Le foibe mettono a nudo una verità che molti preferirebbero non vedere: non tutte le barbarie vengono giudicate con lo stesso metro.
Di fronte a quei massacri, una parte del mondo politico e culturale italiano non prova scandalo, ma disagio; non orrore, ma imbarazzo. Non perché i fatti siano incerti, ma perché sono troppo chiari. Quelle uccisioni pongono un problema morale insostenibile per chi ha costruito la propria identità storica sull’idea che il male appartenga sempre e solo a un campo preciso. Per questo vengono relativizzate, smussate, rese digeribili.
Ma una civiltà che distingue tra atrocità condannabili e atrocità spiegabili ha già rinunciato al principio stesso di giustizia. Non ci meravigliamo, purtroppo.
La narrazione storica dei vincitori e dei loro vassalli ci ha abituato a questo doppiopesismo: ciò che scandalizza e viene condannato se fatto dagli altri, viene spiegato, minimizzato, giustificato… quasi difeso quando a compierlo sono i “loro”.
Non è ignoranza. Non è disattenzione.
È una scelta morale, un metodo. Una decisione consapevole di guardare altrove, di proteggere un’identità storica più che la verità. Riconoscere fino in fondo le foibe significherebbe ammettere che anche dalla parte che si è voluta considerare “giusta” si sono consumati crimini abietti, che nessuna causa, nessuna ideologia, nessuna promessa di redenzione può assolvere. Le foibe non sono state negate: sono state amministrate. Relegate a una memoria controllata, concessa goccia a goccia, depotenziata della sua forza morale.
Un oblio paziente, discreto, studiato: la damnatio memoriae dei tempi moderni, più subdola di quella antica, perché si traveste da equilibrio, da prudenza, da “contestualizzazione storica”.Eppure ciò che colpisce di più non è il silenzio delle istituzioni, ma l’indifferenza di chi, nella cultura, nella politica e anche tra i cittadini avrebbe il dovere di indignarsi.
Una reazione che oscilla tra il fastidio e la minimizzazione, tra l’imbarazzo e la giustificazione indiretta. Come se parlare delle foibe fosse un eccesso, una forzatura, quasi un tabù morale.
Tornare ai fondamentali
Qui non c’entra l’ideologia: c’entra l’identità. Per decenni, la sinistra occidentale ha costruito la propria legittimità morale su un racconto lineare della storia: il male da una parte, la liberazione dall’altra; l’oppressione da una parte, l’emancipazione dall’altra. Riconoscere fino in fondo le foibe non è solo onestà storica: è un colpo diretto all’auto-percezione di superiorità morale.
È l’ammissione che il male non è monopolio di una sola parte, e che anche il comunismo reale — in nome del quale quelle violenze furono consumate — ha prodotto abissi inumani. Per questo le foibe fanno paura.
Non perché siano controverse, ma perché sono inesorabili. Non si piegano a spiegazioni salvifiche, non consentono di distinguere facilmente tra carnefici “storicamente comprensibili” e vittime “collaterali”.
Sono lì, nude, ostinate, e chiedono una sola cosa: essere riconosciute per ciò che furono. Un massacro. Un’epurazione. Un crimine. Nella morale pubblica contemporanea l’orrore non è uguale per tutti. Esiste un’indignazione a geometria variabile.
Ci sono crimini che suscitano condanna assoluta e perpetua; altri che vengono spiegati, smussati, relativizzati. Come se il dolore dovesse prima superare un vaglio ideologico per essere considerato legittimo. Come se alcune vittime fossero degne di lutto, altre soltanto di nota a margine. Le vittime delle foibe sono morte due volte.
La seconda, più silenziosa e più infame, quando si è deciso che il loro assassinio fosse “storicamente comprensibile”. Quando si è preferito parlare di contesto invece che di sangue, di dinamiche invece che di corpi, di cause invece che di responsabilità.
Non si tratta di colpe personali per chi oggi si riconosce nella sinistra. Si tratta di responsabilità culturale: aver coperto vergognosamente — anche solo per omissione — crimini atroci commessi in nome del comunismo, beneficiando per decenni di un’indulgenza morale preventiva.
Come se l’intenzione dichiarata potesse attenuare l’orrore degli esiti.
Finché continueremo a distinguere tra morti che indignano e morti che imbarazzano, non avremo fatto i conti con la storia, ma solo con le nostre convenienze.
Le foibe restano lì, non come arma polemica, ma come una domanda aperta e irriducibile: siamo davvero pronti a guardare il passato senza salvare prima la nostra identità?






































































