Se il mondo lo guardiamo non dalle sponde atlantiche, ma dal cuore dell’altopiano iranico, il Golfo Persico non è più solo uno snodo di rotte commerciali, né un campo di esercitazioni per le marine globali; è, per Teheran, il mare nostrum, un bacino d’acqua non esclusivamente geografico, ma ontologico, vitale e perfino mitologico.
Teheran si percepisce come Roma si percepiva: non una terra tra le tante, ma la orgogliosa vestale di una grande civiltà imperiale, oggi schiacciata da potenze esterne che, nella retorica della Repubblica Islamica, non sono che effimeri attori di passaggio.
Ferdowsi nel Libro dei Re (Shahnameh), l’epopea nazionale persiana, spiega che l’Iran è abituato a vedere gli imperi stranieri sorgere e tramontare, mentre la sua identità, lingua, storia e resilienza, è immutabile.
Immutabile, però, la Persia non è stata e non è…anzi!
Non tutti a Teheran hanno dimenticato di essere stata presi e soggiogati dall’Islam e, mentre i persiani puri, (i popoli dell’impero persiano costituiscono un mosaico culturale ed etnico) sanno molto bene di non essere arabi, altri, turco azeri, luri, arabi, fingono di non ricordare quanto tragica sia la posizione della Persia: islamica da abbastanza tempo da non potersi più dire non islamica, zoroastriana da sempre da non potersi definire interamente islamica.
La cosiddetta “profondità strategica”, l’architettura delle alleanze con altri Paesi musulmani che si estende da Baghdad a Beirut, non è vissuta da Teheran come promessa di un’aggressione, bensì come un dovere di difesa; nella prospettiva e nel sogno iraniani non c’è l’espansione, ma la creazione di un “cordone sanitario” necessario per scongiurare che la guerra, per citare un’immagine cara alla tradizione islamica sciita, giunga a bussare alle porte della propria casa.
Ogni sanzione, ogni movimento navale nello Stretto di Hormuz, è letto attraverso questa lente: la convinzione di essere una fortezza assediata che, per sopravvivere, deve trasformare la propria vulnerabilità in asimmetria, i propri piani in raffinatezze strategiche, le proprie debolezze in forze inaspettate.
Per la classe dirigente iraniana, il Golfo è il confine finale dove si gioca la sovranità della civiltà persiana contro un mondo esterno ostile, immorale, minaccioso.
La prospettiva iraniana è intrisa di un orgoglio tragico: la consapevolezza di costituire il perno di un’area che il mondo intero non può permettersi di ignorare e la consapevolezza di essere condannati o forse destinati a incarnare, come scriveva Hafez, il “punto d’incontro tra il destino e la volontà”.
Irma Trombetta
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Finalmente un articolo veritiero sull’Iran al quale ci sarebbe da aggiungere solo la profonda differenza tra l’Islam (shi’ita) Ivi professato e l’Islam sunnita professato da chi noi riteniamo alleati.
Comunque, brava Irma.