A poche settimane – due o tre – dall’uscita del libro inchiesta sulla Uno bianca, costato oltre 6 anni di indagini, ragionamenti, riflessioni, confronti e incontri con protagonisti e vittime, si ha ben poca voglia di perdere del tempo a smentire le idiozie trasmesse da Report.
Iscrivere la banda dei Savi nel filone “evergreen” del terrorismo nero è talmente stupido che, se non si trattasse di programmi televisivi nazionali, varrebbe la pena solo alzare le spalle e pensare ad altro.
Tuttavia, siccome queste leggende “navigano” sul web, in modo telegrafico, è bene smontarle alla radice.
Primo falso: Roberto Savi non è mai stato iscritto al Fronte della gioventù di Rimini. Questa notizia, diffusa subito dopo l’arresto e ripresa anche da Antonio Di Pietro nella sua nota relazione sulla banda della Uno bianca, non è attestata da alcun documento di qualsiasi genere e tipo.
Secondo falso: è vero che nel 2022 Roberto Savi disse di aver compiuto alcuni attentati a Rimini per conto dell’estrema destra, quando ancora non era poliziotto, ma, non avendo nemmeno saputo indicare quali, subito dopo aver fatto queste dichiarazioni, se le rimangiò. Quando fece queste dichiarazioni – la tempistica è importante – la Procura di Bologna aveva già aperto un nuovo fascicolo sulla Uno bianca, dietro il deposito di un esposto da parte del sottoscritto, in cui si illustravano bene le direzioni che avrebbero dovuto prendere le indagini. Per tanto, l’uscita di Roberto parve chiaramente un’offerta del tipo: dico di aver fato certe cose per conto di una certa politica, così potete lasciar tranquilli quelli verso i quali si punta il dito.
Tra parentesi, Nestore – e non Ernesto – Crocesi è stato certamente un militante del Msi di Rimini, ma diventato noto a Milano, e mai entrato a far parte di Ordine nuovo. Nemmeno del Centro studi, guidato da Pino Rauti, dal momento che era legatissimo alla corrente opposta della Fiamma, quella di Franco Petronio e, quindi, di Pino Romualdi. Non esistono tracce, anche minime, di qualsivoglia contatto tra Savi e Crocesi, eccezion fatta per la comune provenienza riminese. Inoltre, quando operava la Uno bianca, Crocesi viveva a Perugia ed era già minato nel corpo dal male che lo uccise prematuramente.
L’unico indizio di un collegamento politico dei Savi è una lettera di raccomandazione a favore di Alberto firmata da un deputato democristiano, per il suo trasferimento da Ferrara a Rimini. Per di più, antecedente alla scelta di diventare un bandito.
Le indagini successive alla Strage del Pilastro sono state condizionate dall’azione non certa eccelsa di due poliziotti bolognesi, vertici del Nucleo investigativo speciale Uno bianca. Il primo, era ed è il cognato di Pierferdinando Casini e, per tanto, difficile da immaginare protettore di “terroristi fascisti”. Per altro, vicino agli ambienti casiniani – anche se si tratta di voci, poiché i magistrati sono restii a dire per chi votano – era considerato anche il pm che condusse gran parte delle indagini sbagliate sui delitti dei Savi. Pensare a Spinosa come a un magistrato che avrebbe protetto fascisti è semplicemente un obbrobrio, sia dal punto di vista del giudice sia da quello degli eventuali eversori fascisti. Il secondo, sul quale gravano molte delle responsabilità della gestione di Simonetta Bersani – la teste mendace che accusava i fratelli Peter e William Santagata -, è stato ed è tutt’ora il più noto poliziotto comunista italiano, aiutato direttamente dal Pci – lo scrisse La Repubblica – nella sua carriera professionale.
Non solo. Arrestato Domenico Macauda, i carabinieri – come si dimostrerà nel libro annunciato, documenti alla mano -, i Carabinieri di Bologna inventarono di sana pianta una strana storia, evidentemente concordata con l’imputato, per sostenere che il secondo depistaggio. da lui operato avesse colpito solo per una disgraziata coincidenza una famiglia legatissima al Pci. A questo scopo, coinvolsero un’altra famiglia di bolognesi, indicandola come il vero obbiettivo del brigadiere-delinquente, forti del fatto che nessun componente di quella seconda famiglia sarebbe mai venuta a sapere del fatto che uno di loro era stato indicato negli atti dell’inchiesta. Il Pci, che aveva gridato ai quattro venti che non si sarebbe accontentato di una verità di comodo, ottenuto il risultato di veder scagionati da ogni anche più labile ombra i suoi militanti; pur avendo preso atto e fatto scrivere dal proprio quotidiano che il processo a Macauda non aveva sciolto nessuno dei dubbi sollevati dai suoi depistaggi; in realtà, si conformò immediatamente alla tesi dell’azione solitaria da parte di un carabiniere scriteriato. Perché?
Si potrebbe andare avanti per ore, smontando questi teoremi. Per dire che i Savi furono semplici rapinatori?
No. Le vie dell’eversione, purtroppo, al pari di quelle della provvidenza, sono infinite. E la stagione terroristica dei Savi non può essere interpretata e capita, alla luce delle categorie nate negli “anni di piombo” e già tramontate, tra il 1987 e il 1994. E’ una trama complicata che ha visto agire in una stessa direzione forze diverse: alcune annidate nella Procura della Repubblica, altre nell’Arma dei Carabinieri locale e, ovviamente, nella Questura. Fare altri ragionamenti, senza prima aver chiamato a rispondere chi di dovere dei fatti precisi e specifici indicati negli esposti consegnati alla magistratura di Bologna, significa solo alzare polveroni, dietro ai quali continueranno a nascondersi i protettori dei Savi.






































































