Il monopolio della cultura e il nuovo bersaglio
La sinistra progressista, quella che detiene il monopolio della cultura, non risparmia nessuno, nemmeno i suoi idoli. A farne le spese stavolta è toccato non al politico di turno a cui scivola la lingua su temi tabù, ma nientemeno che a Francesco De Gregori. Da decenni, il cantautore è annoverato nell’olimpo degli artisti “rossi”, assieme ai vari Guccini, De André, Gaber, i Nomadi, Venditti, fino ad arrivare ai fenomeni da baraccone attuali, musicalmente inferiori e dallo stile circense. Ma a parte i gusti musicali, ciò che ha scatenato la gogna contro il mostro sacro è la sua posizione, o meglio, la sua non posizione.
La colpa di non scegliere una fazione
Già, perché l’illustre Francesco ha espresso un pensiero che non può e non deve essere tollerato. Riferendosi agli attacchi di Bruce Springsteen contro Trump e alla questione Gaza, il cantante del Generale decide di stare in disparte dalla politica, limitando il ruolo dell’artista alla sola musica. Non l’avesse mai detto. Un putiferio infinito che ha spaziato da colleghi come Elisa, in prima fila a manifestare per la flottiglia, ai giornalisti da social network che passano il tempo ad autoumiliarsi. Bisogna prendere posizione e bisogna prendere quella che decidono loro. L’ignavia è complice, ma sempre dell’altro.
Il dogma progressista e il parallelismo dantesco
Il progressismo diventa la nuova religione, dove chi non si schiera ricorda l’antiinferno dantesco, all’inizio della Commedia: chi non sceglieva da che parte stare era schifato persino dal diavolo in persona, per questo posto il più lontano possibile da lui, condannato a correre dietro ad una insegna anonima versando il sangue ai vermi. Ecco il destino che tocca a chi non solo è antiprogressista ma anche a chi si limita a non esserlo.
L’obbligo del pensiero unico e la memoria storica
È lo stesso destino che tocca a chi non è antifascista: chi non si schiera, con tutte le forze, è automaticamente fascista, basta questo. E per essere antifascista bisogna essere come vogliono loro, pur non conoscendo il significato della parola. C’è chi accusa De Gregori di essere tale solo per non aver preso quel treno, pur non avendo nemmeno remato contro. Proprio lui, nipote di partigiano dice queste cose, dicono, omettendo però che lo zio partigiano, peraltro omonimo, era un bianco e fu tra le vittime dell’eccidio di Porzûs.
L’eredità del passato e la scelta della libertà
Insomma, il caro vecchio “o con noi o contro di noi” è l’eredità che l’antifascismo progressista ha preso da ciò che c’era prima, cercando di dargli una morale che non c’è. Ma si sa, non tutti saliamo su quel treno carico d’odio e fanatismo, preferiamo quello che “tra due minuti è quasi giorno, è quasi casa, è quasi amore”.
Lorenzo Gentile
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