Dall’eclissi dei giganti storici al servilismo plutocratico della mediocrazia contemporanea
È doveroso premettere che le riflessioni che seguono sono state ampiamente stimolate e indotte dal recente post del filosofo Andrea Zhok, di cui apprezziamo la sferzante e lucida analisi pur non potendone condividere appieno l’intero percorso critico e politico.
Guardare da vicino le figure che oggi occupano i vertici delle istituzioni internazionali provoca una vertigine al contrario, una discesa rapida verso gli abissi della pura irrilevanza caratteriale. Il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, liberale olandese di impeccabile obbedienza, incarna alla perfezione questo fenomeno macroscopico. Non si tratta semplicemente di una critica politica alle sue discutibili posizioni, bensì di una constatazione antropologica sul tipo umano che la nostra epoca premia e mette in mostra. Rutte si muove sulla scena globale come un amministratore delegato della sottomissione, un burocrate del compiacimento che esibisce sorrisi compunti mentre enuncia le più clamorose assurdità geopolitiche senza fare un plissé.
Il grottesco atlantico e il trionfo di “Daddy Trump”
I trionfalismi dello stesso Rutte ne sono la prova lampante. Si congratula pubblicamente con sé stesso sottolineando come gli ordini bellici degli alleati NATO garantiscano il posto di lavoro a duecentomila cittadini statunitensi, incapace di scorgere l’umiliazione intrinseca di un’Europa ridotta a colonia industriale e finanziaria. Spiega con assoluta serenità che è sacrosanto che il supporto strategico fornito dagli Stati Uniti all’Ucraina venga interamente pagato dai contribuenti europei e canadesi.
Quando qualcuno osa chiedergli conto del passato recente, delle guerre offensive scatenate dall’Alleanza Atlantica in Libia o in Iraq, la sua risposta è un riflesso condizionato, un’assicurazione stampata sul volto che la NATO esiste esclusivamente per difendere. Fino ad arrivare alle vette del grottesco, descritte da osservatori attenti, in cui la postura diplomatica scivola in una deferenza quasi filiale nei confronti di “Daddy Trump”, riducendo la dignità delle nazioni europee a un sommesso dispiacere per quei pochi Stati isolati che non si sono piegati abbastanza prontamente ai diktat di Washington.
Il confronto impietoso con i titani della storia
Se poniamo questa figura dello spirito a confronto con il passato, il crollo verticale della classe dirigente occidentale si mostra in tutta la sua radicalità. Noi siamo nati e cresciuti nutriti dall’immaginario di personalità storiche monumentali, figure di cui riconoscevamo la fermezza d’acciaio dei principi. Potevano essere idee discutibili, talvolta feroci, tragiche o intrinsecamente distruttive, ma restavano posizioni ideali sorrette da una indiscutibile dignità esistenziale.
Che si guardi a Fidel Castro o a Mao Tse Tung, a Winston Churchill o persino alla statura demonizzata di Adolf Hitler, o scendendo nelle patrie memorie a uomini come Palmiro Togliatti, Alcide De Gasperi, Giorgio Almirante o Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini, nessuno poteva dubitare che dietro quelle azioni vi fosse una spina dorsale, una volontà di potenza intellettuale, una coerenza pagata spesso a caro prezzo. Ci si poteva azzannare sul sangue e sulla storia, ma il confronto avveniva tra titani dotati di una propria radice profonda.
L’apoteosi dell’invertebrato sociale
Oggi quel paesaggio di vette ideologiche è stato spianato per far posto a una pianura desolata e fangosa. La mediocrità untuosa che trasuda dalle attuali élite fa sembrare persino le vecchie maschere della commedia all’italiana, come il mitico geometra Calboni di fantozziana memoria, dei monumenti di amor proprio. Il potente contemporaneo non ha idee da difendere né visioni del mondo da imporre; ha solo direttive da eseguire. È l’apoteosi dell’invertebrato sociale, del quaquaraquà che si accuccia preventivamente per anticipare i desideri del padrone, trovando in questa ginnastica di sottomissione l’unica ragione del proprio successo politico ed economico. Ed è proprio qui, a metà della nostra disanima, che si innesta la verità centrale denunciata da Zhok: questo assetto ha incoronato e immortalato una nuova, deflagrante forma di servilismo, dove di idee, personalità, coerenza e rigore non interessa più niente a nessuno, liquidati come atavismi o inutili residui di epoche passate.
La dittatura del palato e la satira del vuoto
Questa totale evaporazione di senso e di coraggio non si limita ai palazzi del potere atlantico, ma si riflette specularmente nei costumi e nelle manie della società di massa. Non è un caso che in questo vuoto pneumatico di valori l’occidentale medio abbia sviluppato una vera e propria venerazione per la cucina spettacolarizzata, una fissa ossessiva per chef stellati, impiattamenti geometrici e competizioni gastronomiche televisive.
Questa perversione culturale dello spirito del tempo trova una spietata e geniale chiave di lettura nella satira cinematografica del film Lui è tornato. Nella pellicola, un risvegliato e redivivo Adolf Hitler cammina per le strade della Germania odierna e osserva con sconcerto una civiltà che ha rinunciato alla geopolitica, alla storia, alla lotta per il destino comune, per concentrare tutta la propria attenzione emotiva e intellettuale su programmi in cui si insegna a cucinare.
La satira coglie nel segno in modo brutale: un popolo che passa le sue serate a contemplare la preparazione di un soufflé è un popolo che ha abdicato al proprio ruolo nella storia, che ha preferito la gratificazione sensoriale immediata e innocua alla fatica del pensiero critico. La cucina eretta a culto nazionale è l’anestetico perfetto per una società di eunuchi, il diversivo ideale mentre i fili del nostro destino vengono manovrati altrove. Tra un rutto televisivo e un Rutte alla guida della difesa occidentale, il cerchio del declino si chiude perfettamente.
L’illusione liberale e le sue radici materialiste
Per decenni la narrazione della modernità liberale ci è stata presentata come il trionfo dell’individuo, lo spazio democratico in cui la dignità personale, il merito e la capacità di innovazione potevano finalmente affrancarsi dall’adulazione tipica delle vecchie corti monarchiche, imperiali o dittatoriali. In realtà, noi non ci aspettavamo nulla da questo Liberalismo, che riteniamo strettamente speculare al Marxismo: due facce della stessa medaglia materialista, entrambe orientate alla scientifica distruzione dell’Uomo profondo per edificare utopici Paradisi terreni che si sono puntualmente rivelati veri inferni di decadenza morale e spirituale. La struttura del potere odierno, rigidamente plutocratica, ha modellato la società sull’idea che servire ciecamente il pilota automatico del mercato sia il bene supremo. Di conseguenza, il merito è stato sostituito da una spietata e scientifica selezione al contrario.
Il pollaio globale
La qualità che oggi viene più ampiamente riconosciuta e premiata, tanto nelle multinazionali quanto nelle istituzioni accademiche, nei partiti politici come negli uffici pubblici, è proprio il servilismo. Nelle prime fasi della carriera viene coltivata la virtù passiva di essere un ingranaggio silenzioso, un servosterzo umano che si adegua alle dinamiche aziendali o di partito senza mai sollevare la testa.
Per i profili ritenuti più brillanti e proattivi, invece, si esige un vero e proprio talento prostitutivo: la capacità cinica e flessibile di anticipare e soddisfare i desideri di chiunque detenga una frazione di potere o di capitale. Un simile ecosistema è biologicamente incapace di generare qualcosa di originale, autentico o significativo; ogni spinta ideale o eccezione meritoria viene trattata come un’anomalia pericolosa e prontamente nascosta sotto il tempo. Viviamo nella colossale e paradossale illusione di essere la civiltà del talento, mentre abbiamo ridotto la nostra storia a un immenso pollaio popolato da venditori di fuffa, escort intellettuali e leccaculo assortiti.
Il risveglio dei valori
Di fronte a questa palude antropologica, giunti ormai alla fine di questo percorso critico, risuona potente il quesito: quando avverrà la reazione da parte di chi, nonostante il bombardamento culturale quotidiano, si sente ancora custode di ben altri principi? Parliamo di quei valori individuali di rigore e rettitudine che il sistema tenta di derubricare a scorie del passato, ma anche e soprattutto di quei fondamentali Valori sociali e comunitari che rispondono al nome di Onore, Fedeltà alla Patria e agire disinteressato per il bene della Comunità.
La storia insegna che nessuna oligarchia basata sulla pura menzogna e sulla totale inconsistenza dei propri leader può durare in eterno. La civiltà dei venditori di fuffa e dei burocrati flessibili porta in sé il germe della propria autodistruzione, poiché quando le crisi sistemiche si faranno dure e i nodi geopolitici ed economici arriveranno al pettine, gli invertebrati non avranno la forza di reggere l’urto. È proprio in quel momento di inevitabile rottura che chi ha conservato una spina dorsale, chi ha rifiutato il culto del palato e del servilismo preventivo, sarà chiamato a ricostruire sulle macerie di questo pollaio globale. La vera Civiltà non può e non deve lasciare l’ultima parola ai quaquaraquà della storia.
Alfredo Durantini
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