C’era una volta un tempo felice e non lontanissimo in cui, sul posto di lavoro, ci si arrabbiava per giusta causa: un insulto, una villania pesante o tre mesi di fila di mancati accrediti degli stipendi.
Oggi no, oggi gira diversamente.
Un tono di voce cortese, ma non gradito, una virgola mal posta, una richiesta legittima, ma inusuale e compaiono le cavallette d’Egitto!
“Adesso vuole che le rinvii la mail?”…si tratta di fare click su “send”, ma la fortunatamente remota interlocutrice reagisce neanche avessi preteso che quella notifica ti venga consegnata a casa, di persona e a piedi scalzi!
Non temete…anzi, temete, ma non troppo! È l’era della ipersuscettibilità di massa e interagire con qualsiasi lavoratore è parapendio ad altissima quota; il training va commisurato alle sfide: richiesta laurea in ingegneria linguistica nucleare.
Imparerete, in primis, ad evitare le frasi in maiuscolo che vi conducono diretti all’accusa di aggressione verbale! Le domande più innocue, in tanti uffici, hanno l’effetto della caffeina su un branco di scimmie, ma il vostro corso di studi salvavita vi insegnerà che per un “riesci ad inviarmi l’Iban?” sono irrinunciabili norme di sicurezza, tre fasi di revisione interiore:
- “Il punto esclamativo apparirà imperioso?”;
- “Senza la faccina che sorride può prenderla male?”
- “In quale caso posso essere sospettato di pressione passivo-aggressiva?”
Nello sconforto opterete per lo stile “lettera d’amore vittoriana”: “Carissima Caterina, spero con tutto il cuore che la tua giornata sia splendida. Senza alcuna fretta, quando vorrai, se possibile, riusciresti a mandarmi quell’iban?”.
Pensavate così di averla fatta franca con Caterina? Col piffero di Hamelin!
Innanzi tutto, l’uso di “carissima” è, a suo avviso, ironico mentre la troppa cortesia nasconde intenzioni equivoche se siete uomo, atteggiamenti falsi, qualora a scrivere sia una donna.
Se in ufficio si cammina sulle uova, fuori è l’Afghanistan e si procede carponi tra le mine antiuomo.
Personalmente quando esco di casa per recarmi al fronte, che sia una banca o un ufficio postale, mi armo della tempra del mujahidin pur adottando la tecnica del monaco… “meno è meglio”: la troppa amichevolezza infastidisce e la eccessiva ritrosia pure, quindi sto nel mezzo, paziente come un esperto mediano.
Eppure, malgrado il mio studiatissimo understatment, non sempre evito il morso dal mastino di turno.
Uno “Scusi, dove devo firmare?” scatena lampi luciferini, l’occhio dell’addetto rotea come prima di una crisi epilettica e, l’indice puntato con veemenza sulla riga interessata, sento sibilare: “Qui…c’è scritto. Non lo vede ?!”.
No, non l’ho visto! Sono rea di lesa Maestà!
L’ impiegato non sta lavorando, sta concedendomi la sua presenza! Dovrebbe bastarmi…perché pretendo altro?!
La rete lo ha convinto che è un essere geniale, ma sfortunato… la sua non è vita…non quella che merita! Avrebbe diritto alla vacanza non stop in sella ad una Ferrari rosso bordello con compagnia adeguata (la modella slava…ca va sans dire!).
Glielo ripete il pensionato casino friendly dalla Tailandia, lo schiacciaconchiglie da bagnasciuga, lo scemo-style coach con la quinta elementare, la “sexy amazzone” stipendiata dagli emiratini…solo i cretini lavorano…si faccia furbo anche lui!
Spinto a disprezzare ciò che ha, l’uomo di oggi e dunque il lavoratore di oggi si è trasformato in un pretenzioso frustrato: tutto il bene gli è dovuto, tutto il male è un complotto.
Vive nel suo palcoscenico autogestito, protagonista di un film personale; gli altri, comparse fastidiose: ogni dettaglio minimamente tedioso è un attentato alla trama del proprio lungometraggio e l’ego sovrano, sovraeccitato, iperattivo e ipervigile, scambia costantemente fiammiferi per falò!
È un perenne “Ma tu sai chi sono io?”, anche quando il curriculum recita: diploma tecnico preso per sbaglio (dell’esaminatore!), un anno di arretrati nella retta del subaffitto in periferia, un numero di assenze al lavoro superiore a quelle di un parlamentare…ma ci si atteggia a colti eredi di un gran casato i quali, per inciso, spesso fanno peggio, ma con più quattrini!
Sgonfiare anche solo di un paio di taglie questo IO obeso e pacchiano per capire che il collega ti chiede il file non la resa incondizionata; che una cortesia di un minuto, non è un attentato allo spazio che dedicherai a ciò che hai di più sacro, le tue prossime vacanze!
Riconoscere che il lavoro è servizio e che il servizio è la più nobile delle attività è più complesso e richiederebbe una radicale rieducazione…non è ancora il tempo!
E io, in attesa di quel tempo che verrà (e verrà!), oggi chiedo venia se questo articolo ha usato toni che possano aver urtato la sensibilità di qualcuno!
Prometto di inviare, nel caso, appropriate e-mail di scuse con tanto di emoji pertinenti…non vorrei essere stata fraintesa e se lo sono stata è sicuramente colpa mia!
di Irma Trombetta
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