Quando le parole diventano fatti
Che cosa pensare del gesto compiuto in Libano dal soldato israeliano dell’IDF il 10 aprile? Se dovessi indossare i panni dello storico che vuole indagare e capire il sostrato culturale sopra cui poggiano e prendono forma le azioni umane – con la consapevolezza che spesso possiamo solo abbozzare ipotesi sul perché e il per come gli individui decidono di agire – sarebbe da domandarsi qual è la formazione, quali sono le idee, le convinzioni, i timori e in generale il trascorso, compresi i traumi, di quel soldato, e come questi ne hanno informato la mente. Che cos’ha pensato mentre distruggeva quell’oggetto? Quali sono le emozioni che ha provato prima e dopo aver rovinato la mazza contro il volto di Gesù?

Sono quesiti legittimi, tracciati di ipotesi da seguire qualora avessimo la possibilità di porre queste domande al diretto interessato; tuttavia, questa ipotesi dev’essere esclusa per questioni fisiche. Ciononostante, non è escluso tentare una lettura che accarezzi sì la superficie dell’evento e che possa fornirne un’interpretazione.
Il precedente: le dichiarazioni di Netanyahu
A marzo, poco più di un mese prima di quanto è avvenuto nel villaggio libanese di Debl, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva pubblicato un post sulla piattaforma X per difendersi dalle accuse per aver paragonato, a favore di giornalisti e telecamere, la figura di Gesù a Gengis Khan, entrambi messi sullo stesso piano. Le parole del primo ministro avevano suscitato forte clamore e indignazione, poiché la sua affermazione snaturava, in senso blasfemo, il valore trascendentale di Cristo, aggiungendo che, nonostante tutto, «se sei abbastanza forte, abbastanza spietato, abbastanza potente, il male prevarrà sul bene». In sintesi, se anche sei il figlio di Dio – sempre secondo l’ottica cristiana – la possibilità di prevalere sul male non è ovvia.
Per correre ai ripari, il primo ministro Netanyahu aveva dovuto dunque giustificare che non era sua intenzione né oltraggiare la figura di Gesù, sia in senso storico che ultraterreno, né tantomeno offendere la cristianità, e che quell’affermazione, in realtà, era una citazione attribuita allo storico americano Will Durant; una linea difensiva che avrebbe dovuto convincere l’uditorio a contestualizzare le parole del primo ministro e a non attribuirgli ciò che in fondo non era farina del suo sacco.
Dalla parola all’azione iconoclasta
Un mese dopo questa uscita infelice, che aveva turbato esponenti di rilievo cristiani, ecco che l’offesa verbale si concretizza in un’azione fisica, determinata dalla scelta di un soldato israeliano di scagliarsi contro il simbolo cardine della cristianità: la croce, roteando fendenti e danneggiando con disprezzo quella statua, che ritrovatasi per terra con i polsi spezzati e il volto frantumato ha circolato ovunque in rete.
Questo evento, pur rientrando nella casistica dei casi isolati, giacché non sono stati registrati eventi analoghi – ciò non toglie che non si siano già verificati altrove – disvela tuttavia un’intenzione di fondo, il prodotto di un atteggiamento prettamente antropologico-culturale: l’azione è la manifestazione di una volontà limpida e netta, figlia di un percorso educativo e formativo attraversato da generazioni a cui è stato insegnato, anche in termini propagandistici, come leggere la realtà circostante secondo delle precise linee guida; parte di uno schema istruttivo che tra i suoi ranghi avrà quasi certamente visto anche quel soldato che ha demolito quel crocifisso. È la mera manifestazione di superiorità, di quell’eccesso di hybris che è esattamente quanto va esprimendo la politica estera israeliana nei confronti dei suoi confinanti, e non solo, nell’area mediorientale.
La distruzione dell’altro come atto politico
Per quanto un’azione simile possa suscitare scalpore e profonda indignazione, davanti a quello scatto, che coglie il preciso istante in cui il blocchetto del martello sferra un colpo in pieno volto alla scultura, non dovrebbe essere concessa tutta questa liceità allo sgomento. Questo gesto rientra nel paradigma della guerra, quando due nemici si affrontano e per vincere il proprio avversario non è sufficiente eliminare fisicamente l’individuo, bensì anche l’oggetto che lo rappresenta, che ne trasmette i valori.
In questo caso è emersa la volontà di prevaricare sulla diversità confessionale, scaricando collera e frustrazione in un atto iconoclastico; la ciclicità della Storia è piena di eventi simili, dall’iconoclastia come movimento religioso nato nell’impero bizantino nell’VIII sec. d.C., passando per la distruzione delle raffigurazioni di Santi cattolici per mano dei protestanti in piena età moderna durante la Riforma, fino ad arrivare nel villaggio di Debl nel sud libanese. La distruzione dell’immagine dell’altro è un atto politico, che trasmette un messaggio chiaro: io desidero, anzi voglio vedere il mio avversario, o chiunque combatte al suo fianco, cancellato dalla memoria storica collettiva; è la manifestazione di un odio tanto viscerale quanto atavico.
La sintesi tra forma e sostanza
Quando osserviamo un oggetto o anche una persona, questi si mostrano ai nostri occhi in forme distinte, ognuno con le proprie peculiarità, di modo da renderci tanto diversi quanto simili all’apparenza. La forma rappresenta una prima immagine, una specie di velo che nasconde il contenuto dell’oggetto o, come scritto poco sopra, dell’individuo. Se traslassimo questa coppia concettuale di forma e di sostanza e la contestualizzassimo nel preciso evento storico, la forma è data dalle affermazioni del primo ministro israeliano in merito a quelle parole tanto sbagliate quanto inopportune, e la sostanza dal martello che colpisce in un gesto violento, in uno vero sfogo personale, il viso di Cristo.
Tale atto invalida e smentisce le scuse di Bibi, confermando le divergenze confessionali, per certi aspetti, tuttora esistenti tra il cristianesimo e l’ebraismo. Tuttavia, sarebbe un errore sciocco sintetizzare in poche righe il gesto di quel soldato; il rischio sarebbe quello di compendiare tutte le componenti che costituiscono lo stato d’Israele sotto un’unica etichetta di giudizio errata. Errore gravissimo e imperdonabile.
[1] Jésus comparé à Gengis Khan: Netanyahou assure ne pas avoir voluto dénigrer le Christ, in Le Figaro, 20 marzo 2026.
Riccardo Giovannetti
Il 2diPicche lo puoi raggiungere
Attraverso la Community WhatsApp per commentare le notizie del giorno:
Unendoti al canale WhatsApp per non perdere neanche un articolo:
Preferisci Telegram? Nessun problema:







































































