Cinque mesi dopo. L’assassinio di Quentin e la Francia irriducibile
A cinque mesi dall’assassinio di Quentin Deranque per mano di un pugno di sicari antifascisti al soldo di parlamentari, abbiamo voluto cercare di trarre delle riflessioni sull’accaduto e sulle sue conseguenze.
Per farlo abbiamo voluto sondare il terreno proprio nella patria di Quentin.
Quanto segue è un’intervista informale svolta con Logan Djian, già responsabile della storica formazione nazionalrivoluzionaria Groupe Union Dèfense (GUD) in cui militò, negli anni ‘70, Jack Marchal.
Qual era la provenienza culturale e politica di Quentin Deranque?
Quentin era un giovane militante nazionalista cattolico.
Perché quel giorno si trovava al flashmob del Collettivo Nemesis?
Si trovava nei pressi della mobilitazione organizzata da Nemesis, su iniziativa di alcuni suoi amici che volevano offrire il loro sostegno al collettivo se necessario.
La dirigenza di Nemesis non era stata informata di questa presenza e questo tipo di iniziativa non corrisponde al suo modo di operare abituale.
Il collettivo non dispone di alcun servizio d’ordine durante le sue mobilitazioni, proprio per evitare questo genere di situazioni.
Solo aziende di sicurezza private possono talvolta essere presenti, mai movimenti politici.
È vero, come abbiamo letto nel parapiglia creatosi anche sui social all’indomani dell’aggressione, che c’è stata superficialità da parte di Nemesis nel gestire la situazione?
È difficile esprimere un giudizio definitivo su questa vicenda, poiché sono circolate numerose informazioni false o distorte.
Da quanto ne so, Nemesis è venuta a conoscenza di un alterco, ma mai di una persona ricoverata in condizioni critiche.
Con il senno di poi, penso che il timing delle critiche sia stato sbagliato.
Tutto è criticabile, certo, ma è preferibile evitare di riversare tutto in pubblico immediatamente, soprattutto quando non si hanno tutte le informazioni.
Stiamo parlando di un gruppo di giovani donne che sono state chiaramente sopraffatte dagli eventi.
Non le ritengo responsabili. La foto di Nemesis in un bar dopo l’aggressione mortale di Quentin era ovviamente inopportuna, ma non credo sia stata pubblicata con piena consapevolezza.
Cosa significa il sacrificio di Quentin per la causa nazionalrivoluzionaria in Francia?
Per noi, la morte di Quentin rappresenta il sacrificio supremo.
Quentin, come tanti altri militanti nazionalisti, combatteva solo, allo scoperto, contro un sistema totalitario e i suoi alleati. Siamo soli di fronte a una giustizia politica senza pietà, che non esita più a gettare in carcere giovani francesi senza una vera condanna per consegnarli, in detenzione, a un’immigrazione extra-europea che costituisce oltre il 90% dei detenuti. Una giustizia diventata arma di uno Stato che protegge i suoi aggressori e perseguita i suoi difensori.
Soli di fronte a un sistema mediatico bugiardo e pieno d’odio che ha subito etichettato Quentin come «nazista» per giustificare meglio il suo assassinio e che si impegna metodicamente a distruggere socialmente e professionalmente ogni militante: perdita del lavoro, chiusura dell’impresa, persecuzione, delazione, esclusione totale. Quanti dei nostri hanno visto la propria vita distrutta semplicemente per aver osato difendere la propria patria?
Soli di fronte a un’immigrazione di massa diventata una vera invasione, incontrollabile da decenni, che ha deturpato le nostre grandi città e le periferie e che oggi corrode anche i villaggi e le campagne di Francia.
Quentin era tra quelli che si rifiutavano di abbassare le braccia anche quando tutto sembrava perduto. In questa lotta disperata, incarnava quell’audacia francese indomabile, quella fiamma ribelle che rifiuta la sottomissione.
Simboleggia la resistenza di un popolo che non accetta il proprio sostituzione e il proprio annientamento programmato.
Quentin e tutti coloro caduti prima di lui in Francia, in Italia e in tutta Europa ci lanciano un appello del sangue: il loro sacrificio ci rende eredi. Continuare la lotta non è più soltanto una scelta, è ormai un dovere sacro.
E noi la porteremo avanti fino alla vittoria o fino al nostro ultimo respiro.
Lorenzo Roselli
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