𝗠𝗲𝗻𝘁𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮 𝗰𝗶 𝘀𝗶 𝗱𝗶𝘃𝗶𝗱𝗲 𝘀𝘂 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼, 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗶𝗻𝗼 𝘀𝘂𝗹𝗹’𝗲𝘃𝗶𝗱𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻’𝗶𝗻𝘃𝗮𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲, 𝗹𝗮 𝗦𝗽𝗮𝗴𝗻𝗮 𝗿𝗲𝗴𝗮𝗹𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗹𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗣𝗮𝘁𝗿𝗶𝗮.
Ceuta, 2 settembre. Quella che doveva essere solo la festa civile della Città Autonoma di Ceuta si è trasformata in una gigantesca mobilitazione nazionale.
Migliaia di persone in tutta Spagna sono scese in piazza per sostenere Ceuta, più di un mese dopo quell’entrata massiva di migranti avvenuta tra il 30 e 31 luglio. Il dato politico che i giornali di regime tacciono è questo: a rispondere all’appello non è stata solo la destra, ma quasi la totalità del municipalismo spagnolo.
Mobilitazione “Ceuta Unisce”
La mobilitazione è nata da un doppio binario: l’iniziativa cittadina spontanea partita dai social e la convocazione istituzionale lanciata il 25 agosto dalla Federazione Spagnola di Comuni e Province (FEMP), guidata da María José García-Pelayo, che ha chiamato tutti i sindaci a radunarsi davanti ai propri municipi alle ore 20.00. La FEMP rappresenta 8.132 Comuni spagnoli. Ebbene, già prima del 2 settembre più di 260 comuni avevano ufficialmente sostenuto le convocazioni secondo Europa Press, e la piattaforma civica “Ceuta ci unisce” ha censito 317 concentrazioni confermate in 46 province, da Madrid a Barcellona, da Siviglia a Valencia e Saragozza. Il punto è un altro, ed è rivoluzionario per chi conosce la sinistra italiana: hanno aderito anche 𝘈𝘺𝘶𝘯𝘵𝘢𝘮𝘪𝘦𝘯𝘵𝘰𝘴 amministrati da Podemos e dal PSOE.
Nonostante il Gruppo Socialista, Podemos, ERC e Junts abbiano accusato la presidenza della FEMP di aver agito unilateralmente, nelle piazze c’erano anche loro. Perché quando la Patria è sotto attacco, gli spagnoli sanno mettere da parte la tessera partitica. A Madrid, circa 50.000 persone si sono concentrate davanti a Piazza Cibeles, secondo i dati forniti dalla Delegazione del Governo. A Valencia migliaia in Piazza Municipio. A Barcellona 500 persone in Sant Jaume.
Ceuta non si arrende
E a Ceuta, epicentro emotivo, le Murallas Reales piene di bandiere spagnole al grido di “Ceuta unita non sarà mai vinta”, “Un 𝘤𝘢𝘣𝘢𝘭𝘭𝘢 (ovvero sgombro = soprannome con cui i marinai e commercianti dei porti vicini iniziarono a chiamare gli abitanti di Ceuta perché spesso pescavano, vendevano e mangiavano quel tipo di pesce) non si arrende mai” e soprattutto “Ceuta non si vende, si difende”. Da un lato PP e Vox che, con il Presidente di Ceuta Juan Vivas, ribadiscono che l’integrità territoriale è indivisibile e chiedono sicurezza. Dall’altro la sinistra radicale di Podemos che sfila con lo slogan “Fermiamo il razzismo”. Certo, la piazza era divisa sui migranti, ma unita su un punto: l’attacco frontale a Pedro Sánchez.
Destra e sinistra; “Dimissioni”
Da destra a sinistra, lo slogan era uno: dimissioni. Il presidente del PP Alberto Núñez Feijóo ha tuonato: “Una città spagnola è stata invasa, è stata occupata, e lo è stata con la conoscenza del Governo di Spagna”. Il leader di Vox Santiago Abascal ha parlato di menzogne di ministri e governo.
E persino l’elettorato di sinistra non ne può più: secondo l’istituto di ricerca di mercato e sondaggi d’opinione politica “Sociométrica”, l’81% degli elettori del PSOE e il 70% di Sumar e Podemos chiedono che Sánchez riferisca in Parlamento. Persino a Bruxelles, davanti al Parlamento Europeo, i gruppi politici PPE, Conservatori di ECR e Patrioti hanno fatto flashmob, con il capodelegazione di Fratelli d’Italia Carlo Fidanza a definire Ceuta “avanguardia strategica dell’Unione Europea in Africa”.
Dunque, la Spagna ci insegna che il popolo, quando la nazione è calpestata, è più coeso dei partiti. Che un sindaco di Podemos può sventolare la bandiera rossogialla accanto a un militante di Vox, perché prima di essere di destra o di sinistra si è spagnoli.
E invece in Italia? Se Lampedusa affonda, la sinistra organizza flottiglie. Se a Ventimiglia c’è l’emergenza, il sindaco PD firma l’accoglienza. Da noi, questa lezione patriottica, la sinistra l’ha dimenticata da tempo ormai. Forse sarebbe ora di ricordargliela!
Joel Queirolo
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