L’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) è stata costituita a Roma il 6 giugno 1944, quando la parte centrale dell’Italia era stata liberata, mentre il Nord era ancora controllato dai tedeschi.
Il 5 aprile 1945 l’ANPI è stata riconosciuta come “ente morale”. Originariamente riservata ai soli partigiani, nel corso del tempo ha aperto ufficialmente le iscrizioni a tutti coloro che si impegnano a realizzare i valori della Costituzione nata dalla Resistenza. Ufficiosamente, questa scelta fu lo specchietto per le allodole per mantenere in vita un ente di sinistra facendo fronte ai naturali decessi dei reduci.
Una parte delle risorse proviene dalle quote associative annuali. Nel 2024, la tessera ordinaria costava 20,00 €, mentre quella per studenti 15,00 €. L’ANPI beneficia di donazioni private e della possibilità di ricevere il 5×1000 dell’Irpef. Fin qui, non ci sarebbero particolari rilievi da fare.
Ma l’associazione riceve contributi statali e pubblici, legati spesso alla sua funzione di conservazione della memoria storica e a progetti specifici. L’associazione conta oltre 160.000 iscritti (dato 2024-2025) di cui la maggioranza assoluta, essendo trascorsi oltre ottant’anni dalla fine della guerra, ha lasciato questo mondo o, comunque, non ha mai imbracciato un fucile contro i nazisti, quanto più plausibilmente contro i fagiani.
Nel 2025, è stato indicato un contributo tramite decreto ministeriale della Difesa di circa 92.000 euro. Alcune regioni, come l’Emilia-Romagna, hanno incrementato i fondi per la memoria storica, destinando risorse a realtà come l’ANPI nel triennio 2025-2027.
Solo un’associazione Combantentistica?
«Io mi iscrivo all’ANPI perché la Resistenza non sia solo memoria del passato ma pratica del presente», era lo slogan utilizzato per la Campagna di tesseramento degli artisti, da una idea di Dacia Maraini e Concita De Gregorio dell’agosto 2010.
Aderirono alcuni nomi illustri dello spettacolo nostrano, tra cui: Marco Bellocchio, Andrea Camilleri, Liliana Cavani, Simone Cristicchi, Ellekappa, Sabrina Ferilli, Dario Fo (nonostante la militanza nell’ RSI) e Franca Rame, Giorgia, Irene Grandi, Monica Guerritore, Margherita Hack, Fiorella Mannoia, Neri Marcorè, Mario Monicelli, Moni Ovadia, Michele Placido, Gigi Proietti, Toni Servillo, Paolo Sorrentino, Sergio Staino, Vauro, Gustavo Zagrebelsky.
L’ANPI continua ad essere considerata un’associazione combattentistica e riceve finanziamenti pubblici nonostante i partigiani rappresentino solo una minima parte dei suoi componenti.
Per quanto concerne la memoria, ogni piazza, via o borgo italiani che abbiano visto protagonisti i partigiani vengono ricordati, celebrati ogni anno dalle Istituzioni e le gesta della guerra civile si studiano a scuola, fin dalle elementari.
Una “cultura” antifascista
Quanto alla “pratica del presente” riferita alla Resistenza, si osserva la penetrazione in ogni luogo, in ogni amministrazione, ministero, magistratura, parlamento, ente pubblico, università, redazione di media e poi scritti, libri, documentari, film, conferenze, ricorrenze, campagne di marketing e social, tanto che ovunque, in Italia, la cultura antifascista è predominante e sedimentata nel tempo.
Nella piena libertà di onorare degnamente i propri defunti e di ricordare la verità storica o anche la sua versione romanzata ed edulcorata, l’esistenza dell’ANPI ha un senso, ma solo se chi combatté per Salò o ne è in continuità ideale può fare la stessa cosa, con fondi pubblici, perché il sangue dei vinti merita la “pietas” nel senso classico, tipico della nostra civiltà, di cui l’antifascista Gianpaolo Pansa si fece, non da solo, interprete leale. Altrimenti si perpetua un clima di odio politico, che non ha alcun senso di esistere, nell’era post-moderna.
“Missione” anacronistica
L’ANPI ha una mission oggettivamente anacronistica e, a tratti, celebrativa di una esaltazione storica che non è confermata da fonti Alleate anglo-americane né da quelle dell’opposta fazione, sia perché la Resistenza non fu mai una milizia riconosciuta, sia perché tutti gli studiosi concordano nel ridimensionare ampiamente il suo apporto effettivo alla liberazione dell’Italia dai tedeschi e dai legionari di Mussolini.
10mila furono i combattenti dopo l’8 settembre del ‘43, poi 20-30 mila nel febbraio-marzo del ‘44 e successivamente – i numeri certificati sono usciti sul Portale dell’Archivio centrale dello Stato – diventarono 130mila nei giorni precedenti il 25 aprile del ‘45, quando ci fu la Liberazione. Nei giorni successivi, a bocce ferme o quasi, a pericolo scampato, i dati ufficiali dicono che i partigiani arrivarono a 250mila.
Il dato essenziale è che l’epopea partigiana fu tutt’altro che maggioritaria. Anzi, non fu affatto un fenomeno di massa. Secondo la teoria di Umberto Eco, giudicata assurda anche da molti suoi amici, esiste il «fascismo eterno», l’ur-fascismo, e dunque questa costante antropologico-politica deve avere eternamente qualcuno che la contrasti.
In realtà, un ente finanziato con fondi pubblici, composto da persone fuori limiti d’età, per mantenere in vita il “fascismo immaginario” è un’anomalia tutta italiana, che la politica dovrebbe risolvere, smettendo di finanziarla, così che possa agire legittimamente come ogni altra associazione.
Un dopolavoro per ghostbusters?
Il Messaggero del 24/4/2019 ricorda che “non è più il dopolavoro dei vecchietti di un tempo, dove ci si raccontava storie o leggende delle proprie peripezie con il mitra in mano («Quella che volta che mi si parla davanti un nazista dagli occhi di ghiaccio, e io… bum, bum bum … l’ho steso con il mio mitra»), ma luogo da cui si vede in ogni cosa la traccia del ritorno del Duce”.
Dunque, è in tale mantra distopico e patologico che si incista la radice dell’odio rosso, che pervade i giovani fino a spingerli ad atti di terrorismo in piazza, poiché vien loro insegnato che chiunque abbia un’idea economica, politica, sociale o morale differente è un nemico “fascista” da eliminare. Non un avversario col quale confrontarsi sugli argomenti.
Per questo motivo idealmente disumano, con un Charlie Kirk si rifiuta il dialogo per dimostrare dove sbaglia, ma si ritiene più giusto sparargli.
George Orwell – non certo un reazionario destrorso – sul settimanale Tribune nel 1946 scrisse: «La parola fascismo ha perso ogni significato e designa semplicemente qualcosa di indesiderabile».
Foibe e negazionismo
I Padri costituenti, quasi tutti reduci partigiani, inserirono l’impossibilità di ricostituzione del disciolto PNF come “disposizione transitoria” perché ritenevano che con la morte dell’ultimo repubblichino si sarebbe potuta tranquillamente togliere. Invece è, anch’essa, ancora in vigore, come argine ad un pericolo inesistente, per condizioni storiche, economiche, sociopolitiche e perché il “fascismo immaginario” è il feticcio che la galassia progressista può sventolare per delegittimare tutti coloro non siano prostrati ai loro desiderata.
Avvicinandosi il 10 febbraio, giorno del Ricordo delle vittime nelle Foibe, l’ANPI si distingue per il suo incredibile ed intollerabile negazionismo o riduzionismo, utili a celare le peggiori porcherie cui si prestarono molti compagni agli ordini del Maresciallo Tito, nella pulizia etnica contro gli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia.
Già a Salerno nel 2021 l’ANPI negò la pulizia etnica, parlando di “esito finale di una guerra”, ripreso da FdI come “tesi spregevole”. L’Anpi: «Le foibe sono un’invenzione dei fascisti, Basovizza è fandonia», su ilgazzettino.it. Anpi Rovigo choc: “Le foibe? Un’invenzione dei fascisti”, su ilgiornale.it. Rovigo, Anpi choc: «Le foibe sono un’invenzione storica». Salvini: «Fate schifo». I vertici nazionali si dissociano, su corrieredelveneto.corriere.it. Foibe, ‘Basovizza pozzo abbandonato’: bufera per tweet Anpi Brescia, su adnkronos.com. Dall’Anpi lezione negazionista: ‘Foiba Basovizza, solo un pozzo’, su ilgiornale.it. Ora l’Anpi sponsorizza il convegno che nega le foibe, su ilgiornale.it. Un parco per Norma Cossetto?
Il vicepremier Salvini: rivedere i contributi alle associazioni che negano le stragi fatte dai comunisti nel dopoguerra. L’associazione nazionale prende le distanze: iniziativa di Parma non condivisibile (parma.repubblica.it).
Stop ai contributi ai negazionisti!
Foibe, «Stop contributi ai negazionisti»: in Veneto passa la mozione di FdI. Batosta per l’Anpi (secoloditalia.it).
La perla disgustosa e profondamente offensiva per i caduti e le loro famiglie, viene segnalata da Francesco Storace su Il Secolo d’Italia. I partigiani scrivono un comunicato: «Che il Giorno del Ricordo diventi davvero e finalmente un momento di memoria di tutte le vittime civili, italiane e slave, e di denuncia delle gravissime responsabilità del regime fascista, le cui colpe sono state sminuite o semplicemente rimosse».
Vogliono celebrare le vittime slave e lo dicono affondando le unghie nella carne viva di chi quella storia l’ha vissuta attraverso il sacrificio dei propri cari. E hanno la faccia tosta di chiedere «sobrietà, rigore e completezza, senza alcuna faziosità».
Indro Montanelli diceva trent’anni fa che l’Italia era «il Paese del reducismo: tutti erano reduci da qualcosa e tutti erano presidenti di qualcosa. Con tutto il rispetto che merita la storia dei partigiani italiani, il fatto che oggi ci sia ancora un’associazione che ne porti il nome come fatto presente è già di per sé un’anomalia».
Storace conclude l’articolo con una chiosa condivisibile: “Bisognerebbe invece smetterla col linguaggio dell’odio e approcciarsi con realismo e rigore a quella tragedia. Ma siccome il mandante di quell’enorme eccidio, c’è chi ancora non riesce a rimuovere quella crudeltà dall’album di famiglia”.
La sinistra italiana e l’odio che la qualifica
È ciò che ho denunciato spesso nei miei scritti e nel mio ultimo libro “All’estrema destra del Padre” (ed. Solfanelli, 2025, pagg 158, eu. 12,00) in cui c’è un capitolo dedicato alle Foibe, cadute nell’oblio colpevole e voluto per decenni: questo odio stalinista, sovietico, leninista, titino si continua a palesare perché la sinistra italiana non ha ancora fatto i conti con la sua storia, vivendo sugli allori dell’aver vinto la Seconda guerra mondiale.
Senza alcuna sobrietà, ma con tanta umiltà e chiarezza, ANPI e sodali dovrebbero far pace con la verità, ammettere i gravi errori, togliere la sabbia messa sotto il tappeto, aprire gli archivi e lavare i panni in Arno. Questo è l’unico modo per riportare serenità in un Paese che deve guardare al futuro senza menzogne, senza ipocrisie e senza il freno a mano tirato a causa delle nefandezze comuniste e post-comuniste.
Matteo Castagna
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