Cinquantuno anni. Mezzo secolo abbondante durante il quale una comunità umana, prima ancora che politica, si ritrova per un appuntamento con la memoria che non è mai stato un semplice esercizio nostalgico, ma un passaggio di testimone spirituale. Chi pensa di spegnere il ricordo di Sergio Ramelli e dei caduti che hanno meritato il rito del Presente evidentemente non ha ancora capito con chi ha a che fare.
La conferma, l’ennesima, arriva dalle aule del Tribunale di Milano, dove la Corte d’Appello ha appena ratificato il fallimento definitivo della “via giudiziaria” al conformismo: 23 assoluzioni confermate con la formula più netta, perché il fatto non sussiste. Una notizia che per i professionisti dell’antifascismo da tastiera suona come un cortocircuito logico, ma che per chiunque mastichi un minimo di diritto rappresenta semplicemente il trionfo della realtà sulle fissazioni ideologiche.
L’eterna transizione della barzelletta burocratica
Da almeno due lustri assistiamo a un copione tragicomico scritto e diretto dalle sinistre nostrane. Ogni fine aprile scatta la mobilitazione generale: contromanifestazioni regolarmente deserte o ridotte a stanchi raduni di nostalgici della violenza comunista, mozioni d’urgenza presentate in Parlamento, nei consigli comunali, giù giù fino alle assemblee dei condomini di periferia. Il grande spauracchio evocato è sempre lo stesso: la presunta violazione della “Costituzione antifascista”.
Peccato che questo aggettivo, nel testo sacro della Repubblica, non compaia nemmeno per errore. C’è invece la XII Disposizione, quella norma definita transitoria che dopo ottant’anni non è ancora riuscita a transitare da nessuna parte, concepita per impedire la ricostruzione del disciolto Partito Nazionale Fascista. Un divieto che – con buona pace dei censori in servizio permanente – non ha mai vietato, né potrebbe vietare in uno Stato di diritto, l’orgoglio di un’appartenenza politica o il sacro dovere di ricordare chi ha donato la vita per la Patria. Nessun piano di restaurazione, nessun golpe in camicia nera tra le vie di Milano. Solo l’essenza di un rito spirituale, incomprensibile per chi ha fatto del materialismo liberal-comunista l’unica lente attraverso cui guardare il mondo.
La ruota della fortuna delle procure e lo spreco pubblico
Se la vicenda non fosse drammaticamente seria per l’uso distorto della giustizia, ci sarebbe da ridere. L’ultimo processo ne è la prova plastica: 23 indagati estratti a sorte – per simpatia o per dinamiche imperscrutabili – su oltre tremila partecipanti presenti al rito del 2019. Un tentativo di colpirne pochi per intimidire tutti che, tuttavia, si scontra contro una certezza granitica: la militanza non lascia mai soli i suoi figli, e la solidarietà di comunità scherma chi viene scelto dal destino giudiziario per far valere la verità di tutti.
Dietro l’intrinseca vigliaccheria degli antagonisti che delegano alla magistratura inquirente quello che non riescono a ottenere nelle piazze, resta però un macroscopico abuso politico ed economico ai danni dei contribuenti. Mettere in piedi teoremi accusatori fondati sul nulla costa caro alla collettività. Per imbastire un iter penale su tre gradi di giudizio, la macchina dello Stato arriva a bruciare tra i €5.000 e i €15.000 a indagato per sole spese di struttura e logistica. Centinaia di migliaia di euro di denaro pubblico sottratti a indagini su reati veri per inseguire fantasmi ideologici, in procedimenti che regolarmente si sciolgono come neve al sole: o per assoluzione piena in scia alla storica pronuncia delle Sezioni Unite della Cassazione del 2024, oppure per la provvidenziale decorrenza dei termini, con quei 6 o 7 anni di prescrizione ordinaria che scattano prima che l’ostinazione delle procure riesca a produrre una condanna impossibile.
Un passaggio di bandiera che non si ferma
Il dato che fa più imbufalire il circo mediatico allineato è però un altro, ed è puramente anagrafico. I megafoni del sistema continuano a grufolare nella melma del politicamente corretto, descrivendo il rito del Presente come il raduno di pochi reduci confinati nel passato. La realtà della piazza dice l’esatto contrario. Il numero dei partecipanti non accenna a diminuire, ma soprattutto l’età media continua ad abbassarsi: le prime file sono piene di giovani e giovanissimi che quella bandiera consegnata dai caduti la raccolgono con fierezza.
Mentre i media si affannano a mostrificare un gesto di cui non capiscono il senso profondo, troppo impegnati a soddisfare i desiderata di un Potere che vuole cancellare ogni forma di memoria non omologata, quella fiamma continua a passare di mano in mano. Potranno continuare con i ricorsi, con le denunce fotocopia e con i teoremi da talk-show.
La risposta rimarrà sempre la stessa, ferma e ribadita dal tempo:
Sergio Ramelli? Presente!
Nota di redazione: Un regalo per i settant’anni
Il 6 luglio scorso Sergio Ramelli avrebbe compiuto settant’anni. C’è chi misura l’esistenza solo con il freddo calcolo dei giorni e delle scadenze terrene, ma noi – che materialisti non siamo mai stati e mai saremo – sappiamo che la vita dello spirito segue altre geometrie. E allora, davanti a questa ennesima firma della magistratura sul fallimento dei teoremi antifascisti, ci piace pensare che non sia solo farina del sacco delle Sezioni Unite. Da lassù, per il suo compleanno, una mano a spazzare via la melma giudiziaria e a proteggere i suoi camerati estratti a sorte, Sergio deve avercela messa per davvero.
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