Memorial è un’associazione non governativa fondata nel 1989 da figure importanti della dissidenza al regime sovietico, tra cui spicca quella di Andrej Sacharov, con scopi sia di ricerca storica sia di denuncia dei crimini del passato regime comunista. Attualmente il suo quartier generale, in precedenza ubicato a Mosca, si trova in Germania e si contano sedi in vari altri paesi, tra cui l’Italia.
In Russia è stata sciolta nel 2021 dalla Corte Suprema, in quanto “organizzazione indesiderabile”, mentre, l’anno successivo, è stata insignita del premio Nobel per la pace. Lo scorso 9 aprile Memorial è stata dichiarata, sempre dalla Corte Suprema russa, “organizzazione estremista”, cosa che espone i suoi membri a sanzioni amministrative e penali. L’accusa è quella di “distorcere la memoria storica, creare un’immagine falsa dell’URSS e gettare discredito sulla memoria della Grande Guerra Patriottica“. Nella sentenza è pure scritto che Memorial mira a “violare l’integrità territoriale ed erodere i valori storici, culturali, spirituali e morali” della nazione”.
In casa nostra le cose non vanno troppo diversamente, dato che, in quegli stessi giorni, la vice presidente del Parlamento Europeo, Pina Picierno, in nome dell’anti-putinismo, invocava provvedimenti censori di segno opposto contro il festival Russia Today, tenutosi a Bologna l’11 e il 12 aprile.
Un passato non rinnegato
Lungi da noi, ovviamente, difendere il passato comunista della Russia, che ha prodotto non solo innumerevoli morti (le cifre sono ancora oggetto di dibattito ma si parla di oltre 20 milioni) ma anche miseria, oppressione, persecuzioni di ogni genere, l’orrore dei gulag. Tuttavia c’è un aspetto che merita di essere considerato. La dissoluzione dell’Unione Sovietica, avvenuta ufficialmente il 26 dicembre 1991, non ha comportato il rinnegamento completo del passato bolscevico.
C’è stata, è vero, la rimozione di molte statue di Lenin e Stalin e diverse città sono state rinominate (il caso forse più eclatante è stato quello di Leningrado, tornata San Pietroburgo). Lo stemma della falce e il martello, è stato tolto da molti edifici pubblici e dai documenti ufficiali, sostituito dall’aquila bicipite della Federazione Russa. Ma taluni simboli sopravvivono: il mausoleo di Lenin nella Piazza Rossa, così come le stelle rosse sulle torri del Cremlino, per citare i più significativi.
Rivendica la propria storia
Insomma, la Russia contemporanea, non più comunista, facendo leva sulla vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, non si sogna minimamente di perseguire la damnatio memoriae a cui assistiamo dal 1945 in Italia e Germania, ma commemora orgogliosamente il proprio passato, anche con largo uso di bandiere rosse e simboli sovietici. Rivendica la propria Storia, senza fingere che certi periodi non ne facciano parte. Perché il passato, nel bene e nel male, non si può cancellare e contribuisce a costruire l’identità di un popolo e di una nazione.
Certo, la censura, in un senso o nell’altro, non aiuta né la pacificazione nazionale né, tantomeno, la sana ricerca della verità storica. Su questo punto sarebbe bene che, nell’imminenza del 25 aprile, l’Italia della guerra civile permanente trovasse la forza di iniziare, finalmente, a riflettere.
Raffaele Amato
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