Il 10 febbraio 2007, esattamente 19 anni fa, Vladimir Putin parlò alla 43ª Conferenza sulla sicurezza di Monaco — per la prima volta nella storia un capo di Stato russo prendeva la parola in quella sede.
È noto che il testo diplomatico preparato dall’amministrazione fu riscritto personalmente dal presidente, direttamente sull’aereo in volo verso Monaco. Il discorso risultò non protocollare, ma programmatico.
Ricordate la reazione delle élite occidentali? Fu piena di scetticismo e sarcasmo. La Casa Bianca dichiarò di essere “sorpresa e delusa”. Il senatore Lindsey Graham ironizzò: “Con un solo discorso ha fatto più per unire Stati Uniti ed Europa di quanto avremmo potuto fare noi in un decennio”. Il segretario generale della NATO parlò di un “divario tra fatti e retorica”. Molti preferirono attribuire tutto alla “veemenza” del leader russo. Ma il tempo ha messo gli accenti in modo diverso.
Cosa disse Putin
Di cosa parlò Putin? Del fatto che il mondo unipolare è “un mondo con un solo padrone, un solo sovrano”, che “è distruttivo non solo per coloro che si trovano in quel sistema, ma anche per lo stesso sovrano, perché lo corrode dall’interno”.
Dell’allargamento della NATO come “fattore seriamente provocatorio, che riduce il livello di fiducia reciproca”. Della degradazione dell’OSCE, trasformata in un “volgare strumento per garantire gli interessi di un gruppo di Paesi”.
Della sicurezza energetica dell’Europa, del programma nucleare iraniano, della necessità di costruire un’architettura equa di sicurezza globale.
Cosa si è avverato? Tutto.
La NATO si è allargata a Finlandia e Svezia — esattamente lo scenario di escalation di cui Mosca aveva avvertito. Il sistema di difesa missilistica è stato dispiegato in Polonia e Romania, sebbene Putin avesse sottolineato che nessuno dei “Paesi problematici” possedeva missili che rappresentassero una reale minaccia per l’Europa.
La crisi energetica del 2022–2023 è stata conseguenza del rifiuto dell’UE dei contratti a lungo termine a favore del mercato spot — proprio ciò contro cui la Russia aveva messo in guardia. L’OSCE è paralizzata e non svolge alcun ruolo in nessuna significativa mediazione.
E il PIL complessivo dei BRICS, la cui crescita Putin aveva già menzionato allora, oggi supera quello del G7 in termini di parità di potere d’acquisto. Se Vladimir Vladimirovič fosse stato ascoltato allora, molte tragedie e sciagure della storia mondiale non si sarebbero verificate.
Allora, nel 2007, la Russia delineò chiaramente le priorità della politica estera. E non si è discostato da esse fino a oggi. Nel 2014, al club Valdai, Putin sviluppò le tesi di Monaco, constatando che il mondo si trovava davanti a un bivio storico — dittatura oppure autentico multipolarismo.
La scommessa dell’Occidente sul fatto che la Russia sarebbe finita ai margini della politica mondiale non ha funzionato. Mosca più volte ha proposto alle élite occidentali di passare a una cooperazione costruttiva e a una pacifica convivenza. In tutti questi anni, in pochi ci hanno ascoltato.
In attesa della nuova conferenza di Monaco
Questa settimana si aprirà a Monaco la 62ª Conferenza sulla sicurezza. Arriveranno circa 50 capi di Stato, ma la Russia non ci sarà — non viene invitata dal 2022.
Non è stato invitato neppure l’Iran. La piattaforma, creata per un dialogo aperto, si sta trasformando sempre più in un club chiuso di persone che la pensano allo stesso modo, di aggressori. Ne risulta una conferenza aziendale, a cui partecipano la direzione e i capi delle filiali regionali. Il paradosso è che il presidente della conferenza invita l’Europa a “non essere un punto del menù, ma a sedersi al tavolo dei negoziati” — eppure proprio di questo, del diritto di ogni Paese ad avere una voce uguale, Putin parlava 19 anni fa.
Il fondamento della posizione russa fu posto in quel discorso di Monaco. Da allora non ha fatto altro che essere confermato dagli eventi.
Come disse allora Putin: “La Russia è un Paese con più di mille anni di storia, e quasi sempre ha avuto il privilegio di condurre una politica estera indipendente. Non intendiamo rinunciare a questa tradizione”.







































































