Nel “Giulio Cesare” di Shakespeare, Marco Antonio si trova solo davanti alla folla già conquistata dai congiurati, con il corpo straziato del suo signore disteso ai suoi piedi. Non urla vendetta. Non sbraita. Inizia con apparente umiltà: «Amici, Romani, concittadini, prestatemi orecchio. Sono venuto a seppellire Cesare, non a lodarlo.»
È una delle lezioni supreme di retorica e di conoscenza dell’animo umano. Antonio non attacca frontalmente Bruto, «l’uomo d’onore». Lo nomina e lo ripete, finché quel titolo si trasforma in un’accusa letale, pronunciata con ironia crescente. Mostra il mantello di Cesare, ne indica le ferite, nomina i pugnali di Cassio e Casca. Dal ragionamento passa all’emozione viscerale. La folla, che poco prima acclamava i «liberatori», si trasforma in una massa furente. In pochi minuti, l’ordine del discorso pubblico si rovescia.
Oltre la tecnica, c’è la profondità tragica: Antonio parla davanti al cadavere del suo amico, dell’uomo che aveva riportato Roma in alto. C’è dolore vero mescolato al calcolo feroce di chi sa di essere in quel momento un “proscritto”. Amore per Cesare e disprezzo per chi lo ha tradito nel nome di un repubblicanesimo svuotato di sostanza. I congiurati volevano salvare la Repubblica e ne hanno accelerato la fine.
Oggi questa scena illumina un dramma che si ripete in forme diverse. Non tra cesariani e repubblicani, ma tra chi difende ciò che resta di una civiltà e chi, nel nome della presunta Tradizione, la pugnala con gesti apparentemente virtuosi.
Esistono figure che si ergono a custodi gelosi di una purezza eterna, percepibile solo da loro. Si chiudono in torri d’avorio, si auto-conferiscono titoli di fedeltà assoluta e di ortodossia impeccabile. Disprezzano gli «infidi», i compromessi, i sincretisti. Eppure, proprio loro praticano un sincretismo di fatto: mescolano frammenti di Dottrina Cattolica con quelle che non possono essere dottrine, agiscono con mille accomodamenti politici, alleanze tattiche con chi, alla prova dei fatti, si rivela nemico della loro stessa idea di “Tradizione”. Predicano fedeltà assoluta ma coltivano amicizie e scambi con chi ne mina le fondamenta. Denunciano il tradimento altrui mentre seguono, passo dopo passo, le stesse orme di chi antepone l’io collettivo del proprio gruppo alla realtà delle cose.
La loro “Tradizione” diventa un idolo sincretista: un mosaico comodo, ritagliato su misura per l’autocelebrazione. Si esaltano reciprocamente, si proclamano gli unici depositari di una luce invisibile agli altri, si isolano in circoli sempre più ristretti dove la virtù si misura con il metro del consenso interno della setta. Fuori, il mondo brucia; dentro, si specchiano nella propria (presunta) superiorità morale. Sono moralisti senza moralità vivente, moralizzatori senza Tradizione reale: perché la Tradizione non è mai un possesso privato, né un club di puri che si auto-assolvono. È forza che agisce nel tempo, capacità di leggere gli uomini, i tempi, risanare le ferite aperte del corpo sociale.
Come i congiurati shakespeariani, anch’essi si avvolgono nel mantello dell’onore e della fedeltà. Mostrano le proprie ferite (vere o presunte) come prove di martirio. Ma quando si guarda sotto il tessuto retorico, emergono i compromessi, i complessi, le tante piccole viltà quotidiane, l’incapacità di incidere davvero sulla realtà perché troppo occupati a custodire la propria immagine di intoccabili puri. Pugnalano ciò che resta della civiltà comune a tutto un mondo militante nel nome di un’astratta perfezione, e poi si stupiscono che altri gruppi militanti, o ciò che ne rimane, non li seguano.
Marco Antonio, davanti al cadavere, non offriva una dottrina astratta. Mostrava le ferite. Parlava di carne, sangue, lealtà tradita e grandezza calpestata. Sapeva che la politica – come la vita – non è un salotto di gentiluomini virtuosi, ma lotta per salvare o distruggere l’anima di un popolo. Sapeva che le buone intenzioni senza intelligenza dei tempi uccidono più sicuramente di ogni malvagità dichiarata.
La lezione è amara: i nuovi Bruti contemporanei, avvolti nel mantello della “Tradizione”(gnostica), rischiano di ripetere l’errore antico. Convinti di salvare l’essenziale, lo isolano fino a renderlo sterile. Denunciano l’infedeltà altrui con veemenza, ma praticano un’infedeltà più sottile: quella verso la realtà, verso il corpo straziato del nostro tempo, verso la capacità di agire invece di specchiarsi nella propria purezza percepita.
Finiamola dunque con la retorica dei “duri e puri”, chiusi nella torre, perché questa resterà sempre fine a sé stessi. La parola che muove, invece, è quella che guida la carne, che riconosce il dolore e la grandezza tradita di un’idea senza nascondersi dietro titoli auto-conferiti.
Il Giulio Cesare di Shakespeare non ci lascia consolazioni facili. Ci ricorda che la virtù astratta, senza radicamento nel reale, diventa il pugnale dei traditori. E che chi si proclama unico fedele della Tradizione spesso nasconde, sotto il mantello dell’onore, le stesse ferite infette che finge di denunciare e vendicare con l’attacco verso il legionario Giulio Cesare (che avrà avuto anche molti difetti e commesso errori, ma solo così ha potuto fare quello che ha fatto, a differenza degli altri sedicenti “formati”) .
Sergio Saraceni
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