La posizione della Fraternità San Pio X
Il termine “lefevriani”, con cui si indicano i cattolici legati alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata da Marcel Lefebvre nel 1970, evoca spesso, nel dibattito profano, l’idea di una fronda nostalgica oppure quella di una ribellione sterile.
Eppure, a guardare la storia degli ultimi sessant’anni con rigore dottrinale e onestà intellettuale, la prospettiva si ribalta radicalmente.
Non una rottura scismatica, quella della Fraternità, bensì una strenua, legittima e dolorosa opera di resistenza, intrapresa per arginare una crisi ecclesiale senza precedenti e per salvare non solo dall’oblio, ma dall’eresia, il patrimonio perenne del cattolicesimo.
La crisi attuale è di tale gravità che la Madonna del Buon Successo ne parlò a suor Mariana de Jesús Torres, nel Monastero della Concezione a Quito, in Ecuador, tra il 1582 e il 1634.
Non un anacronismo, dunque, la posizione tradizionalista di oggi, ma una lucida e profetica difesa della Verità che, assicura la Madre di Dio, verrà completamente restaurata.
Il Concilio Vaticano II e la questione della fedeltà alla Tradizione
Il fulcro teologico dell’azione di Lefebvre risiede in un principio dogmatico immutabile: la Chiesa, non padrona della Verità ma sua fedele custode, ha il compito solenne di tramandare intatto ciò che ha ricevuto da Cristo.
Il Concilio Vaticano II, nel tentativo di dialogare con la modernità, ha invece spalancato le porte a istanze che il magistero precedente aveva fermamente condannato. È innegabile che la Chiesa abbia il dovere di dialogare con tutti, ma per ammonire e convertire, non per mettere in crisi se stessa: è il fedele “infedele” che deve cambiare abbracciando la fede, non è certo la fede a dover mutare per adeguarsi alle “esigenze” del cristiano poco cristiano.
I frutti del Concilio sono, tra i tanti, l’ecumenismo sincretista, che rischia di stemperare l’unicità salvifica della Chiesa Cattolica in un indistinto relativismo, e la nuovissima dottrina sulla libertà religiosa, che di fatto destituisce Cristo Re della Sua legittima regalità sociale sulle nazioni.
E allora… prestare obbedienza a un’autorità terrena in odore di eresia o restare fedeli alla Tradizione bimillenaria? L’obbedienza si deve a Dio e alla Sua legge perenne o a una Chiesa che quella legge l’ha modificata, dimenticata, distorta, forse tradita?
È San Tommaso d’Aquino a rammentarci che, qualora la purezza della fede sia posta in pericolo, i sudditi hanno il dovere di resistere pubblicamente anche ai supremi pastori.
La riforma liturgica e le sue conseguenze
La svolta liturgica impressa nel 1969 con l’introduzione del Novus Ordo Missae ha inferto un ulteriore colpo alla mistica cattolica perché la Messa riformata ha attenuato il carattere sacrificale e propiziatorio dell’atto liturgico, tramutandolo sovente in una cena fraterna, in un’assemblea immanente ripiegata su se stessa, dove l’uomo ha scalzato Dio dal centro del santuario.
Non è un caso che il tabernacolo, in tante chiese moderne, sia stato spostato in cappelle laterali.
I decenni successivi hanno vidimato i timori di Mons. Lefebvre: un tracollo della fede nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia e una proliferazione di abusi nella liturgia che hanno ferito la pietà dei fedeli, per non parlare delle benedizioni alle coppie gay o della comunione ai risposati che non hanno avuto la dichiarazione di nullità da parte dei tribunali diocesani… e allora, di grazia, a cosa servono tali tribunali?
La Messa di sempre, difesa dalla Fraternità a prezzo dell’emarginazione e della scomunica, custodisce invece intatta la verticalità, il silenzio adorante e il mistero del Calvario.
Papa Benedetto XVI, nel 2007, con il motu proprio Summorum Pontificum, dovette riconoscere la specchiata legittimità di quel rito, dichiarando che ciò che per le generazioni passate era sacro non poteva essere improvvisamente proibito o giudicato dannoso. Come poteva essere dannoso ciò che, da sempre, aveva retto la Chiesa?
Tradizione, unità e testimonianza
In realtà, l’apertura incondizionata allo “spirito del tempo” ha generato deserti: seminari svuotati, chiese altrettanto vuote e una diffusa corruzione di ogni risma e a ogni livello, fino a quello smarrimento dottrinale (per usare un cortese eufemismo!) che coinvolge persino alti prelati.
Di contro a questo declino, le comunità legate alla Tradizione fioriscono.
È la dimostrazione del principio evangelico più limpido: “Ogni albero buono produce frutti buoni”. Dove la dottrina è integra e la liturgia è sacra, la grazia divina continua a operare miracoli di conversione.
“Non sono io che ho creato una nuova Chiesa. Io sono rimasto ciò che ero: un vescovo cattolico che trasmette la dottrina che ha ricevuto.” (Mons. Marcel Lefebvre).
L’accusa di disobbedienza o di anelito scismatico si infrange contro la realtà dei fatti: in ogni Messa della Fraternità si prega devotamente per il Sommo Pontefice, riconoscendone il primato; quello dei “tradizionalisti” non è uno scisma, è un salvataggio.
I lefebvriani hanno avuto il merito di mantenere accesa la fiammella della Tradizione nel culmine della tempesta fino alla scomunica, poi ritirata da Papa Benedetto; altri, come l’Istituto Cristo Re, hanno deciso di combattere dall’interno.
Non si ceda alla tentazione di mettersi l’uno contro l’altro, come purtroppo sta avvenendo: crediamo nella buona fede dei lefebvriani, crediamo in quella del Cristo Re e crediamo a tutti coloro che, fedeli alla Tradizione, combattono in modi diversi, con sensibilità diverse.
Manteniamoci uniti contro una deriva che non accenna ad arrestarsi… “noi dobbiamo andare avanti”, ha detto Leone… ricordiamoci, tutti, che anche noi dobbiamo farlo!
Irma Trombetta
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