C’è, nel respiro dell’uomo contemporaneo, una sottile e costante stanchezza, un’incapacità quasi metafisica di portare il peso dell’esistenza come se la materia stessa fosse un carico intollerabile e insostenibile… tutto costringe, tutto grava! I figli, un tempo benedizione di ogni casa, sono vissuti oggi come un’incursione aliena nell’autonomia dei genitori, un costo d’affetto e di moneta che si preferisce declinare. Le donne sui social commentano dure e sarcastiche la vita delle poche famiglie con più di tre bambini; qualcuna ha dedicato la sua pagina personale alla meraviglia di una esistenza senza prole e, nei Paesi anglofoni, childfree (libero dal bimbo) ha sostituito l’espressione childless (senza figlio).
Il rifiuto dei legami e del lavoro
Il coniuge, da compagno di destino, diventa un’ombra minacciosa, il possibile schiavista del per sempre, un per sempre che ieri si sognava e ora si teme perché l’uomo odierno non sa abitare che l’effimero. Persino il lavoro si riduce ad una parentesi opaca, da schivare se possibile, da sopportare se necessario, certo non da amare, una servitù da consumare in attesa della sola liturgia sopravvissuta: la fuga del fine settimana.
La disperazione e lo smaltimento del corpo
E continuando a non sopportare la vita e gli impegni, l’uomo ha iniziato a non sopportare se stesso. Il vertiginoso aumento dei suicidi e la disperazione silenziosa delle depressioni sono la spia di una frattura interiore profonda. In questo orizzonte anche la morte ha perso il suo velo sacro per diventare una mera operazione di smaltimento. È di moda la cremazione, ammantata da un’estetica ecologica e razionale; sotto questa scelta, il presupposto avvilente: il corpo esanime, mai vissuto come tempio dello spirito, altro non è che un residuo d’ingombro, un rifiuto da cancellare per liberare spazio e memoria. È il trionfo tardivo di quel pensiero illuminista e massonico che, laicizzata la vita, ha desacralizzato anche la sua fine.
Il riposo nella terra nella tradizione medievale
Per oltre mille anni, lungo tutto il Medioevo, il problema di come seppellire il morto non si era mai posto come urgenza né ideologica né ecologica. I defunti riposavano attorno alle pievi, in cimiteri alle cui entrate campeggiava la scritta della speranza “resurrecturis”; erano nel grembo della terra in attesa del Risveglio, compagni silenziosi della preghiera dei vivi. Il corpo era riposto con la cura dovuta a una semente.
La svolta rivoluzionaria e il giudizio della Chiesa
Fu solo con la frattura della Rivoluzione Francese che il rogo si fece manifesto politico e filosofico: ridurre in cenere il cadavere o spostare i cimiteri lontano dal paese significava allontanare i morti dai vivi e far credere con maggior facilità che il corpo nulla era stato se non materia. La Chiesa, madre e custode della speranza anche nella carne, comprese subito la gravità della posta in gioco. Nel 1886, con fermezza, la Sede Apostolica vietò ai fedeli la pratica della cremazione, spingendosi a negare le esequie ecclesiastiche a chi avesse disposto per sé il rogo.
Le aperture conciliari e le norme recenti
Soltanto nel 1963, sotto il pontificato di Paolo VI, la disciplina venne temperata: la Chiesa chiarì che la cremazione non è in sé un male intrinseco e che, in casi di reale necessità, può essere tollerata, a patto che non sia scelta in disprezzo del dogma cattolico. Si era socchiusa la porta… Più di recente, nel 2016, Roma è tornata a ribadire che l’inumazione della salma nel cimitero rimane la forma espressiva più propria e congrua della fede nella risurrezione, ma se si sceglie la cremazione, le ceneri devono comunque riposare in un luogo sacro: è vietato disperderle nella natura o conservarle nell’intimità domestica come soprammobili, segni di un affetto egoista e privato.
Il valore sacro della carne nell’Incarnazione
Il rigore in questa materia, conservato per quasi duemila anni, non nasceva da una pignoleria rubricale, ma dal mistero tremendo e magnifico dell’unica religione al mondo che permette al corpo dell’uomo di entrare in contatto con quello del suo Salvatore. Un corpo così importante che Cristo si incarna in un corpo maschile e lo fa attraverso il corpo di una donna! La mistica Maria Simma, nelle sue rivelazioni sul Purgatorio, ricordava come le anime soffrenti non amino la cremazione, avvertendo in essa la fretta spietata dei vivi nel disfarsi del segno visibile dell’estinto, privandolo di quella preghiera incarnata che la visita alla tomba o il solo sapere che quella tomba esiste, sa rinnovare.
La sepoltura come gesto di attesa della Risurrezione
Per il cristiano, il corpo non è un involucro provvisorio o un abito da gettare quando si usura. Il corpo è il luogo dove la Grazia ha preso dimora mediante i Sacramenti. La carne, toccata dall’Olio Santo e nutrita dalla Particola, è destinata a risorgere. La sepoltura nella terra non è un atto di smaltimento, ma un gesto liturgico di attesa: si affida il corpo alla terra come si affida il grano al solco, nella certezza che ciò che è seminato corruttibile risorgerà incorruttibile. Cancellare la salma significa veicolare, più o meno consapevolmente, l’idea che la materia sia priva di valore eterno; restituire il corpo al riposo significa affermare che persino la nostra polvere ha un prezzo inestimabile agli occhi di Dio.
La promessa della salvezza totale
Se ci salveremo, rivedremo, se anche loro vivi per l’eternità, gli occhi di nostro padre e il sorriso della nostra nonna, degli amati, degli amici… nessuno perso se morto in Cristo perché Cristo dell’uomo ama tutto e tutto salverà… il Suo amore per noi è così assoluto che “anche i capelli del vostro capo sono tutti contati” …e non ci sarà un solo ricciolo che andrà perso, né un centimetro di pelle, né una fossetta di un sorriso amato.
di Irma Trombetta
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