Il caso mediatico e le identità in vetrina
Jason Arday non è diventato un personaggio internazionale semplicemente perché era un bravo professore. È diventato il più giovane professore nero nella storia di Cambridge: il colore della pelle non era un particolare biografico, ma il centro della narrazione costruita intorno alla sua assunzione. Jerry Falade, autore esordiente di origine nigeriana, non è stato soltanto valutato per un romanzo: è stato trasformato in un caso editoriale, conteso da quattordici editori e destinatario di un’offerta da due milioni di dollari prima ancora che il libro arrivasse nelle librerie.
Le accuse e il ricorso all’argomento razziale
Oggi Arday è accusato di avere riprodotto nella propria tesi e in alcuni articoli parti del lavoro di altri studiosi. Falade ha invece perso il contratto perché i suoi agenti hanno dichiarato di non essere più in grado di certificare che il suo manoscritto fosse stato realizzato senza ricorrere all’intelligenza artificiale. Entrambi negano gli addebiti. Entrambi sostengono che dietro le contestazioni vi sia il razzismo.
Ed è una conclusione perfettamente logica.
L’identità come prodotto commerciale e ideologico
Non sono stati scelti per essere soltanto un professore e uno scrittore. Sono stati scelti per la narrazione costruita intorno alle loro persone. Il primo incarnava il riscatto del giovane nero, autistico e cresciuto in condizioni difficili, approdato alla più prestigiosa università britannica. Il secondo rappresentava il nuovo talento nero capace di conquistare l’editoria mondiale con un romanzo d’esordio. Le loro identità non accompagnavano il prodotto: erano parte essenziale del prodotto.
Non erano premiati soltanto per ciò che avevano scritto o insegnato, ma per ciò che rappresentavano. Il professore nero più giovane di Cambridge. Lo scrittore nero capace di scatenare un’asta internazionale. Due storie perfette per università, editori e giornali che da anni hanno sostituito la valutazione del merito con la promozione di personaggi funzionali alla propria narrazione ideologica.
Il cambio delle regole e le contraddizioni istituzionali
Quando quella narrazione si incrina, però, le stesse istituzioni pretendono improvvisamente di tornare al merito. Scoprono l’integrità accademica, la verificabilità delle fonti, l’autenticità della scrittura e persino la necessità di controllare come sia nato un manoscritto. Tutte questioni sacrosante, naturalmente. Peccato che avrebbero dovuto essere poste prima di costruire due fenomeni mediatici, non dopo.
Il paradosso è quasi comico. Se non avete scelto Arday soltanto per la sua competenza accademica, non potete pretendere che accetti di essere messo in discussione soltanto per la sua incompetenza accademica. Se non avete ingaggiato Falade soltanto per la qualità del romanzo, non potete stupirvi se interpreta la rottura del contratto come un atto ostile nei confronti della sua identità.
Sarebbe anzi assurdo il contrario. Se il colore della pelle era tanto importante quando bisognava assumerli, celebrarli e venderli al pubblico, perché dovrebbe diventare improvvisamente irrilevante quando bisogna contestarli o allontanarli?
Lo scudo dell’appartenenza e la cecità del sistema
Il problema, quindi, non sono loro. Arday e Falade hanno compreso perfettamente le regole del gioco. Se sono stati trasformati in simboli in ragione della loro appartenenza, è naturale che usino quella stessa appartenenza come scudo. Se ogni successo di una persona nera viene raccontato come una vittoria contro il razzismo, ogni suo fallimento potrà essere raccontato come una vittoria del razzismo.
Il problema sono tutti gli altri. Quelli che vedono immediatamente il razzismo nel motivo per cui questi personaggi vengono scaricati, ma non riescono a scorgerlo nel motivo per cui erano stati scelti. Quelli convinti che selezionare qualcuno in base al colore della pelle sia inclusione, mentre giudicarlo per ciò che ha prodotto diventa discriminazione.
Il cortocircuito della vittima per professione
Eppure la simmetria è perfetta. Se l’identità costituisce un titolo per entrare, diventa inevitabilmente una spiegazione quando si viene accompagnati all’uscita. Se il merito non è stato decisivo al momento dell’ingaggio, è difficile sostenere che debba diventarlo soltanto al momento del licenziamento.
Per anni si è costruita una società nella quale essere vittima rappresenta una qualifica, un capitale professionale e una scorciatoia verso incarichi, contratti e visibilità. Ora ci si scandalizza perché le vittime per professione continuano a fare il proprio mestiere anche quando emergono dubbi sulla loro competenza.
Se la casa in cui ci troviamo non ci stesse crollando addosso, sarebbe delizioso fermarsi ad ammirare la perfezione del meccanismo.
Brian Curto
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