È sempre antipatico dire “lo avevamo detto”, tuttavia le conseguenze catastrofiche del cosiddetto Green Deal erano ampiamente annunciate, oltre che prevedibili. E non hanno nemmeno tardato troppo a manifestarsi.
Lo scorso venerdì si è avuta solo l’ultima di una lunga serie di batoste al settore automotive europeo, con il titolo Stellantis che ha registrato una perdita del 25,17% e 6 miliardi di capitalizzazione di Borsa, toccando il livello più basso dalla costituzione della società. Nel secondo semestre 2025 la perdita netta prevista del Gruppo è tra i 19 e i 21 miliardi. Sono risultati che hanno portato alla sospensione dei dividendi per il 2026.
L’amministratore delegato Antonio Filosa ha attribuito le cause del tonfo ad una “una sovrastima del ritmo della transizione energetica”. Un’espressione fin troppo elegante. Di fatto, le regole europee in materia ecologica sono state impostate, come abbiamo scritto più volte, da una banda di invasati (a partire dall’olandese Frans Timmermans), senza la minima competenza che non fosse l’ideologia verde, con l’arroganza di non consultare nemmeno i rappresentanti di ogni singolo settore economico che le direttive sarebbero andate a colpire.
Il demenziale termine del 2035
Al demenziale bando ai motori endotermici previsto per il 2035, ha fatto seguito un clima di incertezza di cui hanno fatto le spese i mercati, con una contrazione della domanda. Le case automobilistiche hanno affrontato enormi investimenti in funzione dell’auto elettrica ma il mercato ha dimostrato ampiamente di non gradirla, nonostante una campagna mediatica martellante che continua a dipingerla come “il futuro” e, ancor peggio, un futuro inevitabile.
Dopo chiusure di stabilimenti e perdite di migliaia di posti di lavoro, qualcuno ha cominciato timidamente a fare i conti con la realtà e a rivedere i propri piani. Oltre a Stellantis (a cui sarebbe dovuto bastare il fiasco della 500 elettrica), Ford e General Motors hanno ridotto i loro investimenti sull’elettrico, Volvo, ora di proprietà cinese, ha rinunciato all’obiettivo di essere un marchio esclusivamente di auto elettriche, così come Mercedes (che lo aveva nelle previsioni a partire dal 2030), Volkswagen ha rivisto le sue politiche investendo nuovamente sul termico, e la lista sarebbe ancora lunga.
Lo stesso colosso cinese BYD, massimo esponente dei produttori di vetture elettriche, che può permettersi di operare anche in perdita grazie al supporto statale, è passato ad investire principalmente sull’ibrido.
Si stanno però chiudendo i cancelli quando i buoi sono scappati. I burocrati di Bruxelles con il santino di Greta Thunberg nel portafoglio hanno prodotto dei danni incalcolabili, da cui è difficile valutare quanti anni occorreranno per risollevarsi. Tuttavia, acclarata l’incompetenza degli organismi europei su temi estremamente complessi come quello dell’industria, un interrogativo bisogna porselo.
Chi tace è complice
Come mai, di fronte a misure così assurde, i vertici delle case automobilistiche hanno taciuto, limitandosi a subirle passivamente? Nel caso di Stellantis questo atteggiamento incomprensibile e suicida è stato impersonato dal precedente amministratore delegato, Carlo Tavares, folgorato sulla via del Green e principale responsabile del tracollo dello scorso venerdì.
Questo signore, non solo incapace ma, a questo punto, anche complice (inconsapevole o no) dei gerarchi di Bruxelles, guadagnava la bellezza di 3 milioni di euro al mese e, a causa dei suoi risultati, si è dovuto dimettere, consolandosi con una buonuscita stimata in 12 milioni di euro.
Il suo successore Antonio Filosa è stato costretto a rivedere decisamente i programmi produttivi. La sensazione, però, è che non solo Stellantis, ma un po’ tutte le Case automobilistiche, stiano adottando una linea un po’ troppo morbida, forse al fine di non perdere troppo la faccia per le strategie fallimentari adottate.
Con ciò salvando in parte anche l’immagine delle istituzioni europee, principali responsabili del disastro. Insomma, nessuno si prende l’onere di dire: ”il Green Deal è stato un drammatico errore. Torniamo indietro e formuliamo nuove politiche che, da un lato tengano conto del rispetto dell’ambiente ma, dall’altro, preservino il tessuto economico del continente.” Eppure questa appare l’unica strada. Non i pannicelli caldi del rimando in avanti del bando, di ulteriori incentivi alle auto elettriche, e altre misure che costano alle casse degli Stati, non facendo altro che prolungare l’agonia dell’auto europea.
Raffaele Amato
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