Il caso Nigel Farage e il metodo Channel 4
L’ultimo caso ha visto come vittima Nigel Farage, il promotore della Brexit a capo di Reform Uk, partito nazionalista e anti-immigrazionista attualmente in cima ai sondaggi in Gran Bretagna. Se si votasse adesso, sbaraglierebbe laburisti e conservatori, questi ultimi ormai attestati su posizioni semi-progressiste che avrebbero fatto inorridire un Churchill o una Thatcher. I britannici sono stufi di subire l’immigrazione clandestina e le sue tragiche conseguenze, così come sono stanchi del regime liberticida imposto dai governi laburisti e dal deep state — polizia compresa — che comprime la libertà di pensiero e di espressione. Basti pensare ai 62.000 arresti negli ultimi cinque anni per post, messaggi o articoli considerati “di odio”, cioè solitamente contrari agli immigrati o ostili alle follie genderiste e trans-omosessualiste. Ovviamente Farage è sotto attacco costante da parte della stampa, che anche in Gran Bretagna è maggioritariamente in mano ai progressisti.
Contro Farage è entrata pesantemente in campo anche Channel 4, emittente presunta “indipendente” che si definisce “pubblica”, ma è sostenuta dalla pubblicità e dai finanziamenti statali. La TV è schierata su posizioni di sinistra, se non di ultra-sinistra. Alcuni suoi giornalisti, fingendosi imprenditori statunitensi attraverso un presunto “giornalismo sotto copertura”, hanno contattato Reform Uk offrendo finanziamenti che, se accettati, sarebbero stati considerati illegali.
Channel 4 era affiancata da collaboratori di Verbatim, una rete di giornalisti di estrema sinistra dediti al giornalismo investigativo, i cui servizi vengono poi venduti a media progressisti come il New York Times, la CNN e The Guardian. L’incontro con Farage e i suoi collaboratori è stato filmato e registrato con microcamere nascoste. Dopo la messa in onda, il deep state ha avuto buon gioco a mettere sotto indagine Farage e il suo partito. È ipotizzabile che il mandante dell’operazione fosse proprio l’apparato rosso ormai dominante nel Regno Unito.
La rete internazionale del dossieraggio progressista
Questo modus operandi viene chiamato, con molta impudenza, “giornalismo investigativo”. Esistono reti internazionali di giornalisti dediti a questa attività, spesso al confine tra pratiche lecite e illecite. Tra le maggiori figura il Global Investigative Journalism Network (GIJN), che conta ben 266 associati; in Italia fa capo a questa internazionale l’Investigative Reporting Project Italy. Il GIJN è schierato a sinistra e nella sua mission c’è un esplicito richiamo a una presunta “giustizia sociale”.
Un altro esempio è l’International Consortium of Investigative Journalists, mentre una menzione particolare va riservata a Bellingcat. Come informa Thomas Fazi nel suo eccellente libro La macchina della propaganda europea, Bellingcat è un collettivo internazionale con sede nei Paesi Bassi finanziato dalla Open Society di George Soros. Bellingcat ha persino ricevuto, assieme ad altri media polacchi, slovacchi, ungheresi e romeni, ben un milione di euro dall’Unione Europea per un’azione di disinformazione e propaganda pro-UE e NATO nell’Est Europa. Sono decine i progetti di sovversione informativa a mezzo di questo tipo di pseudo-giornalismo fazioso e censorio finanziati dall’Unione Europea.
Il giornalismo investigativo è così di tendenza che in rete si trovano diverse guide per chi vuole intraprendere la professione, con le indicazioni per condurre quelle che gli stessi manuali definiscono “indagini clandestine”. Si va dall’assunzione di un’identità fittizia per agire sotto copertura al lavoro di dossieraggio, definito edulcoratamente “documentazione”, fino all’uso di microspie e telecamere nascoste.
Tra illeciti penali e l’alibi della deontologia
Queste guide indicano anche dei caveat rispetto alla possibile commissione di reati. L’attività del giornalista investigativo sconfina spesso in atti puniti dal codice penale, come la sostituzione di persona (art. 494 c.p.), l’interferenza illecita nella vita privata mediante strumenti di ripresa visiva o sonora (art. 615-bis c.p.) e la violazione di domicilio (art. 614 c.p.). Tuttavia, qui si innesca un cortocircuito: l’articolo 2 del Codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali stabilisce che il giornalista rende nota la propria identità e la finalità della raccolta, salvo che ciò comporti rischi per la sua incolumità o renda impossibile l’esercizio della funzione informativa.
Quella clausola di salvaguardia è diventata il grimaldello per eludere il codice penale. Questi giornalisti, quasi esclusivamente militanti di sinistra afflitti da paranoia antifascista, si dedicano a dossieraggi, provocazioni, infiltrazioni in gruppi o chat private, registrazioni fraudolente, violazioni della privacy, calunnie e diffamazioni. La loro è una vera e propria “caccia al fascista” orientata al linciaggio mediatico.
L’obiettivo dichiarato è lo screditamento delle vittime e la registrazione di volti, parole e azioni di persone di destra, per poi sollecitare la magistratura ad intervenire mediante le leggi Scelba o Mancino. Al contempo, questa attività garantisce una galleria fotografica di possibili obiettivi ai picchiatori dei centri sociali, dei gruppi antagonisti e anarco-comunisti sodali con questi reporter.
I precedenti italiani: da Milano a Gioventù Meloniana
Negli ultimi anni i casi di questo giornalismo fraudolento e militante si sono moltiplicati. Un cronista di Fanpage si è infiltrato per tre anni a Milano, provvisto di microcamere nascoste, in gruppi di destra per filmare responsabili e simpatizzanti. Durante l’infiltrazione ha registrato saluti romani e ha cercato di porre in essere, come pura provocazione, un’offerta di finanziamento illecito che le vittime hanno però rifiutato. Il servizio venne poi ripreso e amplificato con robuste dosi di antifascismo da Corrado Formigli a Piazzapulita, per denunciare la presenza di una presunta “lobby nera”. La magistratura milanese ha indagato per ventotto mesi nove persone, tra cui il parlamentare di FdI Carlo Fidanza, per poi archiviare il caso su richiesta della stessa Procura. Nel frattempo, il danno d’immagine era stato consumato.
Nel 2024 la solita Fanpage, in un’operazione di spionaggio politico denominata “Gioventù meloniana”, si è infiltrata tra i giovani di Fratelli d’Italia per documentare con metodi fraudolenti saluti romani e canti nostalgici all’interno di locali privati, senza che ne sia emerso nulla di penalmente rilevante. In precedenza, un’altra studentessa s’era infiltrata con false credenziali nella rivista Nazione Futura di Francesco Giubilei.
Questo raid antifascista suscita ilarità in chi conosce la cultura di destra: Giubilei, la sua casa editrice e la sua rivista propongono contenuti moderati, conservatori, filoatlantici e filosionisti che nulla hanno a che fare con la destra radicale. Lo stesso Giubilei ha legittimamente protestato chiedendo se sia ammissibile infiltrarsi nella redazione di un altro giornale.
Le reazioni della critica e l’inerzia dell’Ordine
Le provocazioni e i linciaggi mediatici promossi da Fanpage contro la destra milanese hanno destato l’indignazione di giornalisti intellettualmente onesti, anche lontani dalla destra. Tiziana Maiolo, con un passato nell’ultrasinistra e nei Radicali e oggi firma de Il Riformista, ha definito la vicenda un’operazione demente.
La critica più articolata è apparsa su La Nuova Bussola Quotidiana ad opera del docente Ruben Razzante. Il giornalista ha evidenziato come queste vicende proiettino una luce fosca sul dossieraggio travestito da inchiesta, sottolineando la grave inerzia degli organismi di disciplina della categoria, che avrebbero dovuto avviare procedimenti sanzionatori per la palese violazione delle norme deontologiche.
Mentre l’Ordine dei giornalisti si scatena con sospensioni e procedimenti disciplinari se a un cronista sfugge una parola politicamente scorretta, gli stessi organi guardano con compiacimento ai casi di colleghi dediti a travestimenti, registrazioni rubate, calunnie e character assassination. Il degrado etico e qualitativo di molti giornalisti di sinistra è sotto gli occhi di tutti; maestri del passato come Malaparte, Montanelli, Pannunzio o Buzzati non avrebbero mai immaginato una simile deriva, fatta di interviste moleste, inseguimenti sulla soglia di case private e agguati ad eventi personali.
La necessità di rompere la cappa mediatica
L’aggressività di certi reporter si manifesta anche in domande che suonano come veri e propri insulti, come accadde quando Giorgio Mottola di Report accusò Matteo Salvini durante un incontro pubblico di “mentire spudoratamente”.
Emerge uno sconfortante limite della destra: l’incapacità di reagire sul piano legale, politico e comunicativo a queste aggressioni. Pur non dovendo inseguire la sinistra sul terreno dei linciaggi mediatici, la destra soffre la carenza di strumenti, emittenti e trasmissioni televisive dedicate, con la sola eccezione di programmi come Fuori dal Coro di Mario Giordano, che si occupa tuttavia di altri temi.
In un contesto dominato dall’egemonia culturale e dallo strapotere mediatico della sinistra, ipotizzare un giornalismo d’inchiesta di destra appare irrealistico. Ciò nonostante, occorre iniziare a reagire per scalfire quella “Cappa” concettualizzata da Marcello Veneziani, permettendo di competere finalmente ad armi pari.
Antonio de Felip
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