Memoria di un combattente silenzioso della carica di Isbuscenskij
Ci sono storie che appartengono ai libri. Altre alla memoria dei reduci. Alcune, rarissime, vivono sospese tra realtà e leggenda. Quella di Albino, cavallo del III Reggimento Savoia Cavalleria, appartiene a tutte e tre. Albino nacque nel 1932, in Maremma. Ancora puledro entrò nelle scuderie del Savoia Cavalleria, uno dei reggimenti più antichi dell’Esercito italiano, custode di una tradizione iniziata nel 1692.
Da quel momento non fu più soltanto un cavallo: divenne un compagno d’armi. Imparò presto il linguaggio della cavalleria: il suono della tromba, la pressione delle ginocchia del cavaliere, l’ordine silenzioso della carica. Ma soprattutto imparò la fiducia. Sul suo arcione montava il sergente maggiore Giuseppe Fantini. Insieme formarono quel legame antico che solo la cavalleria sa creare: uomo e cavallo, una sola volontà.
La steppa
Nel 1941 Albino partì per il fronte orientale con il suo reggimento. Attraversò pianure senza confini, villaggi lontani da ogni casa conosciuta, notti gelide e giorni di marcia interminabile. Come tutti i cavalli della cavalleria, condivise la fatica dei cavalieri senza risparmiarsi mai. Poi arrivò il 24 agosto 1942. Nella steppa di Isbuscenskij, il Savoia Cavalleria si trovò improvvisamente di fronte reparti nemici numericamente superiori. In un’epoca dominata da carri armati e mitragliatrici, sembrava impossibile che la cavalleria potesse ancora decidere una battaglia. E invece accadde. Al suono della tromba della carica, gli squadroni partirono al galoppo. Tra loro galoppava Albino. La terra tremava sotto gli zoccoli. Le sciabole brillavano nella luce della steppa. I cavalieri gridavano il nome del reggimento. Fantini cadde combattendo. Albino fu gravemente ferito: perse un occhio e riportò una profonda ferita alla zampa. Ma sopravvisse.
Il ritorno a casa
E sopravvivendo custodì la memoria di quella carica che sarebbe diventata una delle ultime e più celebri azioni della cavalleria contro truppe regolari nella storia moderna. La scomparsa Albino tornò in Italia. Poi venne l’8 settembre 1943. L’esercito si dissolse, i reparti si dispersero, le scuderie si svuotarono. Anche Albino scomparve. Venduto a un contadino, trascinò per qualche tempo un carretto di verdura. Nessuno, guardandolo passare tra le strade di provincia, avrebbe potuto immaginare che quel cavallo ferito aveva attraversato la steppa sotto il fuoco nemico. Sembrava che la sua storia fosse finita. Ma alcune storie non finiscono davvero. Il ritorno Nel 1946, durante una cerimonia del reggimento a Somma Lombardo, la fanfara suonò la carica. Tra la folla, legato a un carretto, un cavallo alzò la testa. Nitrì. Scalpitò.
Tentò di avanzare. Un ufficiale reduce di Russia lo osservò attentamente. Guardò l’occhio spento. La cicatrice alla zampa. Il portamento ancora fiero. E lo riconobbe. Era Albino. In quel momento, raccontano i cavalieri del Savoia, non fu soltanto un cavallo a ritrovare il suo reggimento. Fu il reggimento a ritrovare una parte della propria storia. Il comandante che aveva guidato la carica di Isbuscenskij lo volle nuovamente con sé. Albino tornò tra i suoi cavalieri.
Tornò a casa. Gli anni della pace Albino trascorse la vecchiaia accudito come un veterano. I reduci lo salutavano in silenzio. I giovani cavalieri lo accarezzavano prima delle esercitazioni. Per tutti loro non era una mascotte. Era un commilitone. Accanto a lui visse per anni un piccolo compagno inseparabile: l’asinello sardo Mariolino, presenza discreta e fedele degli ultimi anni della sua vita. L’ultima galoppata Il 24 agosto 1960, anniversario della carica di Isbuscenskij, la tromba suonò ancora. Albino era ormai vecchio. Quasi cieco. Ma quando udì quella nota antica, quella che aveva segnato la sua giovinezza e la sua battaglia, fece ciò che aveva sempre fatto.
Partì. Sfuggì al palafreniere e tentò una breve, ostinata galoppata. Non verso il nemico. Non verso la guerra. Verso il ricordo. Come se stesse tornando ancora una volta nella steppa, accanto al suo cavaliere.
Pochi mesi dopo, il 21 ottobre 1960, Albino si spense serenamente all’età di 28 anni. Dopo di lui morì anche Mariolino, il compagno che non lo aveva mai lasciato solo. Dove vive ancora oggi Oggi Albino riposa nel Museo del Reggimento Savoia Cavalleria di Grosseto.
Accanto a lui una pergamena inizia con parole semplici e solenni: “Io sono Albino nato nel 1932…” Non è la voce di un cavallo. È la voce della memoria. È la voce di tutti i cavalli che hanno condiviso con gli uomini la fatica, la paura e l’onore della cavalleria.
Albino non fu soltanto un cavallo. Fu un compagno d’armi. E galoppò nella Storia.
Valerio Arenare
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