Sono passati alcuni giorni dalle celebrazioni del Giorno del Ricordo 2026, giornata istituita per commemorare ciò che patirono gli italiani dell’est all’indomani della fine della guerra.
Tra uccisioni, violenze ed esodo, la ferita rimane ancora aperta non solo per chi ha conosciuto quei momenti orribili, ma soprattutto per l’intera Nazione ancora divisa da una guerra civile mai del tutto terminata. Mentre i patrioti, e anche comuni cittadini, si raccoglievano per ricordare i loro connazionali, gli anti-italiani che si raccolgono dietro i simboli antifascisti mostravano ancora una volta il loro odio, il loro fanatismo, la loro cattiveria.
La contro operazione della sinistra
Dalle manifestazioni violente, con atti vandalici e disagi per gli abitanti dei quartieri, alle intimidazioni, gli antifascisti hanno dato ancora una volta il peggio di loro, secondo i soliti modus operandi ricattatori e simil-mafiosi.
Nel mentre, sui giornali e sui social, opinionisti senza obiettività cercavano in tutti i modi di giustificare ciò che accadde in quei tragici anni tra il 1944 e il 1947. Le foibe furono conseguenza delle politiche aggressive dell’Italia fascista, dicono. Ma da dove derivava questa rabbia italiana? Per farlo dobbiamo tornare indietro nel tempo, quando l’Italia stava ancora percorrendo il suo cammino di unificazione.
E l’inizio di questo calvario ha anche una data: 12 novembre 1866. Da quel giorno, per volere degli Asburgo ancora regnanti sul Litorale (terre da secoli appartenenti alla Repubblica Serenissima di San Marco cedute all’Austria da Napoleone), iniziò la slavizzazione della costa orientale dell’Adriatico per fermare le spinte irredentiste italiane, attraverso la sostituzione del personale italiano in ruoli chiave dell’amministrazione e dell’istruzione, fomentando poi conflitti etnici.
Inutile dire che ciò inasprì le tensioni latenti che culminarono all’indomani della vittoria della grande guerra, quando l’uscita di scena degli Asburgo lasciò spazio al caos.
Con lo spostamento del confine italiano ad est, molti slavi trapiantati nei decenni precedenti si ritrovarono a far parte dello Stato italiano ormai definito, e la vittoria mutilata contribuì a gettare benzina sul fuoco. Seguirono violenze slave che trovarono la risposta italiana, un botta e risposta che culminò nell’istituzione del TIGR (Trst-Istra-Gorica-Rijeka) mirante a riannettere al neonato Stato jugoslavo l’intera Venezia Giulia, il Carnaro e la Dalmazia.
Il TIGR
Attraverso attentati, il TIGR esasperò una situazione già tesa, cui l’Italia dovette rispondere talvolta anche con metodi poco ortodossi, come la fucilazione di alcuni esponenti il cui cippo, in territorio italiano, è stato onorato da Mattarella mano nella mano col presidente sloveno.(1)
Il volgersi della guerra a favore gli Alleati, offrì alla Jugoslavia, nel frattempo diventata Stato socialista, una ghiotta occasione per conquistare territori strategici usando i “crimini” italiani come giustificazione internazionale, ma macchiandosi di delitti ancora più atroci come i massacri delle foibe che ogni anno vengono ricordati.
Gli antifascisti di oggi, che dicono che la storia vada studiata tutta, omettono ovviamente di raccontare quanto accade prima del 1920. Come dimenticano che il maresciallo Tito non era certo né un fervente patriota né un accanito socialista: in numero forse ancora maggiore rispetto agli italiani, tra le vittime del regime titino troviamo jugoslavi non comunisti, nazionalisti sloveni, croati e serbi contrari ad una convivenza forzata (cosa che darà loro ragione negli anni 90 con le terribili conseguenze che ancora ricordiamo) e persino comunisti favorevoli ad un riavvicinamento all’Unione Sovietica.
Una tragedia di popolo
E ignorano volutamente che anche molti antifascisti italiani furono uccisi dalle truppe titine. Come quando i comunisti nostrani rovesciarono il latte destinato ai profughi istro-dalmanti, ancora oggi gli antifascisti sono disposti a difendere chi fece del male al proprio stesso popolo pur di sostenere la causa antifascista.
L’antifascismo diventa quindi una religione, la più fanatica al mondo, che davvero non guarda in faccia nessuno, nemmeno chi fu gettato in quegli inghiottitoi carsici senza aver commesso alcun crimine.
(1) Mattarella è garante della costituzione tanto sbandierata quando si tratta dei movimenti neofascisti, eppure l’omaggio al TIGR sembrerebbe andare in contrasto con l’articolo 5 il quale recita che “la repubblica è una e indivisibile”.
Lorenzo Gentile
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