Sospetti e traumi nel sistema di affido
Sì, parliamo ancora della famiglia nel bosco e della terribile persecuzione a cui è stata sottoposta e che crudelmente continua, senza che una fine sia visibile all’orizzonte. Non lasciamo che una cappa di silenzio cali su quanto accaduto, come vorrebbero gli autori del misfatto. Anche dopo l’orrore iniziale dell’espianto dei bimbi dalla loro famiglia e dalla loro casa a iniziativa dei giudici e degli assistenti sociali, sono molte le contraddizioni e gli aspetti problematici che sono emersi dalla vicenda.
Le assistenti sociali della cosiddetta “casa famiglia” in cui sono stati rinchiusi i bimbi hanno dichiarato che questi sono analfabeti (anche se fosse vero, due di loro hanno sei anni: sarebbe molto diverso il loro livello di alfabetizzazione da quello dei loro coetanei della scuola pubblica odierna?) ma quest’affermazione confligge con la certificazione del Ministero dell’Istruzione secondo cui il percorso scolastico con la scuola parentale (legittima, legittimissima, usata da decine di migliaia di famiglie) sarebbe stato completato. La “tutrice” dei poveri piccoli ha dichiarato che i bambini imprigionati: “sono sereni e pienamente adattati al nuovo ambiente”. Il padre, reduce delle pochissime e brevi visite che gli sono state concesse ha descritto una situazione completamente diversa: “sono in uno stato di costante agitazione e ansia”. In particolare, ha denunciato che uno dei bimbi, a causa di un sentimento di autocolpevolizzazione (indotto dalle guardiane?) ha manifestato comportamenti autolesionistici.
L’affermazione della “tutrice” ha destato anche l’indignazione della psicologa Maria Rita Parsi che ha sostenuto che questa prigionia non può che aver creato un profondo trauma nella loro psicologia, un trauma che rischiano di portarsi dietro per tutta la loro esistenza. Inoltre come non considerare sospetta l’insistenza della “tutrice” per obbligare i bimbi a frequentare una scuola pubblica? Ogni genitore conosce bene, purtroppo, il ruolo “normalizzatore” della scuola pubblica rispetto ad ogni idea “non conforme”, scuola che si è data la missione di imporre il più bieco conformismo “democratico”, che vuole indottrinare all’ “inclusione”, alla “sostenibilità” e spesso anche a una pervertente “educazione sessuale” gender, spesso senza l’autorizzazione dei genitori.
Il controllo statale e la rieducazione forzata
Ma c’è un altro fatto che deve indurci a un’analisi e a una riflessione sulle convinzioni e sul sistema di idee che caratterizzano i vari attori del sistema di predazione dei bimbi così ben illustrato da quanto successo alla famiglia Trevallion: le psico-socio-secondine della cosiddetta “casa famiglia” hanno lamentato che il comportamento della madre, che ha il permesso di stare con i figli solo durante i pasti, sarebbe “rigido” e “poco collaborativo”. E’ stata addirittura minacciata di essere allontanata dalla struttura. La madre, sotto ricatto come il padre (“vi togliamo definitivamente i figli”) non può difendersi.
Ora, ci troviamo di fronte a una madre che si è vista sottrarre i figli con la violenza della legge e delle forze dell’ordine. Vede i figli costretti a vivere in un contesto detentivo iper-regolato e lontanissimo da quello in cui sono cresciuti, fatto di libertà, di vita sana, di contatto con la natura e gli animali.
Ma la convinta pretesa del sistema psico-sociale che ci comanda e che vorrebbe regolare le nostre vite e quelle dei nostri figli, è che la madre debba collaborare con i sequestratori (giudici, assistenti sociali, “tutori”, psicologi), debba essere convinta che “loro” hanno ragione, che sia la famiglia che debba accettare di essere “accompagnata in un percorso rieducativo”, che debba riconoscere che il bene è la bontà sono incarnati nei diktat dei giudici minorili, dei “curatori” e delle assistenti sociali. E se i genitori continuano ad essere dissidenti, ecco che arriva la risposta sovietica: visita psichiatrica.
Ci viene in mente una frase di Fausto Gianfranceschi: “Il buonismo è il lato viscido della cattiveria”. Quanto sta capitando a questa disgraziata famiglia è un esempio di “rieducazione” di chi non è d’accordo, di chi ha comportamenti non conformisti, anche per rappresentare un esemplare, minaccioso deterrente per gli altri. Ci vogliono sottomessi, ma felicemente e convintamente sottomessi.
E’ un’espressione del più bieco, orwelliano totalitarismo ideologico di stampo bolscevico, una forma, tra le più subdole e le più pericolose, dell’egemonia culturale che ci domina, fatta di odio per la famiglia, per l’ordine naturale, per la libertà educativa e per la libertà tout court e, ovviamente, per il “patriarcato”. Alle spalle del loro sistema di disvalori campeggia la terribile scritta: “I figli non sono dei genitori, ma dello Stato”. Per costoro la famiglia è solo un “costrutto sociale” limitante i famigerati “diritti”. I casi di Bibbiano e del Forteto non ci hanno insegnato nulla?
Elitismo “woke” e statistiche delle sottrazioni
Al di là delle convinzioni personali, che ovviamente ignoriamo, ma che sembrano emergere dai loro atti, dei vari attori pubblici che in questo specifico caso hanno deciso il sequestro dei bambini, questa anti-filosofia contro la famiglia e la libertà è riconducibile al peggior wokismo che domina la nostra accademia, il nostro deep state e buona parte dei nostri media. E’ l’arroganza delle élite dominanti così ben descritta da Marcello Veneziani: “C’è una setta, una fazione, una minoranza nel nostro Paese che si sente per diritto divino giudicante e reputa la parte restante del mondo perennemente da giudicare”.
In questa bieca ideologia psico-sociale che ha generato il caso di Palmoli, una componente poco esplorata è quella dell’anti-ruralismo tipico delle élite urbane “progressiste” e radical-chic e del modernismo abitativo, unita a un salutismo estremistico e anche un po’ macchiettistico (non hai il bagno in casa? E allora sei un selvaggio da educare alla civiltà).
Scriveva nel 2002 uno dei migliori architetti paesaggisti italiani, Gilberto Oneto, difensore del paesaggio e dell’architettura tradizionale dall’aggressione brutture moderne: “chi vive in una casa senza il box cottura, in un edificio vecchio o in un paesino si deve vergognare proprio come chi parla dialetto, non ha il motorino o il telefonino della marca giusta”. Un’altra caratteristica del sistema anti-famiglia messo in piedi da giudici, assistenti sociali, psicologi ideologizzati, gestori delle “strutture di accoglienza” che, non dimentichiamolo, sono le eredi dirette dei vecchi orfanotrofi, è la totale opacità dei loro atti. Ciò che fanno non viene comunicato alle pubbliche opinioni. Non sappiamo cosa avviene dentro le cosiddette “case famiglia”, quale educazione viene fornita agli sfortunati ospiti, come vengono trattati, cosa succede al momento del “fine pena” e così via.
La sottrazione alle loro famiglie dei bambini dovrebbe avvenire solo nel caso di un rischio concreto per il minore. Ma sappiamo che spesso non è così: in alcuni casi sono stati sottratti minori da genitori che li amavano, ma che erano solo poveri. Senza temere il ridicolo, così un giudice ha giustificato la sottrazione di un bimbo ai genitori perché questi: “hanno un pensiero non evoluto, deficitario livello cognitivo, basso livello socio-culturale”. Il Ministro della Giustizia Nordio si è lamentato che non esistano statistiche affidabili circa il numero di bambini sottratti dallo Stato. In realtà, da una vecchia statistica del Ministero del Lavoro e della Politiche sociali, risulta che nel 2023 i minori tolti alle famiglie siano stati 30.936. Una cifra enorme: lo stesso numero degli abitanti di cittadine come Treviglio o di Desenzano del Garda.
Opacità istituzionale e interessi economici
Solo pochissimi di questi casi sono stati portati a conoscenza dell’opinione pubblica e quasi sempre sono state occultate le motivazioni. Questa opacità, questa totale assenza di trasparenza del sistema degli allontanamenti e dell’affidamento alle “strutture di accoglienza” viene difeso dagli operatori del sistema, che arrivano a lamentarsi dell’attenzione dei media e della pubblica opinione su questi casi. Sentite cosa è arrivata a dire, sul caso della famiglia nel bosco, tale Liviana Marelli, responsabile Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti (un’altra definizione orwelliana), in un’intervista a Vita, magazine del “terzo settore”, lamentando una narrazione negativa: “Il pregiudizio parte dal presupposto che tutti possano entrare nel merito di sentenze e situazioni specifiche.
Nel caso di Palmoli di cui si parla tanto in questi giorni, è stata diffusa addirittura l’ordinanza del Tribunale e questo è sbagliatissimo: l’errore macroscopico è pensare che l’opinione pubblica e la stampa abbiano il diritto di intervenire in vicende non conosciute. […] di fronte a vicende come questa, i giornalisti dovrebbero avere l’attenzione di non parlarne o di parlarne in termini corretti”. Quindi, secondo costei, nel caso dei rapimenti dei bambini, la libertà di stampa deve essere sospesa così come la libertà di parola. Terrificante.
A molti viene il sospetto che la causa di questa opacità derivi anche (ma ovviamente non solo) dal fatto che le cosiddette “case famiglia” siano un business sul quale mantenere una certa discrezione. Scrive Francesco Borgonovo: “L’intero meccanismo degli allontanamenti ha una componente di business che non si può trascurare. Non vogliamo dire che si strappino i bambini ai genitori per arricchire i gestori delle strutture di accoglienza, ma è evidente che per funzionare la macchina del controllo minorile va oliata. Parliamo di rette che vanno dai 100 ai 300 euro al giorno e anche di più”.
Alessandro Meluzzi, viso noto anche in tv, è uno psichiatra e uno psicologo clinico con una lunga esperienza anche come perito e consulente di parte e nel 2020 ha pubblicato un libro, Attacco alla famiglia, edito da Altaforte Edizioni, che spiega molte cose sul fenomeno della predazione di bimbi, anche alla luce di casi come quelli di Bibbiano e del Forteto: “Lo scopo è portare via i figli alle famiglie povere e darli a comunità, case famiglie dove poi vengono erogati fino a quattrocento euro al giorno per ogni minore, oppure a coppie benestanti, se possibile omogenitoriali. E’ un business che coinvolge migliaia di operatori”.
Ideologia e potere degli assistenti sociali
Ma, naturalmente, non c’è solo la componente di business come causa di questi rapimenti: c’è soprattutto quella ideologica: “Sedicenti psicologi e assistenti sociali colpevolizzano la famiglia naturale”. E ancora: “Nascosta in apparati pseudo buonisti, c’è un’ideologia anti familiare par la quale la famiglia è sempre colpevole. Un atteggiamento che mira a mettere sotto accusa l’istituto della famiglia, dunque; che fa dire che la famiglia è il luogo dove si compiono tutte le malefatte della società e che bisogna intervenire su di essa, distruggendola”.
Per Alessandro Meluzzi, cristiano ortodosso, ma un buon cattolico non può che condividere: “C’è una mano demoniaca dietro l’attacco alla famiglia”. In questo attacco alla famiglia emerge prepotente il ruolo chiave degli assistenti sociali (o meglio delle assistenti sociali perché sono, in stragrande maggioranza, femmine): quasi sempre sono loro a provocare le decisioni della magistratura, sono loro le mandanti della separazione delle famiglie, sono loro a gestire le “strutture di accoglienza”, sono loro, in realtà, a decidere della sorte dei bimbi. Non solo, queste assistenti sociali rivendicano, con sfrontatezza, un ruolo politico: nella già citata intervista, Liviana Marelli lo dichiara chiaramente, declamando “la passione e l’impegno politico” di queste “operatrici nel sociale”.
In un documentato articolo su LaVerità dello scorso 21 gennaio, la coraggiosa Silvana De Mari, medico, saggista e scrittrice, illumina molto bene la realtà di questa categoria professionale: “Abbattere la struttura sociale basata sulla famiglia è la missione ideologica degli assistenti sociali, ufficialmente dichiarata. […] sono un movimento eversivo, hanno il compito di cambiare il mondo, cioè noi. […] Hanno il potere infinito di distruggere vite, ferire e portare all’inferno se non al suicidio e soprattutto traumatizzare in maniera atroce e irreversibile i bambini. […] Quelle che gli assistenti sociali fanno sono deportazioni”.
In effetti il loro tasso di ideologizzazione è elevatissimo: Silvana De Mari cita il titolo di un testo, che definisce un vero vademecum delle assistenti sociali: La capacità di trasformare il mondo. Pratiche femministe di servizio sociale. Testo che si autodenuncia decisamente fazioso ed eversivo fin dal titolo. Come si diventa assistenti sociali? Con una laurea triennale a prevalente indirizzo psicologico e sociologico. Discipline che, come sappiamo bene, sono infarcite, nelle nostre università, di testi e insegnamenti marxisti e decostruzionisti: “una laurea che altro non è che indottrinamento postmarxista, con in aggiunta l’ideologia Lgbt e le fesserie degli studi gender”, scrive ancora la De Mari.
L’egemonia culturale nella psicologia moderna
Certo è che questi “operatori del sociale” sono consapevoli che l’opinione pubblica non ha di loro un’immagine positiva. Sul blog AssistentiSociali.org si trova una vecchia Petizione a tutela dell’immagine pubblica degli assistenti sociali, contenente un lamento illuminante: “Provato mai a chiedere a qualcuno che non conosce il nostro lavoro di descrivere il ruolo dell’assistente sociale? Nel migliore dei casi vi si risponderà che è quella figura che porta via i bambini quando i genitori litigano.” Ecco, lo sanno pure loro.
Come si accennava, è comunque un dato di fatto che gli studi, universitari e no, e il mainstream di sociologia e psicologia siano pesantemente inquinati da teorie progressiste, marxiste e postmarxiste, decostruzioniste e nichiliste, anticristiane, femministe, trans-omosessualiste e gender. Per capire lo stato attuale della psicologia, e quindi anche l’indottrinamento universitario imposto ai futuri assistenti sociali, è consigliabile un bel libro di Roberto Marchesini, psicologo e psicoterapeuta di orientamento conservatore e cattolico: Le vie della Psicologia, Sugarco Edizioni. Il testo conferma il sospetto che la famigerata “egemonia culturale” progressista gravi come un macigno anche sull’ambiente della psicologia e sul suo insegnamento universitario. Tra i vari esempi di questa egemonia culturale, Marchesini cita un manuale in uso al primo anno della facoltà di Psicologia nel quale si afferma che lo psicologo deve essere “un propugnatore di contenuti e ideologie genericamente etichettabili come progressiste”.
Non si è un bravo psicologo, quindi, se non si è progressisti. Certo, non siamo nella tragica situazione della psicologia negli USA, totalmente dominata dalla sinistra: Marchesini riferisce che nelle facoltà di psicologia californiane il rapporto tra iscritti al Partito Democratico e a quello Repubblicano sia di 8 a 1 e che da alcuni dati empirici gli psicologi di orientamento conservatore siano tra lo 0,01 e lo 0,03 di tutti gli psicologi. Non solo: il 44% degli psicologi si è detto disposto discriminare i colleghi conservatori anche nelle assunzioni. Ma anche in Italia la faziosità della sinistra dominante è impressionante. Il presidente di una associazione di categoria è giunto al punto di intimare all’Ordine degli psicologi di punire una collega che aveva osato esprimersi sulla sua pagina Facebook in termini critici sull’immigrazione.
La mobilitazione civile e la difesa della famiglia
Torniamo alla famiglia nel bosco. La grande maggioranza dell’opinione pubblica è indignata, così come era indignata per gli scandalosi abusi accertati a Bibbiano e nel Forteto. Ma la grande stampa conformista, cioè quasi tutta, le televisioni allineate, gli opinion leader più acclamati difendono giudici e assistenti sociali, spesso diffamando i coniugi Trevallion e chi li difende o, forse peggio, silenziando i moti di simpatia e di solidarietà che, innumerevoli, sono sorti dalla società civile a sostegno della famiglia perseguitata. Avete forse letto sulla stampa delle manifestazioni “pro famiglia nel bosco” che si sono tenute a Palmoli, a Chieti, a L’Aquila, a Roma con migliaia di persone? Vi è stato riferito che la raccolta di firme contro il rapimento dei bimbi Trevallion promossa dalla benemerita Pro Vita e Famiglia ha superato, in poche settimane, le 61.000 sottoscrizioni?
La solita RAI, sempre dominata dalla sinistra, vi ha informato che, qualche settimana fa, un’associazione di camperisti amanti della vita all’aria aperta ha promosso una manifestazione con centinaia di persone vicino alla casa nel bosco e ha anche promesso un presidio permanente di camper in solidarietà con la famiglia perseguitata? La battaglia in corso contro il sistema che sequestra i bambini non è solo per fermare l’aggressione e la persecuzione contro padre, madre e i tre figli Trevallion. E’ una battaglia di civiltà in difesa della famiglia (naturale, ovviamente, altre “famiglie” non ce ne sono) contro l’attacco woke che vede in essa solo un “costrutto sociale”. Una famiglia che è anteriore allo Stato e che uno Stato “buono” deve non solo rispettare, ma anche proteggere. Sempre. Anche se è una “famiglia nel bosco”.
Antonio d F
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