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Home Cultura

Plutocrazia (parte I)

Roberto Pecchioli di Roberto Pecchioli
15/05/2026
in Cultura, Politica, Società
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Il dominio di Mammona e la Plutocrazia
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Il dominio di Mammona e la genesi della plutocrazia

I vangeli di Luca e Matteo riferiscono una potente riflessione di Gesù: “nessuno può servire due padroni. Infatti, o avrà in odio l’uno e amerà l’altro, o si affezionerà all’uno e non farà caso all’altro. Non potete servire Dio e Mammona.” Nella tradizione antica Mammona era un demone che rappresentava l’attaccamento alle cose materiali, all’avidità e soprattutto al denaro. La vittoria di Mammona è oggi schiacciante; non riguarda solo la forza del denaro, la sua centralità nella vita degli uomini, ma ogni forma di materialismo e di dipendenza, promossa e poi imposta dall’alto. Il nostro tempo ci ha consegnato un termine che designa il potere di Mammona: plutocrazia. Ovvero dominio del denaro, sotto forma di egemonia del pensiero economico, del calcolo strumentale, dell’indifferenza per ogni valore che non possa essere convertito, rappresentato in denaro.

La razionalizzazione universale e il regno della quantità

Fu il tedesco Georg Simmel, all’alba del XX secolo, a sistematizzare, storicizzare il progressivo cambiamento della mente che ha determinato la supremazia del denaro nella vita dell’uomo moderno (Filosofia del denaro, anno 1900). Una rivoluzione nel segno del regno della quantità (René Guénon) in cui sconfitto è tutto ciò che non si calcola e non si può rappresentare con il criterio del prezzo, unica misura del valore. L’esito è stata la razionalizzazione universale, che Simmel chiamava strumentalizzazione, e la preminenza di un nuovo soggetto, la plutocrazia, ossia la forma di potere assoluto esercitata dalla minoranza più ricca. Un’oligarchia – potere di pochi – che persegue il controllo, il monopolio e lo sfruttamento di uomini e cose di cui dispone per incrementare ulteriormente la ricchezza e porla al servizio di un progetto di dominio universale. Mammona è oggi la volontà di potenza fondata sul denaro di un pugno di uomini che possiedono tutto e che, detenendo tutti i mezzi, determinano tutti i fini.

Il regime plutocratico apolide e la demonìa economica

La parola plutocrazia non gode di particolare fortuna soprattutto perché utilizzata da Benito Mussolini per indicare gli Stati liberali (Francia, Inghilterra, Usa). Conta più la demonizzazione di chi l’ha detto che la verità di ciò che è detto. Noi viviamo nel regime plutocratico compiuto nella forma della privatizzazione del mondo, della ferrea egemonia – Julius Evola la definiva demonìa – della sola dimensione economica fondata sull’avere che ha sgominato l’essere, espellendolo dall’orizzonte delle generazioni. Il termine plutocrazia fu diffuso da due personalità assai diverse all’inizio del secolo XX: il sociologo italiano Vilfredo Pareto e l’agitatore politico e sindacalista rivoluzionario francese Georges Sorel. Più di recente un politico acuto osservatore del potere reale, Giulio Tremonti, parlò di “repubblica internazionale del denaro”, a nostro avviso sbagliando. La plutocrazia non è affatto una repubblica – la sua vocazione è il dominio privato – e non è internazionale, bensì apolide, nemica assoluta di ogni dimensione statuale e nazionale, così come di ogni limite.

Lo svuotamento della democrazia e il controllo dei media

La plutocrazia reale ha spazzato via ogni illusione di libertà – la sua visione del mondo e dei rapporti socioeconomici è l’unica ammessa, spacciata addirittura per fatto naturale – e ha assoggettato anche forme e procedure della democrazia rappresentativa, i cui eletti sono semplici burattini nelle loro mani. Nei regimi plutocratici, quale che sia la forma di governo, comanda non il popolo o una parte di esso, ma l’esigua minoranza che detiene il potere economico e finanziario. La democrazia non è che un teatro per mantenere i popoli nella falsa convinzione di avere facoltà di scelta. Chi paga i suonatori decide la musica: la politica detta democratica è una competizione drogata in cui vince chi può investire più denaro ovvero ottenere visibilità nel sistema di comunicazione, propaganda e pubblicità in mano ai plutocrati. Il controllo dei media è l’altoparlante che diffonde le loro idee e soprattutto i loro interessi, modellando le preferenze e le avversioni di massa.

Nichilismo e concentrazione della ricchezza mondiale

Quello che viene chiamato spirito dei tempi è in gran parte la volontà della plutocrazia dominante, il cui capolavoro è il potere senza autorità, impersonale, puro ed assoluto rappresentato dal denaro. I lati oscuri sono la secolarizzazione nichilista in cui nessun valore è più attribuito alla dimensione trascendente o teleologica, il primato dei padroni del denaro, lo svuotamento della sovranità popolare e della stessa democrazia, che peraltro condivide con la plutocrazia il culto della quantità, dei consensi l’una, della ricchezza l’altra. Nel concreto, il presente è l’epoca della maggiore concentrazione del reddito di ogni tempo. Un recente rapporto di Oxfam International rileva che la ricchezza complessiva degli otto miliardari più ricchi supera quella della metà più povera della popolazione mondiale, cioè di oltre tre miliardi e mezzo di persone. Non piace la parola plutocrazia per stravaganti pregiudizi semantici? Chiamiamolo potere patrimoniale privato, ma nulla cambia.

Il sistema bancario e l’ascesa delle grandi dinastie

Il predominio plutocratico è reso granitico dal modello di banche centrali globali basato sull’emissione monetaria “fiat” (cioè create dal nulla con un semplice clic sui server delle istituzioni finanziarie) controllate da privati e finanziate tramite debito statale e privato. L’attuale modello monopolista è il prodotto di alcuni secoli di manipolazione, coercizione e inganno, iniziato a fine XVII secolo in Inghilterra, sviluppato poi nel secolo successivo soprattutto dal capostipite dei Rothschild, Mayer Amschel. Secondo calcoli indipendenti, la dinastia Rothschild controlla nei suoi vari rami la più grande fortuna mai conosciuta. Con un patrimonio stimato di oltre due trilioni di dollari, la casata dello Scudo Rosso possiede cinque volte la ricchezza complessiva degli otto più ricchi del mondo, un patrimonio superiore alla somma di quello di tre quarti dell’intera popolazione mondiale. Possiamo immaginare che una ricchezza del genere non determini potere politico, civile, culturale in senso lato, non fomenti guerre e tensioni geopolitiche, non orienti l’intera umanità?

Tecnologia, sorveglianza e dominio antropologico

Risibile in regime plutocratico è la persistenza dell’idea di uguaglianza, declinata in omologazione, indistinzione, nonostante la realtà sia del tutto opposta. Nei fatti individualismo e materialismo, caratteristiche del sistema del denaro, si accordano facilmente con l’egualitarismo di facciata. Tutti siamo atomi alla deriva diversamente uguali, uniti dalla miseria spirituale e dalla crescente povertà materiale. Tutti tranne il grumo dominante dei plutocrati, oggi in grado, per mezzo delle tecnologie informatiche e digitali, non solo di indirizzare vita, idee, abitudini, ma addirittura di determinarle con il sistema della sorveglianza, della profilazione, dell’accumulo di dati su ognuno di noi. Alla cupola plutocratica si sono aggiunti nel XXI secolo i giganti delle tecnoscienze, fornendo l’arma totale del dominio antropologico per la via della trasformazione dei processi produttivi ed esistenziali, caratterizzata dalla fusione di tecnologie fisiche, digitali e biologiche.

La natura concettuale del denaro e il valore indotto

Il regno del denaro ha un demiurgo, la moneta, equivalente universale (e motivatore altrettanto universale) che permette di quantificare ogni bene – materiale e ormai perfino immateriale – con un numero che ne rappresenta il valore venale, il prezzo. Il denaro ha sostituito l’uomo del sofista Protagora come misura di tutte le cose; è quindi all’origine del regno della quantità, ossia della materia. I plutocrati hanno vinto anche perché sono stati gli unici a comprendere la vera natura concettuale, non solo materiale del denaro. Misura del valore ma anche valore della misura, come mostrò il giurista ed economista italiano Giacinto Auriti. Il valore infatti non è intrinseco e neppure creditizio, ma indotto e convenzionale: nasce dall’accettazione sociale e rappresenta il potere d’acquisto incorporato nel simbolo. Così come il metro, misurando la lunghezza, possiede la qualità della lunghezza, la moneta, misurando il valore, ha necessariamente la qualità del valore.

L’ideologia liberista e la depoliticizzazione della vita

Ossia vale in quanto convenzione accettata, trasformata in fattispecie giuridica. Il simbolo, la convenzione dell’origine e della proprietà originaria del denaro, auto attribuita dai finanzieri, cupola della plutocrazia, acquista valore semplicemente perché ci si mette d’accordo (o meglio ci viene imposto!) che lo abbia. Naturalmente la plutocrazia ha ogni interesse a celare questo aspetto, che è parte di un progetto generale in cui riveste un ruolo determinante l’ideologia liberista. Milton Friedman, uno dei suoi guru economici, ripeteva soddisfatto che il liberismo ha la capacità di depoliticizzare l’esistenza, giacché gran parte dei suoi processi – tutti legati alla dimensione economica – sono automatismi sottratti al tribunale del consenso e del dissenso. Sono, sussistono, improntano la vita. Tanto basta: vuole così il Mercato, un’astrazione ipostatizzata che è in realtà il perimetro di gioco della stessa plutocrazia, impegnata a cacciare dal campo tutti coloro che minacciano l’oligopolio.

Etica strumentale e l’attacco alla dimensione pubblica

La plutocrazia non conosce limiti, dicevamo, ed ancor meno criteri morali. Conta solo la ragione strumentale unita alla logica del profitto, uniche razionalità riconosciute. Era già plutocratica, allo stadio germinale, la pretesa dei primi teorici del mercato padrone. Per Adam Smith non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che otteniamo il cibo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse: l’assiomatica invertita che nega la solidarietà, il dono, il bene comune, in definitiva l’amore. È aperta la porta della non-morale, anch’essa sottomessa all’interesse. Pochi decenni prima di Smith, Mandeville sostenne che i vizi privati, se generano un mercato, cioè un profitto, sono pubbliche virtù. La giustificazione di tutto, compreso il crimine. Una volta diffusa una visione della vita di questa natura, nessuna etica ha più senso: di qui l’asserita neutralità assiologia del liberalismo – padre legittimo della plutocrazia – che è nei fatti immoralità mascherata.

La distruzione delle identità e il fine ultimo del dominio

L’immoralità mascherata giustifica altresì la distruzione metodica di ogni identità, comunitaria, nazionale, spirituale, morale. L’attacco alla dimensione pubblica – innanzitutto al concetto di Stato – è una costante plutocratica. Nulla e nessuno deve frapporsi tra il potere del dominio e il suo fine ultimo, che non è affatto, come molti continuano a credere, l’arricchimento, un semplice mezzo per conseguire il vero obiettivo, il dominio sull’umanità e il creato. Crazia ossia imperio, potere assoluto. Il denaro, oggi unito alla tecnologia e alle neuroscienze che ha promosso e che possiede, non è che un mezzo. (continua)

Roberto Pecchioli

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