Io non credo, come sostengono i pochi bravi sacerdoti che osano affrontare questo tema, che la volgarità che caratterizza gran parte del make-up e degli outfit moderni risieda solo nella quantità di prodotto usato e di pelle scoperta; credo l’ineleganza stia soprattutto nella perdita totale dell’armonia, della gerarchia e del mistero.
La parola cosmesi condivide la stessa radice di cosmo cioè ordine, armonia, equilibrio.
Il trucco correttamente inteso è l’arte della sottrazione e della luce, un velo impercettibile per esaltare… non il cerone della finzione!
La scelta contraria è ugualmente deleteria: la gradevolezza è misura della nostra socialità, ma anche del nostro amor proprio; mi devi accettare come sono è una violenza che quasi mai l’interlocutore merita!
Anche nel vestire contemporaneo si consuma un doppio tradimento: da un lato l’ostentazione sguaiata, dall’altro la resa, spesso totale, alla trascuratezza.
Smarrita è anche la capacità di indossare un abito che sappia dialogare con il corpo e con il contesto…e il corpo muta…il contesto anche!
La volgarità contemporanea non è solo un fatto estetico, ma un atteggiamento verso se stessi e verso lo spazio pubblico.
La perdita del rito e della lingua
Un tempo ogni luogo e ogni momento della giornata richiedevano una specifica misura visiva, oggi, venuta meno la percezione del contesto, l’appiattimento degli stili annulla ogni gerarchia.
È l’oblio del Rito ad aver ucciso l’eleganza; in ogni cultura è il rito che dà forma all’esteriorità; lo sciamano veste un abito diverso dal guerriero e sia l’uno che l’altro vestono in modo diverso quando il momento e la funzione differiscono.
La veste in ogni società tradizionale si oppone al caos, mostra lo stato sociale, l’età, il ruolo e, così facendo, definisce per gli altri (ma persino per se stessi!) il limite.
È negli Usa, laddove nasce il casual e l’assoluta indifferenza al ruolo dell’abito, che la lingua diventa sempre più sguaiata, contratta, de-poetizzata.
Le emozioni complesse, le obiezioni articolate e le sfumature di giudizio vengono liquidate in acronimi o in povere espressioni gergali, ma c’è una differenza sostanziale tra la concisione, che è virtù stilistica e misura, e la mutilazione.
Quando si sostituisce la precisione dell’aggettivo con l’interiezione e la struttura del discorso con l’abbreviazione, la lingua non si fa più efficiente, ma più sorda alla complessità.
La fine dell’eleganza e della misura
Il rischio dell’americano contemporaneo e delle lingue che lo imitano è quello di trasformarsi in idiomi puramente funzionali, codici di segnali acustici e visivi utili a scambiare informazioni primarie, ma inadatti a custodire la memoria, il dubbio e la poesia.
Il ben vestire e il ben parlare sono indissolubilmente legati perché la parola come il trucco e come la veste, è al servizio del rito, dell’appartenenza sociale di chi la usa, del suo posto nel mondo: una società che ben veste, bene parla…sempre!
Chi ha più da perdere in questo gioco al massacro è la donna perché era l’eleganza la sua primaria forma di sovranità.
C’era un tempo in cui la donna vestiva bene e la parola femminile possedeva una misura segreta, un ricamo di sfumature, ritrosie e fermezze capaci di disarmare la rozzezza.
Il turpiloquio, un tempo strappo drammatico, è diventato intercalare quotidiano purtroppo anche femminile, ma la differenza tra donna e uomo (oggi si parla, scioccamente, di superiorità femminile) non sta nelle capacità multi-tasking (ma parliamo bene…poliedriche!) femminili!
La differenza sta(va) nella raffinatezza dei sentimenti e dei modi…
La dissoluzione della mascolinità e del mistero
Nessun crollo avviene in solitudine!
Alla perdita del mistero femminile corrisponde la dissoluzione della mascolinità.
L’uomo di oggi, privato della sua vocazione di costruttore, difensore, procacciatore, si è smarrito in due misure egualmente decadenti: l’imbarbarimento informe o l’estetismo del vuoto; un uomo che non conosce la misura, che non sa farsi scudo né principio ordinatore, non è più in grado di scorgere né di invocare l’eleganza nella donna.
Dove manca lo sguardo capace di riconoscere il Sacro, la sacerdotessa smette di vestire i suoi paramenti perfino nel momento sacro della maternità.
Ed è così che l’uomo si affianca non più a donne, ma a protagoniste dei marciapiedi, spesso virtuali, ma non solo, signore che il suo bisnonno avrebbe giudicate eccessive in un bordello.
Quando l’eleganza muore, muore la capacità di creare distanza e dove non c’è distanza svanisce il mistero; laddove non c’è più spazio per il pudore del riguardo, resta solo la schiacciante volgarità del contiguo: una massa indistinta, vestita di stracci, industriali o firmati non importa, che parla una lingua priva di sillabe sacre, incapace di riconoscere che la vera regalità non sta nell’apparire, ma nella severa, altissima disciplina dell’essere.
Irma Trombetta
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