L’aggressione alla docente di Roma, l’odio social e la lezione di umanità dopo l’attacco
I fatti sono drammatici e rappresentano un pericolosissimo scenario a cui rischiamo di abituarci: Isabella Marsilio, insegnante presso la scuola media Giovanni Verga, a Roma, è stata accoltellata con tre fendenti da un suo studente, che prima le aveva spruzzato uno spray urticante. L’intervento eroico di un altro studente, congolese, ha fermato l’assalitore. La docente, pur ancora sconvolta dall’accaduto, ha avuto da subito parole di perdono per il suo assalitore. Una reazione di grande umanità, tutt’altro che scontata.
Ma la disavventura della professoressa non si è conclusa con la neutralizzazione dell’accoltellatore. Perché, appena si è diffusa la notizia, è partita la caccia al suo profilo social, su cui spiccavano una foto di Giorgio Almirante e alcune dichiarazioni a favore della remigrazione.
Apriti cielo!
Si è scatenato il consueto fiume di odio antifascista da parte di politici, opinionisti e persone comuni, che hanno vomitato gli immancabili insulti. I più pacati si sono “limitati” a considerare che una persona con quelle idee, una “fascista”, non dovrebbe mai insegnare in una scuola pubblica. Altri si sono avventurati a chiedersi come la professoressa potesse ancora essere a favore della remigrazione, essendo stata salvata da un ragazzo congolese, con ciò dando una pubblica conferma di non aver compreso un’acca della proposta di legge. I più esagitati sono arrivati a giustificare il gesto dell’accoltellatore tredicenne e addirittura a rammaricarsi perché non avrebbe completato il “lavoro”.
Comprensibilmente, l’insegnante ha deciso di chiudere i suoi profili social. L’episodio lascia molta amarezza. Intanto perché, a 81 anni dalla fine della guerra, c’è una parte di italiani che ancora non si rassegna al fatto che un’altra parte di italiani, quella uscita sconfitta nel 1945, continui a sopravvivere.
Eppure quegli italiani ci sono, e ogni volta che, in qualunque forma, emerge la loro esistenza, si urla allo scandalo, magari auspicando, più o meno apertamente, che qualche intraprendente attentatore vi ponga fine. Per questi antifascisti militanti in servizio permanente effettivo il tempo si è fermato agli anni del “uccidere un fascista non è reato”.
In questo caso lo slogan si declinerebbe al femminile, ma non cambierebbe la sostanza, anzi. Perché il tanto strombazzato rispetto di certa parte politica per le donne, si scioglie come neve al sole, quando la malcapitata ha il torto di essere “fascista”. Diventano allora legittime le offese, gli insulti più volgari, le minacce. Il cosiddetto “sessismo”, in questi casi, si trasforma in semplice goliardia e nessuno si straccia le vesti.
Quando un tale profluvio di veleno inonda media e social non sono necessarie profonde analisi sociologiche o psicologiche per cercare spiegazioni a gesti come quello del tredicenne armato. Amareggia poi il silenzio, a parte qualche sparuta dichiarazione, del centrodestra.
Se oggi la fiamma tricolore fosse ancora quella del MSI, i suoi esponenti farebbero sentire vigorosamente la loro voce a difesa della professoressa. La fiammella che fa timida presenza nel simbolo di Fratelli d’Italia, invece, non suscita alcuna reazione di rilievo.
Ma in questa storia c’è qualcosa che va oltre il semplice odio politico. C’è l’invidia.
Perché Isabella Marsilio, con il suo perdono, ha dato una grande lezione. E i nuovi accoltellatori, ora solo virtuali, che la attaccano, nel loro intimo, sanno perfettamente che è una persona molto migliore di loro, anche se non lo ammetteranno mai.
La scuola italiana ha tanto bisogno di docenti come lei.
Raffaele Amato
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