Dall’analisi di Karaganov al rischio atomico: perché la strategia europea scommette sul vuoto e dimentica la storia.
La figura di Karaganov e i benefici del conflitto per la Russia
Sergej Karaganov, politologo ed esperto di scienze strategiche di alto livello negli apparati russi, è sicuramente una figura discussa e discutibile. Fu d’altra parte, seppur ormai quasi 30 anni fa nel corso degli anni dello sfascio della Russia di Eltsin e della sua massima apertura all’Occidente, membro della Trilateral Commission; di cui, bisognerà pur ricordare, la Russia, caso rarissimo, è una nazione che non esprime “Regular Members” ma solo “Global Members” ovvero ne fanno parte solo singoli cittadini con passaporto russo che vi aderiscono, sostanzialmente per cooptazione, a titolo strettamente personale (attualmente 2) senza entrare nei gangli principali dell’organizzazione.
Nel corso della guerra Karaganov si è distinto per le veementi accuse e minacce contro l’Europa e le sue élite politiche; le sue teorie predicano, tra le altre cose, la “restaurazione della credibilità della deterrenza nucleare”, visione strategica che ha nuovamente ribadito in una recente serie di interviste e interventi pubblici. In tali interventi Karaganov ha rimarcato, come già fatto in passato, che la guerra ha apportato numerosi benefici alla Russia: le sanzioni hanno escluso le società occidentali dalla vita economica, un certo numero di oligarchi di dubbia lealtà nazionale hanno lasciato il paese, a tutti sono stati confiscati i beni in Occidente, lo sforzo bellico impone una purificazione forzata del tessuto sociale, oltre ad una enorme riduzione della dipendenza e dell’influenza di operatori esteri.
Gli apparati dello stato sono divenuti più competenti, si premiano scienziati e ingegneri che emergono per merito, la corruzione (fatto endemico in tutto il mondo ex sovietico) deve essere contenuta, per lo meno in nome dell’efficienza militare, si formano dottori e medici che operano coraggiosamente sul campo di battaglia, le forze antinazionali e antipatriottiche sono messe al bando.
Trasformazioni sociali e il nodo delle risorse umane
I soldati che tornano, magari medagliati, dal fronte vengono premiati con posti nella politica locale e nell’amministrazione delle proprie cittadine di provincia, bonus e premi alle famiglie dei soldati caduti o feriti ribilanciano in parte gli squilibri economici tra grandi centri urbani e periferie. L’esigenza a medio-lungo termine di riattivare una demografia capace di sostenere la Russia ha indotto il Cremlino a lanciare, per l’arco temporale 2025-2030, il “Progetto Nazionale Famiglia”, un grande programma di sostegno alle famiglie sotto l’ottica del ritorno ai valori tradizionali e alla natalità con misure di sostegno di vario tipo (vi sono dedicate risorse pari a circa l’1,5% del PIL russo per anno).
Alcuni potrebbero osservare che i processi sociali descritti da Karaganov corrispondono ad una incipiente “fascistizzazione” in senso lato (al di là della vuota e bolsa propaganda nominalistica del Cremlino sugli scopi della guerra in Ucraina) della società russa. Tuttavia le perdite umane, in una guerra così lunga e così intensa, restano elevate e concentrate nella fascia di popolazione maschile tra i 30 e i 40 anni, ovvero quella per definizione più produttiva e portante in qualunque nazione.
La Russia, dice Karaganov, incomincia ad essere stanca di una guerra che, se non fosse per il supporto dell’Occidente all’Ucraina, inteso come indebita invasione di un legittimo spazio di influenza russo (o dello stesso “mondo russo/russky mir” in senso stretto), sarebbe già terminata da molto tempo. La Russia, per quanto abbia fino ad oggi alimentato il conflitto con un modello di reclutamento su base volontaria (a differenza delle coscrizioni di massa impiegate da Kiev), si interroga sul perché debba spendere così tante risorse umane sui campi di battaglia in Ucraina laddove è chiaro che la profondità strategica del nemico risieda nel retroterra del sostegno che riceve dall’Europa.
L’esaurimento dei bacini di reclutamento e il ruolo europeo
I bacini di reclutamento fino ad ora impiegati — galeotti, stranieri residenti in Russia di repubbliche ex sovietiche, cittadini espressione di minoranze etniche attratti dalle alte paghe (con oltre 400.000 reclutamenti volontari per anno dal 2023) — si stanno esaurendo. La Russia ha ancora circa 2 milioni di riservisti potenzialmente richiamabili e continua a formare i propri giovani nella leva militare obbligatoria. Sicuramente mobilitando queste risorse avrebbe la massa per continuare a prolungare a lungo la guerra, alla fine schiacciando la resistenza ucraina.
Senza i fondi europei che costituiscono la principale voce delle entrate del bilancio di Kiev (facendone obiettivamente a livello macro, senza nulla togliere anche al coraggio dei soldati ucraini, uno “stato mercenario”), senza i rifornimenti continui di armamenti, munizioni, veicoli militari, supporto logistico, di intelligence ecc., la guerra non sarebbe mai potuta continuare così a lungo e finirebbe in un breve periodo. Questo però esporrebbe la popolazione russa, nella sua miglior parte, ancora a perdite umane molto significative e romperebbe il patto sociale implicito instaurato da Putin negli anni di guerra, secondo il quale essenzialmente in guerra ci va chi è volontario: al resto della popolazione si chiede sostegno e patriottismo, ma non necessariamente un contributo di sangue.
Per altro, osserva Karaganov, le ripetute minacce di ritorsione di Putin contro l’estensione degli aiuti occidentali a Kiev sono regolarmente cadute nel vuoto e gli occidentali hanno operato solo sulla direttrice di un costante aumento della pressione verso la Russia. Il pirataggio di navi russe in navigazione e l’apertura dei cieli dei paesi baltici per il sorvolo di droni ucraini per colpire le regioni di San Pietroburgo e della Russia settentrionale sono solo alcuni esempi.
Colpire il retroterra di Kiev e le responsabilità americane
Per fermare l’eguale massacro di russi e ucraini — al netto delle avverse propagande, le analisi più serie sembrano indicare una quasi simmetria nel tasso delle perdite tra le due parti (laddove gli ucraini risultano sicuramente concepiti da Karaganov come “russi secessionisti”, da reintegrare a guerra finita in una più grande Russia imperiale) — e arrivare quindi ad una pace con vittoria, si impone la necessità di colpire laddove vi è il retroterra del sostegno a Kiev, ovvero l’Europa.
Karaganov si mostra ben cosciente che le origini della guerra sono state poste in primo luogo dagli Stati Uniti, interessati ad interrompere ogni possibile cooperazione mutualmente benefica tra Russia ed Europa, colpendo poi frontalmente la Russia e auspicandone un collasso grande come o più rispetto a quello degli anni novanta, del declino post-sovietico. Rivoluzione colorata, rivoluzione di Maidan, promesse di adesione alla NATO, rifiuto di presa in considerazione delle istanze diplomatiche russe: tutto ciò è imputato primariamente agli Stati Uniti.
Ciò, tuttavia, non assolve le élite europee che hanno poi abbracciato con slancio il ruolo che era stato loro affidato da oltreoceano (o da oltremanica). Che esse conducano con caparbietà una guerra che era stata pensata altrove e contro i propri stessi interessi ne attesta solamente l’idiozia e la nullità strategica. “L’Europa ha preso in outsourcing la guerra dall’America”; ciò è sicuramente ancora più evidente dall’avvento della presidenza Trump che ha tagliato il supporto finanziario a Kiev, ma non le forniture di armi, l’intelligence o le sanzioni (anzi aumentate), né ha interdetto l’azione di importanti società private (come Palantir o Anthropic per la guida con IA di droni) o di Starlink di Musk (che, nonostante certe dichiarazioni critiche su Zelensky e il suo governo, resta disponibile per gli ucraini ma non per i russi).
L’escalation teorizzata: dall’attacco convenzionale al nucleare tattico
L’America ha insomma trasformato definitivamente la guerra in un’attività: agli europei spetta pagare i conti, importare i materiali bellici americani e saldare al posto di Kiev le fatture americane. In questo schema si possono comprendere, quindi, le crescenti attività ostili in atto come il sabotaggio di impianti industriali in Europa (tra cui pure l’estremamente sospetta esplosione di Colleferro, in provincia di Roma, in uno stabilimento dedito alla produzione di esplosivi, fortunosamente senza morti) o le incursioni di droni negli spazi aerei di paesi membri della UE. Karaganov va però molto oltre: la sfida deve essere esplicita e inequivocabile, il supporto dell’Europa deve finire. Ipotizza quindi il lancio di un attacco missilistico convenzionale russo contro un obiettivo limitato (una base, un deposito isolato con materiali destinati all’Ucraina) sul territorio di una nazione europea.
L’attacco dovrebbe essere seguito da un vero e proprio ultimatum in cui la Russia dovrebbe minacciare il passaggio all’impiego di armi nucleari. Nel caso di mancata “resa” immediata degli europei, la minaccia nucleare “per restaurarne la deterrenza” andrebbe implementata velocemente con un attacco nucleare tattico, sempre su un obiettivo limitato, cercando di evitare vittime civili. Karaganov sottolinea come le élite europee sembrino ignorare deliberatamente che la Russia è e resta una potenza nucleare, la prima in termini di arsenali e varietà di armamenti nucleari al mondo, e che nella dottrina nucleare russa è previsto anche il concetto di “first strike”, qualora siano messi a repentaglio, anche da cause convenzionali e in un contesto non nucleare, gli interessi fondamentali ed esistenziali della Russia.
Uno scontro ad eliminazione e il giudizio sulle élite europee
Che la guerra in Ucraina sia una guerra esistenziale per la Russia è inutile ripeterlo, come è inutile ripetere che sia ucraini che europei non fanno altro che sostenere che la Russia debba subire una fondamentale “sconfitta strategica”, ovvero subire un vero e proprio processo di disgregazione interna e sfaldamento generale, unica vera condizione di vittoria per Kiev. La guerra tra Russia e Ucraina è una guerra a morte: per vivere, una delle due entità deve scomparire; per questo, per altro, il sottoscritto non ha mai dato il minimo credito alle molte e varie ipotesi di pace ventilate dal 2022 fino ad oggi.
In ogni caso, anche qualora la Russia non dovesse fronteggiare una “sconfitta sul campo” come quella che viene agognata a Bruxelles e nelle varie capitali europee e dovesse restare capace di ottenere la vittoria per mezzi convenzionali — cosa che Karaganov non nega essere la Russia capace di fare, ma ne contesta il prezzo potenziale — potrebbe sussistere il razionale per restaurare il principio della dissuasione nucleare e inviare un attacco esplicito all’Europa per ottenere la pace nel breve termine.
Le idee di Karaganov indubbiamente, nell’attuale panorama strategico, sembrano assumere una razionalità sempre più forte e una maggiore diffusione; in questo senso vanno alcune recenti dichiarazioni del generale Surovikin, il quale ha ricordato che “la Russia ha i mezzi per terminare la guerra senza dover continuare a sacrificare i propri uomini”. Il problema maggiore è però che le élite europee — Karaganov critica principalmente le élite dell’Europa e non le nazioni o i popoli europei in quanto tali — sembrano essere costituite da “pazzi e idioti” le quali avrebbero perso il senso “della storia e dell’umano” (tutte considerazioni rispetto alle quali il sottoscritto non se la sente francamente di dissentire).
Il monito finale per l’Europa
Vanno perciò rimosse (e auspicabilmente punite) prima che sia troppo tardi. Se possibile, per la salvezza delle proprie stesse nazioni, dagli europei in prima persona: o dai popoli per via elettorale o dai “deep state” europei che, viste le politiche di natura suicidaria delle proprie élite, dovrebbero trovare i modi per rimuoverle. Se ciò però non accadesse, la Russia dovrebbe procedere come detto sulla via dell’escalation: attacco convenzionale limitato, ultimatum, attacco nucleare tattico limitato, guerra totale e nucleare qualora vi fosse la follia degli europei di non piegarsi neanche davanti al primo impiego di atomiche da parte della Russia (magari con reazione delle potenze nucleari di Francia e Regno Unito). Karaganov sostiene d’altra parte che, per quanto catastrofica, “una guerra nucleare può essere vinta” e che la Russia, con la vastità dei suoi territori (e dei suoi arsenali), è in una migliore condizione per farlo.
L’Orso Russo
Per anni gli occidentali hanno ignorato le minacce e le messe in guardia russe sull’Ucraina, sul rispetto degli accordi di Minsk, sulle richieste di riconoscimento della Crimea come russa, sulla non estensione ad est della NATO ecc. Dagli avvertimenti la Russia è passata ai fatti scatenando la più grande guerra dalla Seconda Guerra Mondiale. Dopo quasi 5 anni di conflitto non vi può essere più grande errore strategico che quello di ragionare in termini di aspettative adattive, ovvero immaginando che l’attuale stato di esistenza del conflitto sia l’unico possibile e che le minacce e gli avvertimenti russi cumulatisi negli anni possano perciò essere ignorati. Bismarck diceva: “Conosco cento modi per far uscire l’orso russo dalla sua tana, ma non ne conosco neppure uno per farlo rientrare”. Da parte nostra dubitiamo che Kaja Kallas possa avere maggiori capacità del Cancelliere di Ferro.
Filippo Deidda
Il 2diPicche lo puoi raggiungere
Attraverso la Community WhatsApp per commentare le notizie del giorno:
Unendoti al canale WhatsApp per non perdere neanche un articolo:
Preferisci Telegram? Nessun problema:






































































