atto che una politica costruita prevalentemente sulla rappresentazione simbolica dei conflitti non basta quando una parte crescente della società chiede risposte materiali. L’identità può mobilitare minoranze molto attive, ma non sostituisce il reddito, la sicurezza, il lavoro o la prospettiva di una famiglia. Quando pretende di farlo, il consenso si restringe e il rapporto con i ceti popolari si spezza.
Il primo grande cortocircuito è esploso nelle università e nelle piazze occidentali
Per anni l’intersezionalità ha promesso di riunire sotto un’unica bandiera femminismo radicale, attivismo LGBTQ+, teoria queer, anticolonialismo e ogni altra categoria ricondotta al paradigma oppressore-oppresso. La geopolitica ha però dimostrato quanto fragile fosse quella costruzione.
La solidarietà di ambienti ultra-progressisti occidentali verso movimenti e culture politiche e religiose che negano apertamente libertà sessuale, pluralismo religioso e diritti individuali ha prodotto contraddizioni difficili da ignorare. Lo slogan «Queers for Palestine» è diventato, al di là delle intenzioni di chi lo utilizza, l’immagine perfetta di questa collisione tra teoria e realtà.
Ancora più evidente è apparso il doppio standard culturale. Ambienti accademici che per anni hanno trasformato una parola sbagliata in microaggressione e un’opinione non conforme in potenziale discriminazione si sono mostrati molto più indulgenti davanti a retoriche apertamente illiberali e antisemite.
Non è una contraddizione marginale. Per un movimento che aveva costruito una parte considerevole della propria legittimità sulla pretesa superiorità morale, è un problema strutturale.
Ma il vero fallimento del paradigma identitario non nasce nei campus. Nasce nel rapporto tra la sinistra e il proprio popolo.
Per decenni la sinistra aveva costruito la propria identità politica attorno al lavoro, alla protezione sociale e alla rappresentanza dei ceti popolari. Progressivamente quel baricentro si è spostato.
Operai, lavoratori autonomi, piccoli imprenditori e ceto medio produttivo hanno visto diminuire il proprio peso politico proprio mentre salari e potere d’acquisto ristagnavano, la globalizzazione ridisegnava interi settori industriali e la precarietà diventava una condizione permanente.
Nel frattempo, una parte sempre più rilevante del dibattito progressista si concentrava su linguaggio, quote, identità fluide, rappresentazioni simboliche e transizioni gender progettate dall’alto.
La sinistra ha sempre preferito tutelare le minoranze, anche a discapito delle maggioranze, ma stavolta il problema è la gerarchia delle priorità.
Quando un operaio teme di perdere il posto di lavoro, un artigiano non riesce più a sostenere i costi energetici e una giovane coppia non può permettersi una casa, spiegare loro che il vero terreno dello scontro politico è il linguaggio inclusivo con l’asterisco, o altri simboli astrusi, significa avere perduto il contatto con la società reale.
È qui che nasce quella che potremmo chiamare la sinistra della ZTL.
Una classe dirigente perfettamente a proprio agio nei centri storici delle grandi città, nelle università, nelle redazioni e nei circuiti culturali, ma sempre meno capace di comprendere la provincia, le periferie e i territori produttivi.
La trasformazione più profonda riguarda però il metodo stesso della politica: la rappresentanza è stata progressivamente sostituita dalla pedagogia.
Non si ascolta più il cittadino per comprendere perché abbia paura, protesti o cambi voto. Gli si spiega perché quella paura sarebbe sbagliata, perché quella protesta sarebbe regressiva o perché quella scelta elettorale rivelerebbe una forma di arretratezza culturale.
È un ribaltamento completo del rapporto democratico: non è più la politica a dover comprendere il popolo, è il popolo che deve essere educato dalla politica.
Lo stesso fenomeno ha investito la famiglia.
Mentre l’Europa entra in una delle crisi demografiche più profonde della propria storia, il nucleo familiare tradizionale è stato raccontato molto più spesso come struttura da decostruire che come istituzione da sostenere.
Eppure, è proprio dentro la famiglia che ancora oggi si concentrano gran parte della solidarietà economica, della cura, della trasmissione culturale e della protezione sociale informale.
Si è così prodotto un altro paradosso: mentre diventava sempre più difficile sposarsi, avere figli, acquistare una casa o conciliare lavoro e genitorialità, la politica progressista discuteva soprattutto della definizione teorica della famiglia.
La realtà, ancora una volta, rimaneva sullo sfondo.
Questo spiega perché il riposizionamento americano sia politicamente significativo. Se persino una figura come Ocasio-Cortez sente la necessità di prendere le distanze dagli eccessi del primo wokismo e di tornare sulle questioni economiche, significa che il problema non appartiene più soltanto alla critica conservatrice. È entrato dentro la sinistra stessa.
In Italia il processo appare più lento.
Elly Schlein si trova imprigionata in una contraddizione evidente. Per riconquistare lavoratori, periferie e ceto medio, dovrebbe riportare al centro dell’agenda questioni economiche e sociali che negli ultimi anni sono state spesso subordinate alla battaglia culturale. Ma una parte importante del suo attuale blocco politico nasce proprio dall’universo movimentista, urbano e progressista che quelle battaglie considera irrinunciabili.
Spostarsi significa rischiare di perdere il proprio nucleo militante. Non spostarsi significa continuare ad allontanarsi da una parte dell’elettorato popolare.
Giuseppe Conte ha compreso più rapidamente l’esistenza di questo spazio politico. Quando definisce il woke una «religione morale autoreferenziale» e richiama l’attenzione su sottopagati, operai, piccoli imprenditori e classi medie, tenta di rioccupare precisamente il terreno che la sinistra tradizionale ha progressivamente abbandonato.
È una mossa tattica, ma rivela qualcosa di più profondo: oggi persino nel campo progressista torna a essere necessario parlare di classe sociale, reddito, lavoro e condizioni materiali.
Vale a dire esattamente ciò che per anni era stato messo in secondo piano.
Il punto, tuttavia, non riguarda soltanto la convenienza elettorale: il fallimento del paradigma identitario è prima di tutto culturale.
Scrivendo su queste colonne del libro L’Architettura della Riscossa avevamo affrontato proprio questa contraddizione: una società non può essere costruita esclusivamente sulla decostruzione delle proprie appartenenze. Se ogni identità viene descritta come artificiale, ogni tradizione come sospetta, ogni legame storico come possibile struttura di oppressione, alla fine rimane soltanto l’individuo. Un individuo formalmente liberato da qualsiasi appartenenza, ma proprio per questo sempre più solo.
Famiglia, comunità, territorio, lavoro, identità culturale e corpi intermedi non sono semplicemente residui del passato. Sono le strutture attraverso cui le persone trasformano l’esistenza individuale in appartenenza collettiva.
Distruggerle o delegittimarle senza sostituirle con qualcosa di altrettanto forte non produce automaticamente emancipazione, produce sradicamento e atomizzazione.
E l’individuo atomizzato, privo di legami stabili, è indubbiamente molto più fragile davanti allo Stato, al mercato e ai grandi apparati tecnologici e burocratici.
Qui il dibattito sul woke smette di essere una disputa sulle parole e diventa una questione metapolitica.
Perché una società può modificare il proprio linguaggio, ridefinire le proprie categorie e persino rimuovere temporaneamente alcune contraddizioni dal dibattito pubblico, ma non può abolire indefinitamente la realtà.
E la realtà sta tornando con una forza che nessuna ingegneria linguistica può neutralizzare.
Guerra, inflazione, crisi demografica, competizione industriale, immigrazione, energia, sicurezza, salari. Di fronte a questi problemi la politica viene costretta nuovamente a misurarsi con ciò che è concreto.
È per questo che il tramonto del wokismo potrebbe rappresentare molto più del declino di una moda culturale. Potrebbe segnare la fine di un’intera stagione politica nella quale una parte della sinistra occidentale ha creduto di poter sostituire la rappresentanza sociale con la trasformazione antropologica.
La sinistra potrebbe ancora correggere la rotta?
Forse, ma dovrebbe accettare una conclusione dolorosa: il proprio problema non è un popolo diventato improvvisamente reazionario, ignorante o incapace di comprenderla, ma è esattamente il contrario: Non è il popolo ad avere smesso di capire la sinistra. È la sinistra che, pretendendo di rieducare il popolo anziché rappresentarlo, ha smesso di capirlo.
E operai, famiglie e ceti produttivi hanno semplicemente cominciato a cercare altrove qualcuno disposto ad ascoltarli.
Alberto Ferretti
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