L’ultimo caso ha visto come vittima Nigel Farage, il promotore della Brexit, a capo del Reform Uk, un partito nazionalista e anti-immigrazionista che è attualmente in cima a tutti i sondaggi in Gran Bretagna: se si votasse adesso sbaraglierebbe laburisti e conservatori (questi ultimi ormai su posizioni semi-progressiste che avrebbero fatto inorridire un Churchill o una Thatcher). I britannici si sono stufati di dover subire l’immigrazione clandestina e le sue note, tragiche conseguenze, così come sono stanchi del regime liberticida imposto dai governi laburisti e dal deep state (polizia compresa) che comprime la libertà di pensiero e di espressione: 62.000 arresti negli ultimi cinque anni per post, messaggi o articoli considerati “di odio”, cioè solitamente contrari agli immigrati o ostili alle follie genderiste e trans-omosessualiste. Ovviamente Farage è sotto attacco costante da parte della stampa, che anche in Gran Bretagna è maggioritariamente in mano ai progressisti.
Contro Farage è entrata pesantemente in campo anche Channel 4, una TV presunta “indipendente”, che si dice “pubblica” ma pagata dalla pubblicità e anche da finanziamenti statali (l’ultimo nel 2007). Ovviamente è su posizioni di sinistra (è una spece di Rai 3 britannica), se non di ultra-sinistra. Alcuni giornalisti dei questa emittente, fingendosi imprenditori statunitensi (lo definiscono “giornalismo sotto copertura”), hanno contattato il Reform Uk offrendo loro finanziamenti che avrebbero potuto essere considerati, se accettati, illegali. Channel 4 era affiancata da collaboratori di Verbatim, una rete di giornalisti di estrema sinistra dediti a quello che loro definiscono “giornalismo investigativo”, i cui “servizi” vengono poi venduti a media progressisti come il New York Times, la CNN e The Guardian. Ovviamente l’incontro con Farage e i suoi collaboratori è stato filmato e registrato con telecamere e registratori ben nascosti. Dopo la messa in onda il deep state ha avuto buon gioco a mettere sotto indagine Farage e il suo partito. E’ ipotizzabile che il mandante dell’operazione fosse proprio il deep state rosso ormai regnante in Uk?
Già, questo lo chiamano, con molta impudenza, “giornalismo investigativo”. Esistono addirittura delle reti internazionali di giornalisti dediti a questa attività, spesso border line tra pratiche lecite e illecite. Esiste, tra le maggiori di queste reti, il Global Investigative Journalism Network, che ha ben 266 associati: in Italia, fa capo a questa internazionale l’Investigative Reporting Project Italy. Ovviamente il GIJN è su posizioni di sinistra, e nella sua mission c’è un esplicito richiamo a una presunta “giustizia sociale”, che sappiamo tutti cosa vuol dire in “sinistrese”. Ancora, si può citare, come esempio, l’International Consortium of Investigative Journalists, mentre una menzione particolare, va riservata a Bellingcat che, ci informa Thomas Fazi nel suo eccellente libro La macchina della propaganda europea, è un collettivo internazionale con sede nei Paesi Bassi, finanziato dalla Open Society, la vera e propria Spectre liberal del sovversivo internazionale George Soros. Bellingcat ha addirittura ricevuto, assieme a altri media polacchi, slovacchi, ungheresi e romeni, ben un milione di euri dall’Unione Europea per un’azione di disinformazione e di propaganda pro Eu e Nato nell’est europeo. Sono decine i progetti di “sovversione informativa” a mezzo di questo tipo di pseudo-giornalismo fazioso e censorio finanziati dall’Unione Europea.
Il “giornalismo investigativo” è così di tendenza che in rete si trovano diverse guide per chi vuole intraprendere questa “professione”, con tutte le indicazioni per condurre quelle che uno di questi stessi manuali definisce “indagini clandestine”: dall’assumere un’identità fittizia per agire “sotto copertura”, al lavoro di dossieraggio (che definiscono “documentazione”), alla tecnologia necessaria (telecamere nascoste, micro-registratori) e via delinquendo.
Ovviamente, queste guide non possono non indicare anche dei caveat rispetto alla possibile commissione di reati: già perché, come abbiamo già accennato, spesso l’attività del bravo “giornalista investigativo” sconfina in atti puniti dal codice penale, come la sostituzione di persona (art. 494); l’interferenza illecita nella vita privata mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora e la diffusione di tali riprese (art. 615 bis); la violazione di domicilio (art. 614). Tuttavia, e qui abbiamo un cortocircuito da pochi rilevato, l’articolo 2 del Codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica, stabilisce che “Il giornalista […] rende note la propria identità, la propria professione e le finalità della raccolta salvo che ciò comporti rischi per la sua incolumità o renda altrimenti impossibile l’esercizio della funzione informativa”. Ecco che quel “salvo che ciò comporti rischi etc.” è diventato il grimaldello, per i cosiddetti “giornalisti investigativi” per eludere il codice penale. E ovviamente, questi “giornalisti” sono esclusivamente giornalisti di sinistra, in realtà militanti afflitti da paranoia antifascista dediti a dossieraggi, provocazioni, sostituzioni di persona, infiltrazione in gruppi, sedi o chat, registrazione di video e sonoro con mezzi fraudolenti, violazioni della privacy, calunnie, diffamazioni. La loro è una vera e propria “caccia al fascista”, un linciaggio mediatico: il loro obbiettivo è screditare, sputtanare le loro vittime e registrare volti, parole e azioni di persone “di destra” per poi sollecitare la magistratura ad intervenire con il solito paraphernalia di possibili azioni giudiziarie offerto dalle leggi liberticide come la Scelba o la Mancino. Ma anche garantire una “galleria fotografica” di possibili obiettivi ai picchiatori rossi dei gruppi antagonisti, dei centri sociali o anarco-comunisti o di altri gruppi sodali con questi giornalisti odiatori.
Negli ultimi anni non sono pochi i casi di questo giornalismo fraudolento, vigliacco e militante. Vi ricordate quel giornalista di Fanpage, che s’infiltrò (forse addirittura per tre anni!) a Milano, imbottito di telecamere e registratori nascosti, in gruppi di destra per filmare e registrare responsabili, attivisti e simpatizzanti – filmando anche qualche scandaloso e pericolosissimo saluto romano – e pure cercando di porre in essere, come pura provocazione, una profferta di finanziamento illecito (ma le vittime fiutarono la trappola e questa non scattò)? Il “servizio” venne ripreso, amplificato e condito con robuste dosi del più becero antifascismo da Corrado Formigli nella sua trasmissione Piazzapulita per denunciare la presenza di una presunta “lobby nera” nella città meneghina. Ovviamente l’occhiutissima magistratura milanese s’interessò al caso, indagando per ben ventotto mesi, e mettendo sotto accusa nove persone, tra cui il parlamentare di FdI Carlo Fidanza e l’esponente della destra radicale Roberto Jonghi Lavarini. Poi, fu il gip di Milano, su richiesta della stessa procura meneghina ad archiviare il caso, ma il frattempo il danno, in termine d’immagine e di propaganda politica, era stato fatto.
Nel 2024 sempre la solita Fanpage, in preda a perenne invasamento antifascista, in una operazione di spionaggio politico s’infiltrava in gruppi di giovani in un’operazione denominata “gioventù meloniana” per documentare, con i soliti metodi fraudolenti, qualche saluto romano e coro nostalgico, tra l’altro in locali privati. Alla luce della giurisprudenza attuale, nulla di penalmente rilevante. Ancora prima, sempre questi “giornalisti investigativi” dediti alla continua caccia al fascista, avevano infiltrato una giovinotta, studentessa della Scuola di Giornalismo e non iscritta all’Albo, con credenziali false, nella rivista Nazione Futura di Francesco Giubilei. Per chi conosce il mondo della destra e della cultura di destra, questo raid giornalistico antifascista non può non suscitare una fragorosa ilarità. Infatti Francesco Giubilei, la sua casa editrice Giubilei Regnani e la rivista Nazione Futura non hanno nulla, ma proprio nulla a che fare con la destra/destra, radicale e identitaria o neofascista. Francesco Giubilei, già presuntuosetto giovin intellettuale che si riteneva l’enfant prodige dell’ambiente culturale meloniano, si definisce infatti “conservatore”, e conservatori, moderati, filoatlantici e filosionisti sono i suoi prodotti editoriali così come i suoi convegni nazionali. In ogni caso Giubilei ha avuto buon gioco a fare l’offeso e chiedere ai provocatori di Fanpage: “Chiedo ai colleghi editori e giornalisti: si può infiltrare una persona in un altro giornale?”
E’ da registrare comunque che le provocazioni e i linciaggi mediatici messi in atto da Fanpage, in particolare quelle contro ambienti vari della destra milanese che abbiamo sopra citate, hanno destato l’indignazione di giornalisti per bene, anche politicamente lontanissimi dal mondo della destra. Tiziana Maiolo, proveniente dall’ultrasinistra, passata tra i radicali e tra i fondatori di Nessuno tocchi Caino, giornalista de Il Riformista, ora garantista e libertaria, definì il caso creato da Fanpage: “una stupidata che più demente non si può”. Ma la critica più articolata e puntuale l’abbiamo inaspettatamente letta su un seguitissimo sito soi-disant cattolico, La Nuova Bussola Quotidiana, campione di moderatismo, di esaltazione papolatrica nei confronti di Bergoglio prima e ora di Prevost e di attacchi violenti al mondo cattolico tradizionalista. Scriveva su questa testata il giornalista Ruben Razzante, giornalista e docente di comunicazione in Università Cattolica, che questa “assurda vicenda proietta una luce fosca su certo dossieraggio travestito da giornalismo d’inchiesta. Una riflessione s’impone e riguarda, al di là della grave sanzione morale nei confronti di giornalisti che scavano a senso unico e solo per finalità di lotta politica, anche l’inerzia degli organismi di disciplina della categoria dei giornalisti, che in questi casi non dovrebbero avere alcuna remora nell’avviare procedimenti disciplinari nei confronti di iscritti all’Ordine certamente colpevoli di aver violato le norme deontologiche”. Già, perché se a un giornalista sfugge di scrivere “negro” le Erinni antirazziste dell’Ordine dei giornalisti si scatenano contro il malcapitato con processi, provvedimenti disciplinari e sospensioni, mentre guardano compiaciute i casi di “giornalisti” dediti alla provocazione, al travestimento, alle registrazioni rubate, alla diffamazione, alla calunnia, al pestaggio mediatico, al tentativo di distruzione della reputazione, a quello che gli anglosassoni chiamano character assassination.
D’altronde il degrado qualitativo, anche nella sciattezza della scrittura, ma soprattutto etico e comportamentale, di molti giornalisti, quasi sempre di sinistra, è sotto gli occhi di tutti. Certo, né un Malaparte, né un Montanelli, né un Pannunzio, né un Buzzati avrebbero mai immaginato un tale degrado. Non solo riprese e registrazioni rubate, ma anche interviste moleste e insistenti con inseguimenti delle loro vittime nelle vie, fin sulla porta di edifici privati e talvolta anche oltre, agguati a sorpresa ad eventi, anche amicali o privati. E se la vittima tace, infastidito, ecco l’aggressivo “Perché non risponde?”, “Risponda!” Non è una domanda, ma un’accusa, una molestia.
Poi domande che sono insulti, come quella di tale Giorgio Mottola di Report a Salvini che accusò in un incontro di “mentire spudoratamente”.
L’ultima osservazione riguarda il nostro mondo: è sconfortante constatare che siamo incapaci di rispondere, di reagire, legalmente, politicamente, mediaticamente, a fronte di queste aggressioni pseudo-informative. Non invitiamo certo nessuno a inseguire la sinistra, televisiva e no, sul piano dei linciaggi mediatici, ma è sotto gli occhi che la destra non ha mezzi, non ha strumenti, non ha televisioni, non ha trasmissioni, a parte, forse, Fuori dal Coro di Mario Giordano che però sceglie altri temi polemici. In questo contesto, chiaramente determinato dall’egemonia culturale della sinistra e dal suo strapotere mediatico, auspicare un “giornalismo d’inchiesta di destra” è irrealistico. Pure, in questo come in altri campi, da qualche parte dovremmo pure cominciare a rompere quella “Cappa” (copyright Marcello Veneziani) che ci impedisce di competere almeno ad armi pari con la dominante sinistra.
Antonio de Felip
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