Recensione del volume di Luca Tadolini, “Bologna: la pista israeliana” – Seconda edizione ampliata, 2026
L’oggetto del libro e la struttura dell’opera
Ci sono libri che chiedono di essere giudicati per la tesi che sostengono e altri che, prima ancora, obbligano a interrogarsi sul modo in cui una tesi storica diventa pensabile. Bologna: la pista israeliana di Luca Tadolini appartiene soprattutto a questa seconda categoria. Il suo oggetto dichiarato è la strage del 2 agosto 1980; il suo oggetto più profondo, tuttavia, è il sistema di relazioni internazionali, accordi riservati, apparati d’intelligence e conflitti per procura entro il quale l’Italia repubblicana esercitò — o tentò di esercitare — una propria politica mediterranea.
La seconda edizione ampliata riunisce i saggi della prima edizione, una rilettura del lavoro di Gian Paolo Pelizzaro sul Lodo Moro e, in appendice, il contributo di Claudio Mutti sul terrorismo sionista in Italia. Non è una monografia lineare, ma un dossier interpretativo progressivamente accresciuto: una struttura stratificata che costituisce insieme la forza e il rischio del volume.
Il contesto mediterraneo e il Lodo Moro
Il punto di partenza è noto, ma Tadolini lo sposta di asse. Bologna viene sottratta alla sola topografia politica italiana degli anni di piombo e reinscritta nello spazio mediterraneo della Guerra fredda: non soltanto NATO e Patto di Varsavia, dunque, ma Israele, OLP, FPLP, Libia, servizi italiani, reti rivoluzionarie transnazionali e diplomazie parallele. Il Mediterraneo del libro non è uno sfondo geografico: è un sistema operativo, una zona d’attrito nella quale alleanze ufficiali e accordi clandestini possono convivere finché non entrano in collisione.
Qui si trova il nucleo più interessante del volume. L’Italia descritta da Tadolini non è semplicemente una periferia obbediente del blocco occidentale, né una potenza autonoma in senso pieno. È piuttosto una potenza media che tenta di ampliare i propri margini di manovra attraverso una politica estera a doppio registro: fedeltà atlantica e, simultaneamente, interlocuzione privilegiata con il mondo arabo e palestinese.
Il Lodo Moro assume allora un valore che supera di molto la dimensione di patto di non belligeranza. Diventa il simbolo di una sovranità negoziata: uno strumento mediante il quale lo Stato prova a immunizzare il proprio territorio dagli effetti di un conflitto esterno accettando, in cambio, margini di transito e operatività altrui.
La domanda su Israele e il metodo indiziario
È su questa contraddizione strutturale che Tadolini costruisce la propria domanda: se l’Italia negoziava con i palestinesi, che cosa faceva Israele? L’autore rimprovera alle ricostruzioni alternative di avere seguito minuziosamente la “pista palestinese” senza interrogare con pari attenzione il soggetto contro il quale quelle organizzazioni combattevano. Nel saggio dedicato a Pelizzaro il ragionamento si precisa: ai rapporti italiani con l’OLP viene affiancata la documentazione richiamata nel volume su un parallelo canale riservato con Israele, definito “Operazione Venti”, e il Lodo Moro viene reinterpretato non come un rapporto bilaterale, ma come un equilibrio instabile fra impegni potenzialmente incompatibili.
Questa impostazione collega episodi spesso rimasti in fascicoli separati: i missili SAM-7 Strela di Ortona, l’arresto di Abu Anzeh Saleh, Thomas Kram a Bologna, la rete di Carlos, Argo 16, le dichiarazioni di Cossiga e Bellini e le presenze israeliane richiamate nelle fonti. Il procedimento è quello di un montaggio documentario: non una “prova regina”, ma una costellazione di elementi che acquistano significato quando vengono accostati.
Il libro pratica così un ragionamento indiziario: non soltanto “che cosa sappiamo?”, ma “quale configurazione rende intelligibili fatti che, isolati, sembrano eccentrici?”. È un metodo legittimo, purché resti rigorosa la distinzione fra documento, testimonianza, inferenza e ipotesi. Su questa frontiera il volume diventa insieme più stimolante e più esposto alla discussione.
L’ipotesi centrale e la rilettura delle fonti
L’ipotesi centrale viene formulata senza ambiguità: un carico di esplosivo collegato all’area palestinese e destinato a un obiettivo ebraico sarebbe transitato per Bologna; un intervento israeliano lo avrebbe intercettato e fatto esplodere, trasformando l’operazione in un messaggio rivolto insieme ai palestinesi e allo Stato italiano. Tadolini attribuisce alla ricostruzione una triplice razionalità: impedire l’attentato, colpire la rete di Carlos, punire la politica italiana ritenuta colpevole di accomodamento con l’area palestinese. La presenza di Kram, le dichiarazioni di Cossiga sull’ipotesi di esplosivo palestinese in transito e il bollettino dell’Agence Télégraphique Juive relativo a una bomba destinata a un istituto ebraico vengono trattati come tessere convergenti del medesimo mosaico.
La nuova parte dedicata a Pelizzaro rafforza l’ipotesi esposta dal Saggio, perché sposta il baricentro dalla pura contronarrazione alla critica interna delle fonti. Tadolini legge un’opera che sostiene la pista palestinese e tenta di mostrarne le omissioni significative: ciò che Pelizzaro documenta sui palestinesi proietterebbe, secondo lui, un’ombra simmetrica israeliana. È un procedimento più raffinato della semplice opposizione fra “versione ufficiale” e “versione alternativa”, perché lavora sulle aporie di una ricostruzione concorrente. La domanda decisiva diventa allora: se la crisi aperta dai missili di Ortona produsse una trattativa riservata e se quella trattativa ebbe una conclusione non documentata, che cosa accadde nel vuoto che separa la rottura del Lodo Moro dalla strage? È in quel vuoto documentario che il libro colloca la propria ipotesi più audace.
La prospettiva storica e i limiti della sovranità
L’appendice di Claudio Mutti allarga ancora la scala temporale. Dalla strage di Bologna il discorso retrocede agli attentati dell’Irgun nell’Italia del dopoguerra e ai sabotaggi contro mezzi destinati ai paesi arabi, per arrivare poi ad Argo 16, al caso Mattei e agli omicidi di esponenti palestinesi sul territorio italiano. La funzione è evidente: sottrarre l’ipotesi di un’attività clandestina israeliana in Italia alla dimensione dell’eccezione, inserendola invece in una lunga durata di operazioni, pressioni e conflitti.
Sarebbe un errore liquidare il libro a causa del carattere controverso della sua tesi. La sua utilità non consiste nell’offrire una nuova ortodossia da sostituire alla precedente, ma nel mostrare quanto la storia italiana degli anni Settanta e Ottanta diventi opaca se la si chiude entro i confini nazionali. Bologna, nella lettura proposta, smette di essere soltanto una città e diventa un nodo: fra Roma e Beirut, fra servizi occidentali e organizzazioni palestinesi, fra politica estera ufficiale e diplomazia clandestina, fra sovranità formale e dipendenze reali.
È questo il collegamento più fecondo suggerito da Tadolini. La questione non è soltanto individuare un possibile mandante diverso da quello stabilito nelle sentenze; è comprendere la vulnerabilità di uno Stato che cerca di praticare contemporaneamente appartenenza e autonomia. L’Italia del Lodo Moro appare come un paese che tenta di essere alleato senza essere interamente subordinato, mediterraneo senza cessare di essere atlantico, interlocutore del mondo arabo senza rompere con Israele. Una politica del genere può funzionare finché tutti gli attori accettano l’ambiguità. Quando l’ambiguità diventa incompatibilità, il margine diplomatico può trasformarsi in zona di rischio.
Conclusioni sulla rilevanza del testo
Per questo Bologna: la pista israeliana è, prima ancora che un libro su una pista investigativa, un saggio sulla sovranità italiana e sui suoi limiti. La tesi resta un’ipotesi da discutere, non un fatto dimostrato; ma le domande che la rendono possibile sono storicamente rilevanti. Il merito maggiore del volume è costringere il lettore a riaprire il quadro, a osservare ciò che accade ai margini dell’inquadratura e a domandarsi se il terrorismo italiano possa essere compreso senza la guerra invisibile che attraversava il Mediterraneo.
Il suo limite coincide quasi perfettamente con la sua ambizione: collegare molto significa anche esporsi al rischio di collegare troppo.
Ma è forse proprio questa tensione a rendere il libro intellettualmente produttivo. Tadolini non consegna al lettore una sentenza alternativa. Gli consegna una mappa di anomalie, precedenti, silenzi e coincidenze e lo costringe a decidere quanto peso attribuire a ciascuno. Per una vicenda sulla quale il conflitto fra memoria, politica, giustizia e storiografia resta così intenso, non è un risultato secondario.
Matteo Pio Impagnatiello
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