In certi ambienti dell’estrema sinistra la violenza non è un tabù: viene percepita come uno strumento legittimo per “fermare l’avversario”.
Non è un’interpretazione teorica, lo dimostrano numerosi e drammatici episodi tra i quali emerge l’aggressione subita da Quentin, segnalata adeguatamente in questi giorni da Il Secolo d’Italia.
Il modo in cui i media trattano questi episodi, come fossero secondari, senza evidenziare e denunciare il concetto che la brutalità è normalizzata in alcuni contesti militanti, rende ancora più chiaro quanto appena espresso.
Il filo rosso che collega Roma e Parigi
Secondo l’articolo, ci sarebbero legami tra ambienti antagonisti italiani e francesi, in particolare tra Roma e Lione.
Non si tratta di complotti organizzati, ma di reti informali: partecipazioni comuni a mobilitazioni, scambi tra collettivi, contatti personali tra militanti.
Elementi che hanno spinto il vice presidente della Camera Fabio Rampelli a chiedere verifiche sui collegamenti tra i circuiti antagonisti dei due Paesi. Il problema che noi evidenziamo non è la cooperazione politica: esiste in tutte le forme di militanza, bensì la consolidata prassi di non denunciare a chiare lettere che la rete potrebbe favorire e propagare un ambiente in cui colpire fisicamente l’avversario diventa normale e la violenza non più eccezionale ma possibile e forse anche voluta conseguenza.
Il clima di odio creato dalla sinistra
È dentro questa dinamica che episodi come quello di Quentin smettono di essere isolati. Non serve una regia centrale: basta un clima culturale in cui l’aggressione è tollerata, minimizzata o giustificata. In queste condizioni, la distanza tra parola d’ordine e azione concreta si accorcia rapidamente.
Ignorare segnali del genere non è prudenza, è ingenuità politica se non addirittura arroganza e spregio. Se certe reti radicali circolano liberamente tra Paesi europei, il rischio che se ne perda il controllo non è remoto.
La violenza tollerata in certi ambienti finisce per produrre conseguenze drammatiche e tristemente note.
Gianluca Mingardi
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