“La posizione della comunità musulmana di fronte a tutte le provocazioni sembra essere: l’Islam è una religione di pace e se dici il contrario, ti uccideremo” – ha scritto il filosofo statunitense Sam Harris – e, alla luce dei fatti, il pensatore non ha torto.
Il “ti uccideremo” postulato di Harris, benché elevato al massimo grado di potenza, è comunque applicabile, seppur in misura ridotta, a quanto accaduto venerdì scorso a Milano, dove un migliaio di islamici Sciiti ha commemorato l’Imam Husayn – nipote del profeta Maometto – nella processione dell’Ashura.
Il corteo islamico di Milano
Il corteo che ha celebrato la personalità religiosa si è snodato per le vie di Milano, tra uomini in nero che hanno praticato il Matam – il battersi ripetutamente il petto – e la partecipazione delle donne, separate dagli uomini, dietro un telo nero. Una tradizionale celebrazione islamica che dimostra ancora una volta quali siano il ruolo della donna e la sua posizione sociale all’interno di una cultura aliena all’Italia e all’Europa, che dovrebbe essere osteggiata da chi si è arrogato, negli anni, il ruolo di difensore della donna e di chi venerdì, come in altre occasioni, ha taciuto e nemmeno puntato il dito.
Evidentemente, siamo al solito “due pesi e due misure”, applicato soprattutto e con colpa grave della autorità che hanno autorizzato la manifestazione islamica, vietando, a giugno, la tradizionale e italianissima processione del Corpus Domini.
Cala il silenzio mediatico
Qualcuno farà obiezione, qualcuno tenterà di sminuire, qualcuno starà zitto, digrignando i denti, pronto a sollevare il finimondo alla prima occasione di presunto patriarcato occidentale. Ciò che è accaduto venerdì, al di là della manifestazione religiosa in sé, è, de facto, un’ingiustizia sociale, soprattutto a discapito del popolo autoctono romano, popolo che se non farà opposizione intransigente sarà cancellato.
La tradizione è ciò che si tramanda di padre in figlio, la linfa vitale che alimenta l’anima di un popolo e che va difesa con coraggio e onore, come disse un condottiero di Valacchia sul finire del XV secolo: “Siamo pronti a difendere questa terra con il nostro sangue, e chiunque proverà ad attraversare il Danubio troverà ad accoglierlo una foresta di pali.”
Cristian Borghetti
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