L’ultima epistola, Monsignor Carlo Maria Viganò non l’ha inviata, ma l’ha scagliata all’indirizzo di Papa Leone.
Non è solo un documento teologico: è un capolavoro di resistenza che mette a nudo il teatrino della “Chiesa dell’Inclusività (ma non per tutti)”.
Analizziamola bene perché tra le righe di un italiano arguto e garbato e di una dottrina statuaria, cioè bella ed immobile, emerge il ritratto di un Vaticano che ha confuso il Vangelo con l’agenda geopolitica e nel quale, se non fai il bravo, non rischi solo la scomunica, ma pure la pelle.
Monsignore, che vive in un luogo segreto perché della misericordia dei nuovi vertici si fida, ma non eccessivamente, fa notare, con la consueta precisione chirurgica, una dinamica consolidata, ma antipatica: quella per cui tutti sono ben accetti, attivisti pro-LGBT, leader politici ultra-laicisti, magnati dell’ecologismo spinto e teologi che il bue muto, il gigante buono Tommaso d’Aquino, avrebbe preso a pedate la sera e a schiaffi la mattina. Tutti vanno bene eccetto coloro che si dichiarano fedeli alla Chiesa di sempre e che non hanno, per questo, in simpatia il Concilio Vaticano II.
Papa Leone riceve tutti con il sorriso sulle labbra, e Viganò?
Viganò no! E quando Viganò chiede di essere illuminato sui propri eventuali errori dottrinali, cala il silenzio!
Scomunicato. Punto e basta!
Per rinfrescare la memoria a una Curia distratta e a un Leone impegnato in un papato innamorato di omosessuali impenitenti e di islamici invasori, vale la pena ricordare chi sia davvero Carlo Maria Viganò e cosa abbia fatto per la Sposa di Cristo.
Non parliamo di un ribelle, ma di un colto, onesto, irreprensibile servitore dello Stato Pontificio che ha speso la sua vita nelle trincee più difficili.
• Il risanamento delle finanze: Quando fu nominato Segretario Generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, Viganò non si limitò a timbrare carte. Scoprì i bilanci in rosso e, con un’onestà d’altri tempi, trasformò un deficit milionario in un miracolo economico: decine di milioni di Euro di attivo. Ha ripulito i conti dove gli altri banchettavano… imperdonabile, evidentemente!
• La diplomazia del rigore negli USA: Come Nunzio Apostolico negli Stati Uniti, ha tenuto alta la bandiera della Chiesa in un territorio immenso e frammentato, combattendo il relativismo morale e richiamando i vescovi americani ai loro doveri pastorali, senza mai cedere alle lusinghe del consenso facile.
• La difesa della Verità contro gli abusi: È stato lui a sollevare il velo sulle coperture sistemiche dei peggiori scandali morali all’interno del clero. Mentre molti preferivano girarsi dall’altra parte per quieto vivere, Viganò ha messo a rischio la sua stessa carriera e sicurezza per amore della trasparenza e delle vittime.
Viganò ha fatto ciò che oggi non si può: è rimasto fedele alla linea di Cristo in una Chiesa che premia la fedeltà alla linea del mondo e, non essendo ricattabile, è stato messo al bando mentre, come lui stesso dice nella lettera, sacerdoti molto discutibili o addirittura colpevoli di crimini orrendi, non vengono nemmeno sfiorati.
Il trono di Pietro è ormai sotto assedio se non definitivamente conquistato e in Vaticano a comandare non sono gli ebrei che ci aspetteremmo!
La scomunica
A livello canonico e teologico, la questione della scomunica comminata a Monsignor Carlo Maria Viganò dal Dicastero per la Dottrina della Fede è tutt’altro che chiusa.
Sebbene per i media generalisti il caso sia liquidato con la parola “scisma”, un’analisi rigorosa del diritto canonico e della dottrina ecclesiastica rivela che l’accusa non regge e che il provvedimento di scomunica presenta vizi di forma e di sostanza tali da renderlo invalido.
Ecco perché, codici alla mano, Monsignor Viganò non può essere definito scismatico e perché la sua scomunica è nulla.
Per comprendere l’invalidità del provvedimento, bisogna partire dalla definizione giuridica.
Il Canone 751 del Codice di Diritto Canonico definisce lo scisma in questo modo:
“Si dice scisma il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti.”
Monsignor Viganò ha mai fondato una “sua” Chiesa?
Ha mai consacrato vescovi senza mandato pontificio per creare una gerarchia parallela come fece Mons. Lefebvre nel 1988?
No.
Viganò non ha rifiutato l’autorità del Papato come istituzione divina né ha cercato di separare una porzione di fedeli dalla Chiesa Cattolica.
Il suo non è un rifiuto dell’ufficio papale, ma una durissima contestazione teologica delle azioni, delle dichiarazioni e delle deviazioni dottrinali della Chiesa di oggi.
La resistenza a un Papa che si ritiene stia agendo contro il bene della Chiesa non è scisma, ma “correzione filiale” o legittima resistenza.
Il diritto canonico non è una scure cieca; è strutturato per proteggere la buona fede e l’intenzione del fedele e anche se si volesse forzare la mano e vedere nelle parole di Viganò una forma di disobbedienza, il codice prevede delle cause di esclusione della punibilità.
Il Canone stabilisce, infatti, che non è passibile di alcuna pena chi ha violato una legge o un precetto ecclesiastico se ha agito costretto da grave timore o per necessità o per grave incomodo o se ha ritenuto senza colpa che concorressero tali circostanze.
Monsignor Viganò ha agito ieri e parla oggi dichiarando l’esistenza di uno straordinario stato di necessità: la crisi della fede, la confusione dottrinale, le dichiarazioni ambigue su temi non negoziabili… e tutto ciò è talmente evidente da essere incontestabile!
Se un vescovo è sinceramente convinto che la fede cattolica sia in pericolo mortale e che il suo silenzio lo renderebbe complice, il diritto canonico lo esenta dalla pena.
La sua intenzione non è dividere la Chiesa, ma salvarla dall’autodistruzione.
Un decreto di scomunica, inoltre, per essere valido deve rispettare i criteri del giusto processo e del diritto di difesa, cardini del diritto ecclesiale.
Nel caso di Viganò, il procedimento si è svolto in modalità “extragiudiziale”, ma tale modalità si può applicare, per l’articolo 1720 del Codice di Diritto Canonico, quando le prove della violazione sono evidenti e quando è necessario tutelare l’unità della Chiesa, ma Viganò non si è mai sognato di metterla né in discussione né in pericolo.
Non c’è stato neppure un vero confronto teologico e giuridico sulle singole affermazioni di Viganò e tale confronto è stato richiesto in passato e recentemente lo è stato per l’ennesima volta.
Viganò, insieme a eminenti cardinali, negli anni, ha sollevato interrogativi dottrinali legittimi (i Dubia) che non hanno mai ricevuto alcuna risposta.
Il diritto non può condannare un uomo per aver constatato un’ambiguità che l’autorità stessa si rifiuta di chiarire ed un processo ecclesiastico che salta, senza ragione, tutte le tappe per giungere a una condanna, inficia la validità dell’atto finale.
Va anche detto che la scomunica a Viganò pecca gravemente di incoerenza giuridica (quella che i giuristi chiamano violazione del principio di uguaglianza).
In Germania, l’intero episcopato del “Cammino Sinodale” ha votato e approvato risoluzioni apertamente contrarie al Catechismo e alla Dottrina bimillenaria della Chiesa (benedizione delle coppie dello stesso sesso, ordinazione femminile, modifiche strutturali alla gerarchia), configurando un vero scisma dottrinale e disciplinare “di fatto”.
Eppure, contro i vescovi tedeschi non è stato emesso alcun provvedimento di scomunica Latae Sententiae.
Punire con la massima sanzione chi difende la Tradizione e tollerare chi la demolisce rende la scomunica un atto politico, non giuridico-spirituale ed un uso distorto del potere rende l’atto nullo davanti a Dio prima che in sede di diritto.
In estrema sintesi: Monsignor Carlo Maria Viganò non è scismatico perché non ha negato il dogma del Papato né ha frammentato la Chiesa creando una setta o una chiesa parallela; ha esercitato il dovere di un successore degli Apostoli di gridare dai tetti ciò che ritiene essere una deviazione dalla Verità cattolica.
La scomunica inflittagli è invalida perché ignora lo stato di necessità in cui versa la Chiesa, calpesta i diritti di difesa e applica la legge in modo ideologico e selettivo.
Come insegnava San Tommaso d’Aquino, una legge ingiusta non è legge; allo stesso modo, una scomunica ingiusta e viziata non ha effetto in Cielo né vincola la coscienza dei fedeli sulla terra.
Che Dio benedica Monsignor Viganò, uomo di grandi virtù non ultima quella del coraggio!
Irma Trombetta
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