Nel 2020 lo smart-working, termine improprio di pseudo anglicismo visto che in inglese si dice working from home, da cui l’acronimo WFH o più semplicemente remote working, sembrava una rivoluzione irreversibile.
In Italia scoperto solo qualche anno prima dell’avvento del Covid in via sperimentale, sulla scia delle grandi multinazionali americane ed europee, come detto doveva essere la soluzione a molte esigenze sia aziendali che del personale stesso.
Nel 2020 furono circa 6,5 milioni di persone su 22 milioni di occupati a lavorare da casa, oggi al lavorare da remoto son circa 3,75 milioni di dipendenti.
Si torna in ufficio
Negli ultimi 2 anni le cose stanno cambiando, le grosse aziende come Amazon, Meta o Goldman Sachs avevano già lo scorso anno annunciato che tutti ii dipendenti sarebbero dovuti tornare in ufficio 5 giorni su 5, pochi giorni fa anche Stellantis ha fatto retromarcia ed ha invitato i suoi dipendenti a rientrare tutti nel 2027, così come la casa produttrice di videogiochi Ubisoft seguendo già gli esempi italiani di Electrolux.
Negli USA specialmente nel settore delle grosse banche di affari il lavoro da remoto è già stato tolto da diversi mesi.
Molte aziende italiane piccole medie e grandi han già da qualche tempo ridotte le giornate a casa di smart, portandole da 1 a 3 giornate a settimana, stabilizzando un modello ibrido fondato sull’alternanza tra giorni da remoto e in presenza.
Il perché di questa scelta?
La scelta non riguarda l’efficienza o la produttività, ma secondo le aziende stesse il lavoro in presenza cultura alimenterebbe maggiormente una migliore collaborazione e miglioramento delle prestazioni, ma il sospetto è che dietro vi sia una visione arcaica del lavoro tutta italiana ove vige il sistema del controllo, ove una serie di capi e capetti danno sfoggio del loro ego con appunto la verifica ed al controllo del personale che in smart working è molto difficile da gestire.
L’idea di fondo è che se non sei in ufficio non stai lavorando, quindi una totale mancanza di fiducia verso i dipendenti.
Altra questione è che riducendo il lavoro da remoto si potrebbe ridurre il personale, perché rendendo il lavoro meno flessibile qualcuno di propria sponte deciderà di andarsene, il tutto favorendo meno costi di incentivazioni all’esodo, favorendo di fatto un risparmio per le aziende.
Il futuro dello smart-working
Il tutto nonostante molti studi abbiano dimostrato che il lavoro da casa ha migliorato di molto la produttività aziendale abbattendo i costi e che per molti il lavorare da casa, permettendo di gestire lavoro e vita privata è diventata una priorità.
Secondo i dati di Ranstad agenzia leader del lavoro che fornisce servizi legati al lavoro temporaneo, il 45% delle persone rifiuterebbe una offerta lavorativa se questa non avesse lo smartworking nella sua offerta.
Specialmente i giovani nati dopo gli anni 2000 ritengono lo smartworking un requisito fondamentale nella ricerca di un lavoro.
Il futuro è difficile da prevedere ma oramai la tendenza è quella di un rientro graduale, lasciando poco spazio al lavoro remoto e con un progressivo ripristino dei 5 giorni in ufficio.
Paolo Ornaghi
Il 2diPicche lo puoi raggiungere
Attraverso la Community WhatsApp per commentare le notizie del giorno:
Unendoti al canale WhatsApp per non perdere neanche un articolo:
Preferisci Telegram? Nessun problema:






































































