La sentenza d’appello non impedisce a Marine Le Pen di candidarsi. Non è detto, però, che questa sia la notizia politicamente più favorevole per il futuro del Rassemblement National.
La condanna in appello di Marine Le Pen segna un passaggio importante nella vicenda giudiziaria della leader del Rassemblement National. La sentenza conferma la responsabilità penale, ma le lascia la possibilità di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2027, mentre è già stato annunciato il ricorso ai successivi gradi di giudizio. Dal punto di vista del diritto, la questione seguirà il suo corso.
Dal punto di vista della politica, invece, la situazione appare molto più delicata di quanto possa sembrare a una prima lettura. L’attenzione si è concentrata soprattutto sul fatto che Marine Le Pen non sia stata esclusa dalla corsa all’Eliseo. È comprensibile: ma una candidatura che si sviluppasse sotto il peso di una condanna per appropriazione indebita potrebbe rivelarsi un problema ben più serio della stessa battaglia giudiziaria.
La corsa lenta del RN
Il Rassemblement National ha costruito negli ultimi anni una parte consistente del proprio consenso denunciando il distacco delle élite dai cittadini, i privilegi della politica, gli sprechi della macchina pubblica e la necessità di restituire credibilità alle istituzioni. È una narrazione che ha trovato spazio in una Francia attraversata da profonde tensioni economiche e sociali. Una condanna di questo tipo rischia inevitabilmente di indebolire quella credibilità.
Non perché gli elettori siano obbligati a cambiare opinione, ma perché gli avversari politici avranno a disposizione un argomento semplice, immediato e facilmente comprensibile. Ogni proposta sull’immigrazione, sulla sicurezza, sulla sovranità nazionale o sulla crisi economica potrebbe essere accompagnata dal richiamo costante alla vicenda giudiziaria della candidata .Le campagne elettorali non si decidono soltanto sulla qualità dei programmi. Si decidono anche sulla capacità di imporre i temi del confronto pubblico.
Se il dibattito dovesse essere dominato dalla condanna di Marine Le Pen, sarebbe difficile riportare al centro dell’attenzione gli argomenti sui quali il Rassemblement National ha costruito la propria crescita elettorale. Esiste anche un altro rischio, meno evidente ma forse ancora più importante. Negli ultimi anni il partito ha cercato di presentarsi come una forza di governo matura, capace di amministrare il Paese e non soltanto di interpretarne il malcontento. È stato un percorso lungo, fatto di scelte politiche, di rinnovamento della classe dirigente e di una progressiva ricerca di legittimazione istituzionale.
La semisvolta moderata
Proprio Marine Le Pen ha spesso guidato questo processo, prendendo decisioni che hanno suscitato discussioni anche all’interno del suo stesso elettorato. La rinuncia all’uscita dall’euro rappresenta probabilmente l’esempio più significativo. Per anni quella proposta era stata presentata come uno dei pilastri dell’identità del partito. Successivamente venne accantonata, nella convinzione che avrebbe allontanato una parte dell’elettorato moderato.
Fu una scelta strategica che molti sostenitori considerarono un sacrificio dell’identità politica sull’altare della rispettabilità. La situazione attuale presenta caratteristiche diverse, ma pone un interrogativo analogo. Proseguire personalmente la corsa all’Eliseo è una decisione comprensibile sotto il profilo umano e politico.
Resta però da capire se coincida con l’interesse del movimento oppure se finisca per concentrare l’intera campagna elettorale sulla posizione processuale della sua leader. Paradossalmente, un’esclusione dalla competizione avrebbe potuto rafforzare la narrazione di una destra ostacolata anche sul terreno giudiziario, alimentando il consenso di chi già diffida delle istituzioni francesi.
Una candidatura accompagnata da una condanna produce invece un effetto opposto: sposta il baricentro del confronto dalle idee alla persona. È una distinzione che potrebbe rivelarsi decisiva.
L’obiettivo del Rassemblement National non è semplicemente portare Marine Le Pen sulla scheda elettorale: l’ obiettivo è conquistare l’Eliseo. Se la campagna presidenziale dovesse trasformarsi in un confronto permanente sulla sua vicenda giudiziaria, la destra francese rischierebbe di affrontare le elezioni sul terreno scelto dagli avversari e non su quello che per anni le ha consentito di allargare il proprio consenso.
Gianluca Mingardi
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