Tre domande ai relatori del convegno per i vent’anni dalla scomparsa di Auriti.
a cura di Sergio Saraceni
Martedì 11 agosto 2026, a Guardiagrele (Ch), si è tenuta la presentazione del volume “Giacinto Auriti: il professore ribelle”, edito dal Centro Studi e Ricerca Cittadella nella collana Auritiana. L’appuntamento cade esattamente a vent’anni dalla scomparsa del giurista guardiese (11 agosto 2006), figura che ha legato indissolubilmente il proprio nome alla teoria del valore indotto della moneta e alla battaglia per la proprietà popolare della stessa.
Nato a Guardiagrele nel 1923, Auriti fu docente universitario, cofondatore e preside della Facoltà di Giurisprudenza di Teramo, e soprattutto un pensatore scomodo che, partendo dalla dottrina sociale della Chiesa, osò mettere in discussione il monopolio bancario sulla creazione del denaro. L’esperimento dei SIMEC nel 2000, nel suo paese natale, resta il segno più concreto di una visione che voleva restituire al popolo lo strumento monetario.
Il libro appena uscito non è una semplice commemorazione. Raccoglie contributi di studiosi e militanti che hanno lavorato a lungo sul pensiero auritiano e che, in molti casi hanno potuto condividere un lungo percorso accanto ad Auriti stesso.
Un libro, utile tanto a chi conosce già il Professore quanto a chi lo scopre oggi.
Di seguito abbiamo rivolto tre domande a ciascuno degli autori intervenuti.
A vent’anni dalla scomparsa, in che misura il pensiero di Auriti sulla proprietà popolare della moneta risulta ancora attuale e necessario nel contesto economico e geopolitico di oggi?
Il pensiero di Auriti sulla proprietà popolare della moneta è, a vent’anni dalla sua scomparsa, non solo attuale, ma a mio avviso più necessario che mai.
La sua forza sta nella concretezza straordinaria: Auriti non ha costruito un’utopia astratta, ha individuato un meccanismo giuridico ed economico chiarissimo. Se il valore della moneta è indotto dal popolo che la accetta, allora quella moneta all’emissione deve appartenere al popolo, non a chi la crea come debito. Da questa premessa discende tutto il resto: moneta senza debito, fine della spirale usurocratica, restituzione di sovranità reale.
Basterebbe davvero poco per applicarlo. Non servono rivoluzioni complicate né modelli matematici sofisticati: serve innanzitutto coraggio e la volontà politica di riconoscere che la moneta è un bene comune e non uno strumento di dominio.
Nel contesto di oggi, con un debito pubblico enorme, con tassi che trasferiscono ricchezza dal lavoro alla finanza e con le monete digitali delle banche centrali che rischiano di perfezionare il controllo totale sull’uomo, la proposta di Auriti resta una delle poche vie realistiche per risolvere alla radice i problemi sia dell’individuo che della Nazione. Perché finché la moneta nasce come debito, resteremo tutti, in un modo o nell’altro, schiavi e debitori.
Auriti ci ha lasciato uno strumento concreto. Ora tocca a noi decidere se usarlo.
Nel saggio sulla “battaglia decisiva” per spezzare la catena del debito ha insistito sull’attualità del pensiero auritiano. Quale elemento della proposta originaria ritiene più potente ancora oggi?
L’elemento più potente della proposta di Auriti, ancora oggi, è secondo me il più semplice e il più radicale allo stesso tempo: la moneta deve essere emessa senza creare debito.
Auriti aveva capito che tutto il resto – la proprietà popolare, il valore indotto, la sovranità monetaria – ruota intorno a questo punto. Se la moneta nasce già come credito e non come debito, la spirale usurocratica si spezza alla radice. Non c’è più bisogno di creare continuamente nuovo debito per pagare gli interessi di quello vecchio. Non c’è più quella effimera crescita forzata, quel trasferimento silenzioso di ricchezza dal lavoro alla finanza.
Oggi questo elemento è diventato ancora più potente proprio perché la sua assurdità è ormai sotto gli occhi di tutti. Ormai non è più una tesi di pochi: sempre più persone si accorgono che un sistema in cui il denaro nasce indebitando qualcuno è strutturalmente insostenibile. E Auriti, con grande lucidità, aveva indicato la via d’uscita: non riformare il debito o creare piccoli espedienti per renderlo “sostenibile”, ma eliminare la necessità stessa di crearlo.
Questa, per me, resta la parte più dirompente e più attuale della sua battaglia.
“Spezzare la catena del debito” è un’espressione forte. Secondo lei, esiste oggi uno spazio politico concreto in cui questa battaglia possa uscire dalla dimensione culturale e diventare proposta legislativa o istituzionale?
Oggi, con franchezza, non si vedono spazi politici concreti e immediatamente utilizzabili per portare le idee di Auriti sul piano legislativo o istituzionale. Il sistema sembra ancora troppo chiuso e autoreferenziale. Anche nei nuovi esperimenti vannacciani.
Tuttavia non è mai detto che non si possano creare le basi di partenza. Sono convinto che un movimento o un soggetto politico nuovo, capace di mettere al centro del proprio programma la proprietà popolare della moneta e di spezzare davvero la catena del debito, avrebbe una forza di trascinamento enorme. Perché non proporrebbe un’opinione tra le tante, ma una verità strutturale: la moneta deve appartenere a chi ne induce il valore, cioè al popolo.
Auriti lo diceva con una frase che mi ha sempre colpito: «Siamo rassegnati a vincere, perché abbiamo dalla nostra parte la verità». Ecco, questa è la chiave. Anche se all’orizzonte attuale non ci sono ancora spazi aperti, non dobbiamo disperare. Il nostro compito, adesso, è raccogliere forze, formare coscienze e tenere viva questa idea fondamentale. Perché quando la verità trova un soggetto politico coraggioso che la incarna, le masse sanno riconoscerla e i risultati non tarderanno ad arrivare.
A cura di Sergio Saraceni
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