Mentre microcriminalità, spaccio e insicurezza attanagliano la città, la politica bresciana si rifugia nell’ideologia e cancella la storia.
Priorità distorte nella Leonessa
I problemi di Brescia, quelli veri, possono attendere. Tra baby gang che scippano ragazzi e anziani, spaccio alla luce del sole tra la Stazione e il Carmine, e bivacchi che punteggiano i quartieri, gli amministratori locali avevano l’urgenza assoluta di individuare la priorità cittadina per il 2026. E l’hanno trovata. Con encomiabile tempismo, a soli 102 anni dal conferimento, la giunta ha scoperto che Benito Mussolini era ancora cittadino onorario della città.
Il teatrino del Consiglio comunale
Il consiglio comunale di lunedì 28 settembre si è così trasformato nell’ennesimo palcoscenico del teatro dell’assurdo. Dopo due anni di gestazione per una mozione depositata nel 2024, 17 edificanti voti a marchio PD hanno debellato l’insidioso fantasma del Duce. Una battaglia epocale, combattuta a colpi di delibere d’aula contro un uomo morto nel 1945, mentre fuori dalle stanze della politica le strade scivolano quotidianamente in un far west di microcriminalità privo di controllo.
La pavidità dell’opposizione
In questo teatrino delle cere, l’unica cosa a far più ridere dei paladini antifascisti con un secolo di ritardo è l’opposizione di centrodestra. Nove astenuti. Nemmeno un voto contrario, neanche per rivendicare una posizione o contestare il ridicolo dell’operazione. Una pavidità felpata, da pecoroni con la coda tra le gambe, capaci soltanto di abbozzare un paio di emendamenti-civetta sul comunismo per poi ritirarsi nel comodo guscio dell’astensione.
Una città trasformata in porcile
Nessuno che abbia avuto l’ardire di dire la verità banale e incontestabile: non è Benito Mussolini a non meritare la cittadinanza onoraria bresciana, ma è la Brescia di oggi – trasformata da decenni di amministrazione “democratica” in un porcile a cielo aperto – a non essere più degna nemmeno del ricordo della propria storia.
Fuga dal presente e bandierine ideologiche
Serviva davvero cancellare con un colpo di spugna burocratico una decisione del 1924 per lavarsi la coscienza o sventolare l’ennesima bandierina ideologica? La risposta è ovvia. Chi governa non sa come fermare il degrado, non ha la capacità di garantire la sicurezza di giovani e anziani, né vuole vedere cosa succede nelle stazioni o nei parchi. E allora ci si rifugia nella macchina del tempo. Cancellare il passato è facile, costa poco e regala dieci minuti di applausi tra compagni di merende. Governare il presente e proteggere la propria comunità richiede invece attributi che questa classe politica, di maggioranza e di finta opposizione, non possiede affatto.
Patrioti contro la politica politicante
A denunciare senza mezzi termini la farsa ci ha pensato la Rete dei Patrioti, insieme alle realtà del Comitato per la Remigrazione, bollando la seduta come l’ennesima dimostrazione di pavidità di una classe dirigente scollegata dalla realtà. Abbandonare il territorio per inseguire battaglie d’avanguardia sul passato dimostra abissale distanza tra chi vive la strada e chi popola le aule consiliari. Da una parte c’è chi propone ricette concrete come la remigrazione e il ripristino della legalità per bonificare i quartieri; dall’altra la solita politica politicante, esperta solo nell’arte di pettinare i fantasmi per non affrontare i problemi reali.
Redazione
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