Il mito del 30 giugno
Ancora una volta la Superba è stata attraversata dal patetico corteo antifascista per ricordare i fatti del 30 giugno 1960.
In quel giorno, in occasione del congresso del Movimento Sociale Italiano — partito regolarmente riconosciuto dalla legge e partecipante alle elezioni democratiche secondo quanto previsto dalla Costituzione — la città ligure fu funestata da violenti scontri, provocati dagli antifascisti dell’epoca, in particolare dai comunisti, che ricorsero a violenze e intimidazioni per impedirne lo svolgimento.
Negli scontri rimasero feriti oltre 160 agenti di polizia, accusati, ovviamente, di essere complici dei fascisti. La stessa accusa fu rivolta al governo Tambroni, espressione della Democrazia Cristiana (quindi formalmente antifascista), che aveva ottenuto la fiducia in Parlamento anche grazie ai voti del MSI.
L’antifascismo come legittimazione della violenza
La manifestazione odierna, che pretende di combattere la presunta illegalità del fascismo violando però ogni altro principio dello Stato di diritto, rientra nel filone terroristico, mafioso e antidemocratico che caratterizza il mondo antifascista.
Una delle due manifestazioni genovesi, guidata da Genova Antifascista — la stessa realtà che rivendica il danneggiamento della lapide dedicata a Norma Cossetto e che tiene in ostaggio il quartiere della Foce per la presenza di CasaPound — aveva come slogan l’invito a fare “terra bruciata” attorno ai fascisti.
L’altra manifestazione, organizzata da sindacati e sigle della sinistra locale, vedeva tra le proprie fila Silvia Salis, sindaco di Genova, con tanto di fascia tricolore.
Due pesi e due misure
Se i centri sociali lasciano il tempo che trovano, rappresentando soltanto il nulla travestito da niente, vedere la massima autorità cittadina sfilare accanto a chi ricorda con orgoglio l’assalto alle camionette della polizia per impedire un congresso perfettamente legale rende il quadro ancora più grave.
Soprattutto se si considera che gli stessi ambienti sono sempre in prima linea nel denunciare le “ronde” organizzate nei quartieri ostaggio della criminalità, soprattutto immigrata, dove la situazione continua a peggiorare.
In altre parole, contro il crimine si invoca la legge; contro il fascismo, invece, tutto sembra essere concesso.
Il nuovo nemico da combattere
Persino contro il fascismo presunto, come quello attribuito a Vannacci, atteso a Genova nei prossimi giorni.
Il discusso generale è già nel mirino della FIOM, che abbandona per un giorno la battaglia per i diritti dei metalmeccanici — con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti — per contestare un altro soggetto politico regolarmente presente nella vita democratica, al grido di “remigriamoli nelle fogne”.
Perché l’antifascismo ha bisogno del fascismo per esistere. E quando il fascismo non c’è, bisogna inventarselo. Questa volta è toccato a Vannacci.
La realtà dimenticata
Nel frattempo, il sindaco-influencer torna in passerella recandosi negli Stati Uniti, a bordo della Vespucci, per festeggiare il 4 luglio, come ogni buon rappresentante europeo devotamente allineato allo zio Sam.
Intanto, però, la realtà genovese presenta il conto: vengono tagliati i trasporti pubblici, con l’emblematica soppressione del Navebus; alcuni comitati di quartiere si organizzano in “passeggiate per la sicurezza”, nell’attesa che chi dovrebbe garantirla intervenga davvero; l’incuria nelle periferie continua ad aumentare.
L’importante, però, resta ribadire le radici antifasciste della città, manifestatesi in tutto il loro splendore anche nella “risorsa” che ha compiuto atti osceni in spiaggia.
L’antifascismo è questo. Nulla di più.
Lorenzo Gentile
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