In un panorama editoriale italiano spesso appiattito su narrazioni conformi, ideologicamente orientate o semplicemente reticenti davanti alle pagine più vive e complesse della nostra storia nazionale, l’uscita di “Gli abruzzesi nella colonizzazione italiana della Libia”, edito dal Centro Studi e Ricerca Cittadella, rappresenta un evento di autentico rilievo. Non è soltanto un testo agile e denso: è l’atto inaugurale della collana “Il Faro”, e come tale porta con sé un’ambizione alta, quasi una sfida al buio che ha avvolto troppi episodi della nostra epopea novecentesca.
Fin dalle prime pagine, le premesse della collana mi hanno colpito. Si avverte subito la volontà di illuminare, senza timori reverenziali né censure preventive, snodi storici che meritano di essere restituiti alla memoria collettiva in tutta la loro densità umana, politica e civile. Non si tratta di una autocelebrazione acritica, né di revisionismo di maniera, ma di un serio lavoro di scavo che intende restituire dignità a vicende e a uomini troppo spesso ridotti a stereotipi o cancellati.
Particolarmente apprezzabile nel testo è poi la prefazione curata dal Centro Studi e Ricerca Cittadella, che offre una distinzione sensibile e quanto mai necessaria tra i concetti di Impero e di imperialismo. In tempi in cui il linguaggio è stato piegato a fini polemici e la storia ridotta a strumento di condanna morale retroattiva, questa precisazione concettuale ristabilisce una gerarchia di valori e una chiarezza terminologica preziosa. L’Impero evoca un’idea di ordine, di missione civilizzatrice, di espansione organica della civiltà; l’imperialismo, invece, rimanda più spesso alla mera logica di potenza economica e sfruttamento. Tale distinzione, condotta con equilibrio e rigore, consente di approcciare il tema coloniale libico senza cadere nelle trappole del politically correct odierno né in quelle opposte di un nazionalismo retorico.
Il corpo del volume brilla per l’ottimo lavoro di ricerca storica condotto sulle fonti. L’autore si firma con lo pseudonimo di Publio Valerio ed a lui vanno i complimenti per il grande lavoro svolto e sintetizzato in così poche pagine. Particolarmente efficaci risultano i riferimenti alle documentazione del PNF e il paziente, appassionante ricostruzione delle storie delle famiglie teatine – o più in generale abruzzesi – che partirono per la Quarta Sponda. Non si tratta di freddi elenchi o di dati statistici anonimi.
Questo testo mancava. Mancava un’attenzione seria, documentata e priva di pregiudizi alla componente abruzzese – e meridionale in senso lato – nella grande avventura coloniale italiana. Mancava soprattutto la capacità di contestualizzare quell’esperienza senza ridurla a facile giudizio moralistico postumo. Il Centro Studi e Ricerca Cittadella ha colmato questo vuoto con competenza, serietà e un amore evidente per la verità storica, fornendo a noi tutti un prezioso documento di autodifesa contro le infamanti accuse degli “italiani invasori e violenti”.
Per tutti coloro che non si accontentano delle vulgate mainstream, per chi crede che la memoria di un popolo sia un patrimonio da custodire e non da processare, per chi sente ancora vibrare il legame tra terra d’Abruzzo e le rive libiche, l’acquisto di quest’opera è più che consigliato: è doveroso.
Domenico Nucci
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