PREVENIRE È MEGLIO CHE CURARE: GOVERNO AVVISATO
Negli Stati Uniti, il movimento Antifa non è formalmente e legalmente “messo fuori legge” nel senso di un reato penale di appartenenza, poiché la legge americana non prevede un meccanismo per bandire o designare come “organizzazione terroristica” un gruppo puramente interno. Farlo violerebbe le tutele sulla libertà di espressione del Primo Emendamento. Pensate un po’, quanto a libertà di espressione ci danno lezioni anche gli americani…
Tuttavia, l’amministrazione guidata dal presidente Donald Trump ha preso di mira il movimento tramite un ordine esecutivo che lo definisce un'”organizzazione terroristica interna” – come riportato anche dal settimanale L’Espresso.
Il governo statunitense accusa i membri di Antifa di portare avanti una “campagna di violenza politica e terrorismo su scala nazionale”. Nelle motivazioni ufficiali che si trovano sul sito della Casa Bianca troviamo:
L’organizzazione di rivolte e atti di vandalismo durante le manifestazioni di piazza.
Scontri fisici, lanci di ordigni improvvisati (bombe carta, molotov) e attacchi contro esponenti o eventi di estrema destra.
Pratiche di “doxing”, ovvero la diffusione online di dati personali e privati di attivisti e figure politiche conservatrici per intimidirli. In Italia è diffuso anche il sistema del dossieraggio camuffato da inchiesta, su piattaforme web e mediatiche.
L’ordine esecutivo definisce Antifa un’«impresa militarista e anarchica» che invoca esplicitamente il rovesciamento del sistema legale, del capitalismo e del governo degli Stati Uniti. Tra le ragioni specifiche vi sono gli attacchi coordinati e le aggressioni dirette contro gli agenti di polizia. Analogamente, in Italia, oltre all’ “impresa militarista e anarchica” potremmo definirla insurrezionalista, soprattutto per i disordini in Val di Susa.
Misure restrittive concrete attuate in USA sono il blocco dei finanziamenti, il congelamento dei beni dei donatori o il divieto di ingresso negli USA per attivisti stranieri legati al movimento. In Italia si potrebbe aggiungere la chiusura di tutti i Centri Sociali, i lavori socialmente utili per i nullafacenti, i costanti controlli mirati, per la sicurezza nazionale.
E’ da poco uscito un libro dal titolo “Terrore Antifa. L’eversione rossa che minaccia l’Occidente” di Roberto Lobosco, con prefazione di Tony Fabrizio. Si tratta di un saggio polemico dedicato alle componenti più radicali dell’antifascismo contemporaneo. Pubblicato da Idrovolante Edizioni nel settembre 2026, consta di 222 pagine ben documentate.
Il volume prosegue il discorso iniziato dall’autore in “Religione antifascista”. La trappola ideologica del mondo moderno: mentre il libro precedente criticava l’antifascismo come ideologia e religione civile, Terrore Antifa si concentra sulla sua dimensione organizzativa, militante e violenta.
Le fonti pubbliche disponibili forniscono la presentazione editoriale, ma non l’indice completo né ampi estratti.
Lobosco sostiene che una parte dell’antifascismo contemporaneo abbia oltrepassato la commemorazione storica e la difesa dell’ordine democratico, trasformandosi in una pratica di militanza fondata sulla contrapposizione assoluta tra amici e nemici.
Infatti, la nozione di fascismo viene progressivamente ampliata; vengono inclusi nella categoria conservatori, nazionalisti, populisti, sovranisti e dissidenti; il soggetto definito fascista perde legittimità politica; contro di lui diventano accettabili censura, intimidazione e aggressione; la violenza viene giustificata come autodifesa preventiva.
Il problema, per l’autore, non è l’antifascismo democratico in quanto tale, ma l’uso della parola “fascista” come autorizzazione morale alla coercizione, che non esiste né nella Costituzione, né nella Legge Scelba, né nella Legge Mancino.
Lobosco sottolinea la matrice comunista originaria per contestare la rappresentazione dell’Antifa come semplice movimento spontaneo in difesa della democrazia. L’antifascismo militante conserva elementi provenienti dalla tradizione rivoluzionaria e di quella degli anni di Piombo, anche negli slogan utilizzati.
Si rileva: una concezione antagonistica della politica; azione diretta; rifiuto della neutralità istituzionale; mobilitazione di strada; legittimazione della violenza contro il nemico.
L’Antifa contemporanea non è normalmente una singola organizzazione dotata di vertice, statuto e affiliazione universale. È una costellazione di: collettivi locali; reti informali; centri sociali; gruppi anarchici e autonomi; militanti comunisti; piattaforme digitali; campagne temporanee; singoli attivisti.
Alleanze strette si sono consolidate con la presenza, almeno alle manifestazioni, di maranza, e immigrati di estrazione BLM.
Secondo Lobosco, questa struttura reticolare produce un’ambivalenza. I sostenitori possono affermare che “Antifa” sia soltanto un orientamento politico e non un’organizzazione; contemporaneamente, simboli, slogan, tattiche e campagne comuni assicurerebbero una certa capacità di coordinamento.
L’assenza di un comando centrale rende difficile: attribuire responsabilità collettive; distinguere aderenti e simpatizzanti; stabilire chi rappresenti il movimento; delimitare le frange violente; applicare categorie giuridiche costruite per organizzazioni gerarchiche.
Per l’autore, il decentramento non implica assenza di organizzazione: rappresenta piuttosto una diversa forma organizzativa, flessibile e difficilmente perseguibile come soggetto unitario. Sebbene, la tecnologia moderna di ultima generazione potrebbe essere di grande aiuto nell’identificazione dei singoli e dei gruppi realmente organizzati. Simboli e linguaggio sono parte integrante dell’organizzazione. Tra gli elementi più riconoscibili figurano: doppia bandiera rossa e nera; abbigliamento nero; volto coperto; slogan sull’azione diretta; riferimenti alla Resistenza; estetica rivoluzionaria; identificazione del fascismo come minaccia permanente.
Nella lettura di Lobosco, l’Antifa non agisce soltanto contro organizzazioni esplicitamente neofasciste: costruisce un’identità militante mediante una presenza continua del nemico fascista, reale o ridefinito.
Il fascismo storico possedeva caratteristiche determinate: partito unico, dittatura, nazionalismo radicale, corporativismo, militarizzazione e repressione dell’opposizione. Nell’uso contemporaneo, osserva a ragione l’autore, “fascismo” può diventare un’etichetta applicata a chiunque non sia omologato alla loro ideologia che va a braccetto anche con molti rappresentanti dell’area woke ovvero reti e movimenti LGBTQIA+, più facilmente identificabili: controllo dell’immigrazione; difesa dell’identità nazionale; critica delle politiche di genere; conservatorismo o tradizionalismo religioso; opposizione alla sinistra radicale; populismo; sovranismo; presenza pubblica di gruppi non graditi.
Quando la categoria si espande eccessivamente, perde precisione storica ma acquista efficacia politica. Non serve più soltanto a descrivere un’ideologia: serve a espellere l’avversario dal campo della legittimità democratica.
Questa tesi prosegue direttamente quella di Religione antifascista, in cui Lobosco presenta l’antifascismo moderno come una religione civile che necessita della sopravvivenza simbolica del fascismo per conservare il proprio ruolo morale.
C’è una zona di confine tra attivismo, intimidazione e violenza politica. Le pratiche attribuite alle componenti radicali includono verosimilmente, nel quadro dichiarato dall’editore: impedimento 0 tentativo di impedimento) di conferenze; contestazioni aggressive; danneggiamenti; scontri con la polizia; aggressioni a militanti avversari; individuazione pubblica dei nemici; campagne contro sedi, associazioni o attività commerciali; pressione sui luoghi che ospitano determinati eventi.
La logica sarebbe quella del no platform: alcune opinioni non devono essere confutate, ma private della possibilità di essere espresse, perché considerate già forme di violenza.
Lobosco contesta questo passaggio. Se la definizione di fascista viene stabilita dagli stessi militanti e se il fascista viene considerato una minaccia permanente, la violenza può essere presentata come difesa anche quando precede qualsiasi aggressione concreta.
Militanza o terrorismo?
L’eversione rossa che minaccia l’Occidente indica l’interpretazione dell’autore. Il volume si interroga sul limite oltre il quale la violenza antifascista possa essere qualificata come terroristica. Le categorie devono però essere distinte:
Categoria Caratteristica
Protesta radicale Azione conflittuale ma non necessariamente violenta
Disobbedienza civile Violazione pubblica e non violenta di norme
Violenza politica Uso della forza contro persone o beni per finalità politiche
Eversione Tentativo di sovvertire l’ordine costituzionale
Terrorismo Violenza destinata a intimidire una popolazione o costringere istituzioni
Non ogni danneggiamento o rissa politica costituisce terrorismo. Per applicare tale categoria servono elementi precisi: continuità organizzativa, finalità intimidatoria, progetto politico e natura degli obiettivi, che a chi scrive sembra di notare, in particolare negli ultimi due anni nelle manifestazioni di Torino, Milano, Genova, Roma, Palermo e, come già detto, in Val di Susa.
Kofi Annan scrisse che “Il terrorismo non è una forma di espressione politica. È un attacco ai valori fondamentali di libertà e rispetto dei diritti umani”. La prevenzione è la miglior cura, prima che, avvicinandosi una campagna elettorale che si annuncia molto calda, qualche disadattato sociale impari sul web a ricostituire le “nuove Brigate Rosse”, come gli jihadisti solitamente loro sodali, fanno per fanatismo islamista.
Matteo Castagna
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