In quel gelido mattino del 6 febbraio del 1945 – anniversario di un sacrificio che riecheggia attraverso i decenni, oggi nel 2026 come nel fatidico 1945 – Robert Brasillach si è messo davanti al plotone d’esecuzione, in un mondo crepuscolare, dove gli ideali vennero schiacciati dal peso di compromessi meschini e tradimenti collettivi.
Era un’alba grigia quella del 1945, quando il poeta, il giornalista, l’intellettuale francese affrontò il plotone di esecuzione con una compostezza che aveva in sé della romanità, la stessa assai cara a Robert, che possiamo affermare senza timore di smentita, deve aver sublimato durante la sua detenzione. Il vento tagliente del febbraio francese mordeva la pelle, mentre i fucili si allineavano come sentinelle impietose di una – falsa – giustizia vendicativa. Brasillach, a soli trentacinque anni, poté fissare i suoi carnefici con uno sguardo che parlava di fedeltà incrollabile. Fu un martirio? Si, ma intriso di quel pathos tragico dove l’uomo si eleva al di sopra della carne mortale per abbracciare l’eterno.
Con la “liberazione” del 1944, il vento della storia girò contro di lui e di molti altri intellettuali. Arrestato dopo essersi consegnato in cambio della libertà della sua amata famiglia, fu processato in un’aula di tribunale satura di odio. Il verdetto era già scritto: non per crimini di sangue, ma per le sue parole infuocate contro gli Alleati, contro de Gaulle, contro un mondo che vedeva come nemico della vera Francia. Nonostante le petizioni di clemenza firmate da giganti come Albert Camus, Jean Cocteau, Paul Valéry e François Mauriac – intellettuali antifascisti che riconoscevano il suo genio letterario – Charles de Gaulle rifiutò la grazia, sigillando il suo destino. Fu un’esecuzione che trasformò Brasillach nel martire col volto da fanciullo, punito non per azioni militari, ma per aver osato sognare un’Europa unita sotto bandiere diverse da quella della plutocrazia.
Oggi, nel 2026, mentre celebriamo l’anniversario della sua morte, non possiamo ignorare come la sua fine simboleggi la povertà spirituale del nostro tempo: un mondo svuotato di ideali superiori, dove i giovani vagano in labirinti digitali, privi di radici, di sogni collettivi, di quel fuoco sacro che animava gli uomini come lui. La società moderna, con il suo globalismo livellatore, erode le identità nazionali, sostituisce le tradizioni con mode effimere, trasforma la terra in un mercato anonimo. Brasillach, con la sua passione per l’Europa eterna – quella dei poeti virgiliani, dei guerrieri medievali, dei fascismi giovanili – ci ricorda la bellezza tragica della fedeltà assoluta, del sacrificio per valori che trascendono l’individuo.
Sergio Saraceni
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