Il comizio di chiusura del centrodestra nella campagna elettorale per le regionali della Campania si è concluso con il coro “Chi non salta comunista è!”, con tanto di balletto sul palco da parte di Giorgia Meloni. A noi la scena non è piaciuta particolarmente, ma, nell’epoca della politica pop, desacralizzata, svuotata di qualunque solennità, abbiamo assistito a ben di peggio.
I ricordi spaziano dalla coccinella scelta da Fini come simbolo per la “convention” (parlare di congresso o di assemblea sembrava brutto) di AN, alle barzellette di Berlusconi, dalle figurine Panini in omaggio con l’Unità di Veltroni, alle esibizioni danzanti di Obama e consorte. Però quel coro in stile calcistico al comizio campano, con annesso balletto, i compagni di tutte le sfumature non l’hanno proprio digerito. E sono saltati in massa, sulle rispettive sedie e poltrone, non appena appresa la notizia. Certo, non è stata un’adesione all’invito meloniano di dimostrare di non essere comunisti, ma esattamente il contrario. Sono stati salti di rabbia di chi era stato punto nell’orgoglio per quel passato scomodo.
Il passato “glorioso” del comunismo nostrano
E allora è stato un fiorire sui social di immagini di Berlinguer, esibite da veri esponenti della sinistra vecchia e meno vecchia (di giovane oggi si vede assai poco…), quali riprove di un passato glorioso, di un partito senza scheletri nell’armadio, della specificità del comunismo italiano, sempre troppo idealizzato. Dimenticando che il comunismo è stato equiparato al nazionalsocialismo da una risoluzione del Parlamento Europeo del 2019, votata anche dal gruppo dei Socialisti e Democratici, di cui fa parte il PD. Dunque, in Europa la sinistra condanna il comunismo, mentre in Italia lo rivendica, sia pure in reazione ad un coro da stadio.
Il tutto condito da considerazioni del tenore di “Come è caduta in basso la Meloni…” , da parte di chi, magari, considera lo spettacolo di Elly Schlein che si dimena sui carri del Gay Pride come un’espressione di alta politica… È curiosa, poi, la sottolineatura della presunta specificità del PCI rispetto agli altri partiti comunisti. Siccome in Italia non c’è mai stata una dittatura della falce e martello, ne discenderebbe che il comunismo italiano sia stato una variante buona, democratica, illuminata.
La svolta di Jalta
Ma cosa ci dice la Storia? La cosiddetta “svolta di Salerno” del 1944, promossa da Palmiro Togliatti su ordine di Stalin, segnò l’entrata dei comunisti nel governo Badoglio. Successivamente gli accordi di Jalta, con cui il mondo fu suddiviso in zone di influenza, sovietica o statunitense, portarono all’abbandono della prospettiva di una rivoluzione di tipo sovietico in Italia, essendo stato stabilito che la nostra nazione fosse nell’orbita di Washington.
Non fu, quindi, per il buon cuore dei compagni italiani se non abbiamo avuto una dittatura rossa, ma per precise ragioni di geopolitica e per le rigide direttive di Mosca. E neppure così il comunismo italiano può dirsi esente da crimini. Non possono essere minimizzati i massacri compiuti dai partigiani rossi, anche a guerra finita, in tante zone della penisola, con particolare accanimento nell’area del “Triangolo della morte”, così come la collaborazione attiva con gli infoibatori titini. Non è mai esistito un comunismo pacifico e democratico, al netto della buona fede di molti militanti.
Il comunismo, per citare l’enciclica Divini Redemptoris del 1937 di papa Pio XI, è “intrinsecamente perverso”, portatore, ovunque si sia affermato e senza eccezioni, di dittatura, morte e miseria. E pazienza se un coro da curva cantato saltellando irrita tanto i compagni nostalgici di un sogno abortito. Facciano a meno di saltare.
Raffaele Amato
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