Ma, mentre lui era scaltro…
Arlecchino non abita più qui: cronaca di uno Stato servo (sciocco) di due padroni
Dimenticate i coriandoli e le innocue recite di Carnevale. L’Arlecchino scritto da Carlo Goldoni ne Il servitore di due padroni non è un pagliaccio ingenuo, ma un disperato genio della sopravvivenza. È un uomo cronicamente affamato che, pur di raddoppiare la paga e riempirsi la pancia, decide di servire due signori contemporaneamente, all’insaputa l’uno dell’altro. Corre da una parte all’altra del palco, mente, improvvisa, si prende la sua razione di bastonate, ma alla fine vince lui: incassa, mangia a quattro palmenti e manipola i padroni grazie a un’astuzia machiavellica.
Oggi l’Italia è tornata a recitare quella commedia, incastrata tra due padroni altrettanto esigenti e spesso in conflitto tra loro: il Pentagono e l’Euroburocrazia. Ma c’è un dettaglio tragico che separa il capolavoro del Settecento dalla nostra miseria contemporanea. Se l’Arlecchino di Goldoni sapeva come mettere i padroni l’uno contro l’altro per trarne un profitto – esattamente come sapeva fare la politica estera della Prima Repubblica, che giurava fedeltà atlantica alla NATO ma stringeva lucrosi accordi energetici con il mondo arabo e l’Unione Sovietica –, la classe dirigente di oggi ha conservato solo la fame e le bastonate.
Abbiamo perso l’ingegno. Non siamo più il servo scaltro che sopravvive sfruttando le crepe del sistema: siamo diventati il servo sciocco, incapace di negoziare. Ci limitiamo a incassare ordini contrapposti – il riarmo anti-cinese da Washington e il suicidio ecologico da Bruxelles –, svendendo la nostra industria manifatturiera e scodinzolando per una pacca sulla testa. E la vera farsa è che questa sottomissione suicida, a Roma, la chiamano “affidabilità internazionale”.
Il Primo Padrone: Washington e il vassallaggio a perdere
Dal padrone d’Oltreoceano, gli ordini arrivano con la chiarezza ruvida di un telegramma militare. Washington esige che l’Italia faccia il suo dovere di portaerei avanzata nel Mediterraneo, ma senza mai rivendicare una propria autonomia strategica. Ci viene chiesto l’invio di armamenti, l’allineamento cieco sulle sanzioni e, soprattutto, il disaccoppiamento forzato dai mercati orientali. Abbiamo stracciato il memorandum sulla Via della Seta e abbiamo rinunciato al gas russo a basso costo per dipendere dal GNL (metano liquido) americano, venduto a peso d’oro.
Cosa abbiamo ottenuto in cambio di questa obbedienza assoluta? Forse una delega per stabilizzare il Nord Africa, dove sono in gioco i nostri interessi vitali? Forse condizioni commerciali di favore? Nulla. Il nostro premio è un “bravo” sussurrato nello Studio Ovale e una pacca sulla spalla ai vertici NATO. L’Arlecchino di Goldoni si faceva pagare in anticipo per il suo disturbo; noi paghiamo in contanti per il privilegio di prendere ordini.
La radice di questa asimmetria non è un mistero insondabile, ma una rimossa e scomoda verità storica: l’Italia è, e rimane, una nazione militarmente sconfitta. Tutto ha origine nel 1943, con la firma di una resa incondizionata che ha azzerato la nostra sovranità, cristallizzata poi dal Trattato di Pace di Parigi del 1947. Da quel momento, l’Italia non è mai più tornata a essere un soggetto strategico indipendente, ma è stata ridisegnata come un protettorato di frontiera. Con le basi militari straniere piantate in casa a tempo indeterminato, la nostra classe politica ha semplicemente smesso di pensare da Nazione, interiorizzando la dottrina della sovranità limitata. Non ci ribelliamo agli ordini di Washington per lo stesso motivo per cui uno sconfitto non si ribella al vincitore: perché, da ottant’anni, non ci è più permesso farlo.
Il Secondo Padrone: Bruxelles e il cilicio normativo
Al di qua dell’Atlantico, il secondo padrone ha la faccia grigia e anonima dell’Euroburocrazia. Francoforte e Bruxelles non chiedono truppe, ma obbedienza dogmatica e contabile. Da un lato tengono l’Italia perennemente sotto scacco con la minaccia dello spread e dei parametri di deficit; dall’altro, impongono una follia normativa travestita da salvezza climatica.
Il Green Deal, la direttiva “Case Green” e lo stop ai motori termici sono la condanna a morte di quel poco che resta della nostra spina dorsale manifatturiera. L’Italia, nazione di trasformazione industriale e artigianale per eccellenza, china il capo davanti a regole scritte su misura per favorire le economie del Nord Europa. Chiediamo l’elemosina di uno zero virgola di flessibilità sul bilancio, e in cambio promettiamo di strangolare la nostra industria automobilistica e di gravare i cittadini con obblighi di ristrutturazione edilizia economicamente insostenibili.
A questo punto, il vassallaggio politico sfocia nella patologia clinica: l’Italia ha sviluppato una vera e propria Sindrome di Stoccolma istituzionale. Più l’euro-padrone ci maltratta con ispezioni, lettere di richiamo e direttive punitive, più la nostra classe dirigente (politica e mediatica) ne esalta il ruolo, dipingendo l’Unione Europea come l’unico faro di civiltà possibile. Avendo accettato la narrazione di essere i perenni “malati d’Europa”, abbiamo finito per innamorarci del nostro carceriere, ringraziandolo devotamente per una cura a base di salassi e austerità che, lentamente, ci sta portando al collasso.
Il Cortocircuito: Quando i padroni non si parlano
È a questo punto della commedia che l’assenza di scaltrezza del servo italiano diventa letale. I due padroni hanno interessi diametralmente opposti, ma Roma finge di non vederlo.
Gli Stati Uniti ci impongono di recidere i legami con Pechino, considerata la minaccia sistemica del secolo. L’Unione Europea ci impone una transizione ecologica che rende il nostro continente totalmente, irrimediabilmente schiavo della Cina per l’approvvigionamento di terre rare, pannelli solari e batterie elettriche. Come risponde l’Italia a questa collisione di ordini? Dicendo di sì a entrambi.
Giuriamo fedeltà atlantica anti-cinese mentre applichiamo zelantemente direttive europee che ci consegnano mani e piedi ai monopoli di Pechino. È la mossa del servo che, per non scontentare due signori che si detestano, finisce impiccato con le sue stesse mani. Arlecchino avrebbe fatto notare l’incongruenza per alzare il prezzo; noi firmiamo la nostra condanna pur di non disturbare i manovratori.
L’alibi del servo volontario
La verità più cruda, quella che i telegiornali non raccontano, è che i nostri padroni non hanno nemmeno bisogno di usare la frusta. Non esistono complotti oscuri contro l’Italia: c’è semplicemente una classe dirigente, trasversale a tutti i partiti, che ha interiorizzato la sconfitta.
Hanno eletto il “vincolo esterno” a ragione di vita perché governare una nazione sovrana richiede coraggio, visione e la capacità intellettuale di dire dei “no”. È molto più facile, riposante e privo di rischi fare i curatori fallimentari per conto terzi, spacciando l’esecuzione pedissequa di ordini stranieri per alto senso di responsabilità istituzionale.
Goldoni chiudeva la sua commedia in allegria, con Arlecchino che si sposa e va a cena felice. Noi la chiudiamo con la deindustrializzazione, il crollo demografico e la perdita di ogni rilevanza strategica. Il servitore ha smesso di recitare; ora aspetta solo di essere liquidato.
Alberto Ferretti
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