Dal piano milionario del Campidoglio per lo Spin Time al tutoraggio di Palazzo Marino per trovare una sede al Leoncavallo: le giunte PD premiano i compagni e difendono il racket dell’illegalità antagonista. E per CasaPound la sinistra esige il pugno di ferro.
Il tariffario della tolleranza militante
Non c’è una tariffa precisa per trasformare un’occupazione abusiva in una storia d’amore con le istituzioni. A Roma si viaggia su cifre astronomiche; a Milano l’amministrazione preferisce mettersi al servizio come facilitatore burocratico. L’asse progressista tra la Capitale e il capoluogo lombardo dimostra solo una verità disarmante: la proprietà privata e il rispetto delle regole sono dogmi assoluti soltanto per i cittadini comuni. Per i collettivi della sinistra antagonista, invece, la violazione sistematica della legge diventa la premessa d’accesso a una corsia preferenziale, spalancata con le risorse e gli uffici della pubblica amministrazione.
Il cittadino che lavora paga l’IMU e rischia il pignoramento per un ritardo nei pagamenti assiste a uno spettacolo surreale. L’antagonismo, per decenni professato come rifiuto del sistema, scopre improvvisamente la comodità del riscatto istituzionale. La narrazione dell’emarginazione sociale svanisce di fronte a cifre da capogiro e a trattative d’alto livello, condotte con la complicità di giunte comunali pronte a tutto pur di tutelare il proprio bacino ideologico di riferimento.
Il bancomat del Campidoglio: 60 milioni per lo Spin Time?
A Roma la giunta guidata da Roberto Gualtieri tocca vette di contabilità istituzionale difficilmente eguagliabili. Per “sanare” la complessa situazione dello Spin Time non si ipotizza un semplice ripristino della legalità, ma si prefigura un’operazione dal valore complessivo di circa 60 milioni di euro. Le stime parlano chiaro: 30 milioni destinati all’acquisto dello stabile, altri 30 milioni stanziati per gli interventi di riqualificazione e trasformazione dell’immobile, oltre a una cifra compresa tra i 2 e i 3 milioni di euro previsti per garantire sei mesi di accoglienza temporanea agli ex occupanti.
Con un investimento di questa portata, un’amministrazione pubblica potrebbe restituire decoro a interi quartieri popolari degradati o ridurre in modo significativo le graduatorie degli alloggi di edilizia residenziale pubblica, dove migliaia di famiglie attendono compostamente il proprio turno da anni. Invece, le casse comunali vengono impiegate per rilevare e ristrutturare la sede dell’illegalità d’area, premiando chi ha ignorato le norme e garantendogli persino un soggiorno cuscinetto a spese dei contribuenti. È il modello della sanatoria premiante elevato a sistema di governo locale.
Milano e il tutor burocratico per il Leoncavallo
A Milano la strategia di Palazzo Marino segue una strada differente ma orientata al medesimo fine. Il Comune non acquista direttamente la sede dello storico centro sociale, ma assume il ruolo di consulente amministrativo e d’accompagnamento per tutelare la presenza dell’organizzazione sul territorio. L’amministrazione Sala supporta l’ipotesi di un acquisto privato dello stabile di via Watteau, operazione sorretta da un’offerta da 5 milioni di euro avanzata dagli ambienti legati allo stesso Leoncavallo. Una cifra che solleva un interrogativo politico fondamentale: da dove provengono capitali di tale entità per realtà che dichiarano di rifiutare il sistema capitalistico?
Parallelamente, la giunta milanese predispone soluzioni alternative per garantire la continuità delle attività del centro sociale. I tecnici comunali lavorano alla gestione della burocrazia per la futura assegnazione di aree pubbliche alternative, individuando siti come via San Dionigi o l’ex mercato di Piazzale Selinunte. L’obiettivo strisciante è quello di strutturare bandi di gara orientati a calzare perfettamente sulle caratteristiche del collettivo, offrendo una via di fuga regolarizzata e cucita su misura con l’ausilio delle strutture pubbliche.
La doppia morale sulla pelle di CasaPound
La mappa degli interventi a favore dello Spin Time e del Leoncavallo evidenzia un evidente cortocircuito etico quando il tema delle occupazioni viene posto a posizioni politiche opposte. Di fronte allo stabile occupato da CasaPound in via Napoleone III a Roma, gli esponenti della sinistra istituzionale abbandonano istantaneamente ogni apertura al dialogo sociale e invocano a gran voce il rigore della norma, l’intervento immediato della forza pubblica e lo sgombero senza condizioni.
Nessuno stanziamento di fondi pubblici viene proposto in quel caso, nessuna trattativa d’acquisto viene ipotizzata e nessuna funzione sociale dell’immobile viene riconosciuta. L’usurpazione di un bene immobile torna a essere un reato da perseguire con la massima severità soltanto se l’occupante porta un simbolo sgradito alla narrativa dominante. Se lo stesso abuso è firmato dalla sinistra antagonista, il reato si trasforma magicamente in un’esperienza culturale da preservare, finanziare o regolarizzare attraverso l’uso discrezionale dei soldi e dei regolamenti municipali.
Il vero nemico della sinistra è chi rispetta le regole
Il quadro d’insieme dell’asse Roma-Milano restituisce una precisa scelta politica: l’abbandono del cittadino rispettoso delle leggi a favore dell’interlocuzione privilegiata con le realtà borderline. Un’amministrazione pubblica che destina decine di milioni di euro per rilevare complessi occupati o che piega le procedure di gara per collocare collettivi amici compie un’azione di parte, premiando la prepotenza e punendo l’onestà della comunità locale.
La difesa dell’operato di queste realtà rivela come la tutela della legalità sia diventata uno strumento elastico, da sventolare o riporre nel cassetto a seconda dell’appartenenza ideologica. Fintanto che le amministrazioni progressiste continueranno a finanziare o facilitare la regolarizzazione dell’antagonismo d’area, la pretesa di rappresentare l’ordine democratica rimarrà una fragile copertura retorica smentita dai numeri dei bilanci comunali.
Redazione
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