Il proliferare dei bazar cinesi ha portato alla chiusura di svariati negozi gestiti da italiani.
Sin dagli anni ’80 le nostre città erano invase da bazar e negozi “tutto a 1€” gestite appunto da cinesi, ora invece è sempre più frequente imbattersi in cartelli che annunciano “svendita totale” o “chiusura attività” di tali attività.
Dietro queste chiusure vi sono le piattaforme e-commerce che hanno, con la loro spietata concorrenza, eroso il successo dei negozi cinesi, ovvero il prezzo, molte volte irrisorio.
Non dovendo sostenere costi di affitto e tutto ciò che comporta la gestione di uno spazio fisico, ovvero utenze e allestimento vetrine, l’e-commerce cinese riesce a proporre prezzi con cui il negozio fisico non può più competere.
Oggi il consumatore medio entra in un negozio fisico, confronta il prezzo dello stesso oggetto online tramite smartphone e spesso scopre che acquistandolo sulle piattaforme digitali può risparmiare ulteriormente, il tutto H24 e comodamente da casa.
Il declino del modello familiare
Per decenni, il segreto di queste attività è stato il modello familiare, per intenderci quello che era stato per le botteghe italiane negli anni ’60 e ’70.
I negozi si reggevano su una forza lavoro interna (composta da genitori, figli e parenti) che non richiedeva né stipendi formali né orari sindacali, permettendo di mantenere al minimo i costi di gestione.
I capitali iniziali, necessari per l’avviamento inoltre, provenivano spesso da prestiti all’interno della stessa comunità cinese, senza interessi bancari. Oggigiorno, gli affitti alle stelle e le bollette energetiche fuori controllo hanno eroso i margini di guadagno, che già erano minimi su prodotti da pochi euro, inoltre vi è il cambiamento delle aspirazioni delle seconde e terze generazioni nate e cresciute in Italia, se per i loro genitori aprire un bazar era il massimo traguardo, la miglior aspirazione per uscire dalla miseria, per i loro figli o nipoti, gestirlo è visto come un passo indietro.
Oggi, i giovani cinesi sono medici, avvocati, ingegneri, designer o imprenditori internazionali; quindi, quando i loro genitori raggiungono l’età della pensione, non c’è nessuno disposto a rilevare l’attività.
L’imprenditoria cinese ha tralasciato questo commercio in Italia, ritenendolo oramai obsoleto e spostato i suoi interessi e capitali su settori ad alto margine, in particolare la ristorazione, come Sushi bar, Ristoranti di Ramen, molto più redditizi.
Sostituzione etnica
Quindi tutte queste attività, lasciate pian piano morire, dai cinesi son stato nell’ultimo decennio pian piano sostituite dai, nuovi poveri: i bengalesi.
Bengalesi che hanno assimilato e copiato pedissequamente il modello cinese degli anni ’80 del secolo scorso, ampliandolo con la vendita di derrate alimentari provenienti da tutto il mondo e preso il loro posto nelle nostre città, una vera e propria sostituzione etnica, il tutto a discapito di una concorrenza sleale verso i commercianti autoctoni, che stanno pian piano estinguendosi grazie agli esorbitanti costi di gestione, e grazie appunto alla disparità con i bazar e minimarket bengalesi aperti talvolta almeno diciotto, venti ore al giorno.
Paolo Ornaghi
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