La remigrazione non è deportazione.
Divertiamoci con le tre ultime idiozie sparate dall’onorevole Ilaria Salis, nel tempo record di 15 secondi circa:
“…manifestazioni per la remigrazione…non hanno la legittimità di esistere…”
Ma occupare una casa per anni, togliendola a chi ne avrebbe effettivo bisogno, e per di più senza pagare l’affitto, sarebbe legittimo?
“…perché la remigrazione significa deportazione ed è una pratica fascista”
Andare invece in Ungheria a prendere a martellate le persone è sicuramente una manifestazione di democrazia e pluralismo. Sorvoliamo poi sul fatto che il Compagno Stalin ha deportato migliaia di contadini russi nei Paesi Baltici, nel Kazakistan e nel Donbass, per russificare vaste aree dell’Unione Sovietica. Se poi ci aggiungiamo i milioni di dissidenti deportati nei Gulag siberiani o, per la “par condicio” storica, gli ebrei mandati a morire nei campi di concentramento e la tratta di milioni di schiavi, pianificata da tutti i popoli del passato, il numero dei deportati si fa astronomico.
Se ne deduce allora che è proprio sul termine “deportazione” che la Salis prende un’enorme cantonata: deportare significa infatti:
“…trasferire forzatamente e coattamente una o più persone lontano dal proprio luogo di residenza o patria, solitamente per motivi politici, penali o razziali, privandole della libertà. È un atto imposto da un’autorità (stato, regime) verso un luogo di detenzione o confino”
Dunque remigrare non significa deportare ma, al contrario, rimpatriare nelle loro terre d’origine, se necessario con l’uso legittimo della forza (che, ricordo, non è violenza), anzitutto gli immigrati che sono entrati illegalmente in una Nazione.
In seconda istanza, anche quelli con regolare permesso di soggiorno che hanno commesso reati o che non vogliono integrarsi. Spesso, rispedendoli a casa, li si fa anche felici: molti ragazzi, immigrati di seconda generazione nati in Italia, sostengono infatti di sentirsi più “marocchini, tunisini, ecc., che non italiani”, come dimostrato da diverse interviste televisive, in particolare a “Dritto e rovescio” di Del Debbio.
A questo punto immagino già l’obiezione dei talebani dell’accoglienza e dei fedeli a oltranza nel paradiso multietnico: stando così le cose, rimandare a casa i figli di immigrati nati in Europa non sarebbe forse deportazione a tutti gli effetti?
Lo Jus Sanguinis africano
Ebbene no, perché c’è un aspetto giuridico, ignorato dai più e che non viene mai sollevato (se non da Zemmour in Francia), che rende possibile la remigrazione, o rimpatrio che dir si voglia, senza che diventi deportazione: molte Nazioni africane infatti, a cominciare da quelle del Maghreb, non permettono ai loro cittadini che acquisiscono una nuova cittadinanza di perdere quella originaria, che viene tramandata da una generazione all’altra sulla base dello “Jus sanguinis”. Cittadinanza primaria, dunque, fondata su quel diritto storico che da noi invece la sinistra vorrebbe abolire a favore dello ”Jus soli”:
“In linea generale gli immigrati provenienti dai paesi del Maghreb (Marocco, Algeria, Tunisia, Libia ed Egitto) mantengono la loro cittadinanza originaria anche dopo aver acquisito quella italiana o di altra Nazione europea. Molti paesi africani consentono il mantenimento della cittadinanza originaria”.
Quindi la doppia cittadinanza spiega, dal punto di vista sia giuridico che psicologico, quanto dichiarato dai ragazzi magrebini durante le interviste alla TV. Pertanto, anche se, a seguito di gravi reati, si potesse cancellare la cittadinanza acquisita agli immigrati (cosa che sarebbe auspicabile), essi manterrebbero quella originaria, il che significa avere una patria dove essere ricollocati.
Giova ricordare infatti che acquisire la cittadinanza non significa ricevere un attestato burocratico, concesso con leggerezza, ma deve corrispondere alla piena adesione alle leggi e ai valori del Paese che accoglie: venendo meno tale consenso, la cittadinanza deve essere cancellata, senza se e senza ma. Se poi chi la perde diventa apolide, la richieda in un’altra Nazione culturalmente affine.
Chiarito ciò, va rilevato che la parola deportazione viene usata anche da esponenti politici di primo piano contrari all’immigrazione di massa.
Reform UK
Prendiamo gli inglesi Nigel Farage e Rupert Lowe, ad esempio: il primo ha fondato “Reform UK” pochi anni fa, mentre il secondo, fuoriuscito dal partito di Farage, ha fondato l’anno scorso un nuovo movimento o gruppo di pressione, “Restore Britain”, che ha l’identico obiettivo di Farage: ovvero la remigrazione dei clandestini e la chiusura delle frontiere per nuovi immigrati, soprattutto islamici. Ebbene, nei video sotto riportati, entrambi usano con disinvoltura la parola “deport”, il che non può non evocare lo spettro delle tragiche deportazioni di massa dei regimi totalitari:
Nonostante ciò pochi giorni fa il partito di Farage ha ottenuto un clamoroso successo elettorale in Gran Bretagna, facendo letteralmente collassare il partito “Labour” del premier Keir Starmer, che probabilmente finirà col dimettersi.
Ottimo segnale, che dimostra, una volta di più, quanto il tema dei problemi legati all’immigrazione sia oggi centrale nella politica europea. Ma che dimostra soprattutto, e la Salis se ne faccia una ragione, che gli elettori se ne fregano se si invoca la deportazione, anziché la remigrazione o il rimpatrio: l’importante è far cessare la pressione migratoria e svuotare l’Europa da milioni di odiatori della nostra cultura.
Una sconfitta della sinistra anche sul piano culturale: il “politically correct” non funziona più, il bacchettare gli oppositori sull’uso delle parole (dopo averne falsato il contenuto, come nel caso in oggetto), porta semmai a esacerbare gli animi e a ribellarsi contro la censura delle parole e del pensiero.
La guerra si combatte anche con la semantica
A titolo personale, ritengo comunque che sarebbe opportuno evitare di usare la parola deportazione nelle manifestazioni pubbliche, nei dibattiti e nella comunicazione, chiarendo sempre che remigrazione significa rimpatrio e nulla più.
In tal modo si evita di offrire il fianco alle critiche della sinistra, sempre pronta a tacciare di nazi-fascismo chi lotta contro l’invasione migratoria e l’islamizzazione. Come dimostrano il video della Salis e le manifestazioni dei suoi “compagni” dei centri sociali, tutti in piazza a starnazzare contro una presunta e bisunta “deportazione di massa”.
Prendiamone atto: la remigrazione è necessaria perché la società multietnica è fallita e non certo per colpa dell’Europa, che ha accolto milioni di immigrati. Tuttavia la sinistra, con l’arroganza tipica di chi si illude di detenere una superiorità morale e di padroneggiare i “meccanismi della Storia”, si ostina a non riconoscere questa sconfitta ideologica, fingendo di non vedere che il “Re delle masse migratorie è nudo”, sotto gli occhi di tutti.
Un minimo di capacità autocritica sarebbe invece necessaria alla sinistra per non scomparire, come è successo il mese scorso in Ungheria (si veda il mio precedente articolo), o per non iniziare la sua parabola discendente, come in Gran Bretagna.
Ma è una dote che sembra mancare del tutto ai nipotini del Compagno Stalin, che invece obbligava i dissidenti a farla, l’autocritica; prima di fucilarli o deportarli nei Gulag, a morire di freddo e di stenti.
Leo Bacchi
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