Della vicenda della famiglia anglo-australiana, né economicamente misera, né priva di istruzione, che si è vista sottrarre (portar via? sequestrare? rapire?) i propri figli da parte della magistratura in complicità con gli assistenti sociali con una serie di motivazioni quanto meno approssimative e imprecise (per non dir di peggio), se ne continua a parlare: nei giornali, nei talk show, tra conoscenti.
Amici che vivono in case di campagna, riscaldate con la legna, sono offesi e intimoriti da quell’evanescente concetto di “disagio abitativo” che potrebbe mettere a rischio le loro famiglie. Vivi in una casa nel bosco, peraltro non distante da altre case rurali? Ti rifiuti di riscaldarti con quel gas che, grazie alle inique e sciagurate sanzioni alla Russia costa oggi almeno cinque volte del prezzo di qualche anno fa? Preferisci l’acqua di un pozzo a quella clorizzata e carissima dell’acquedotto? Ti piacciono gli animali che tieni nel cortile di casa? Allora sottoponi i tuoi figli a un “disagio abitativo” che merita di essere sanzionato.
Mentre scriviamo, veniamo informati che, sul caso, la magistratura minorile ha deciso di rimandare ogni deliberazione sulla liberazione dei bimbi dalla cosiddetta “casa famiglia” e la loro restituzione ai genitori. E ciò nonostante una nuova abitazione, sia pure provvisoria, dotata di ogni confort, nonostante l’assicurazione, dal ministero dell’Istruzione, dell’assolvimento dell’obbligo scolastico e nonostante che persino gli educatori della “casa famiglia” abbiano attestato, nei bimbi, l’assenza di un qualsiasi degrado educativo e affettivo e dell’esistenza invece di un rapporto sereno e gioioso con i genitori. In attesa degli sviluppi del caso, possiamo, sulla vicenda, trarre alcune riflessioni che, se non conclusive, siano almeno istruttive.
Innanzi tutto la reazione della pubblica opinione è stata quasi corale e unanime nel condannare l’operato di magistrati e assistenti sociali. Si sarà trattato di “familismo amorale”, come qualche commento malevolo, se non semplicemente imbecille, ha insinuato? No, solo la dimostrazione che c’è ancora un fondo di salute mentale negli italiani che sentono la famiglia (quella unica, quella vera, quella naturale, fatta da un padre, una madre e dei figli) come un valore irrinunciabile e da difendere. Nonostante le tv di regime ci abbiano abituati a montaggi falsificanti, si sono sentiti solo commenti indignati e severissimi su questa sottrazione di minori da parte di intervistati nelle strade e dei compaesani della famiglia Trevallion. Solo la petizione di Pro Vita e Famiglia a sostegno di questa famiglia ha superato le 50.000 firme.
Mai come stavolta si è avuta una spaccatura incolmabile tra il mitico “paese reale” e quello “legale”. Anche le obbligate difese del provvedimento della magistratura da parte di esponenti di sinistra, da sempre ostili alla famiglia e sostenitori della sottomissione di questa al moloch statale, sono state più prudenti del solito, così come i commenti di alcuni (certo non tutti) giornalisti appartenenti al conformistico mainstream dell’imperante informazione unica.
Spiace, ma non sorprende, che invece alcune testate presunte cattoliche, come Avvenire e Famiglia Cristiana, si siano accodate al crucifige della “famiglia nel bosco”. Probabilmente questa prudenza di alcuni commentatori è dovuta al fatto che questi hanno fiutato l’aria che tirava tra la “ggente”. Da rilevare, invece, che altri commentatori progressisti si sono lasciati sfuggire un’affermazione assai discutibile, se non temeraria: “i figli non sono dei genitori”. Se ne può discutere, non certo sul principio della potestà che è di diritto naturale e di origine divina (“Onora il padre e la madre”), ma su un’eventuale attenuazione di questo principio in caso di violenze, abbandoni e mala educazione. Ciò che è da negare con la massima forza è che i figli siano dello Stato. Questo è un principio totalitario, degno di un Pol Pot.
La famiglia viene ben prima dello Stato. Poi, l’ostilità delle persone non si è manifestata solo contro il provvedimento dei giudici minorili, ma anche nei confronti del ruolo delle assistenti sociali. Il terribile caso di Bibbiano con il complice ruolo di queste assistenti nelle sottrazioni dei minori, al di là delle assoluzioni (parziali) della solita magistratura, non è stato dimenticato dalle persone. Sarebbe assai opportuno che la politica, rectius una presunta destra al governo, iniziasse a ripensare, e con decisione, al ruolo dell’assistenza sociale in ogni decisione che riguardi una famiglia e la potestà genitoriale, che, come già accennato, è di diritto naturale, quindi ben superiore a qualsiasi legge positiva. Non dovrebbero essere più ammesse facilonerie nelle richieste ai magistrati di sospensione della potestà genitoriale, che dovrebbero essere casi estremi. Ed è conseguente la domanda: perché, ad esempio, viene ignorato ciò che accade nei campi zingari?
Le vignette sui giornali e nei siti sono un buon termometro di questi orientamenti della pubblica opinione su questo caso. Ha iniziato Osho che fa dire a Cappuccetto Rosso di fronte a un lupo digrignante: “Oddio m’hai fatto prende n’corpo…Pensavo fossero l’assistenti sociali”. Il tema del bosco e dei suoi pericoli non poteva non essere giocato sulla fiaba di Cappuccetto Rosso: anche Beppe Fantin sul sito di Nicola Porro disegna un Cappuccetto Rosso che racconta a dei bambini: “Le storie nel bosco finiscono sempre male! Una volta c’era il lupo…Oggi ci sono gli assistenti sociali”.
Rincara la dose Renato Santin su Torino Cronaca che fa dire alla mamma mentre consegna il cestino a Cappuccetto Rosso: “Mi raccomando, porta questo cesto alla nonna…e se nel bosco incontri qualche magistrato o assistente sociale, non esitare a chiamare il lupo!”. Tema un po’ abusato, se si vuole, ma l’unanimità con cui viene veicolato il messaggio è assai significativa.
Una delle motivazioni dello sciagurato sequestro operato da magistratura e servizi sociali è che i bimbi non frequentassero la scuola (ovviamente quella pubblica). Qui siamo alla falsificazione: i figli dei Trevallion ricevevano una legittima educazione parentale, assolutamente ammessa dalle nostre leggi. Erano seguiti da un insegnante. Un certificato di idoneità è stato rilasciato dalla scuola. Il Ministero dell’Istruzione ha ufficialmente certificato che l’obbligo scolastico è stato assolto.
Sono decine di migliaia i bambini che in Italia frequentano vari tipi di scuole parentali: ci sono reti – spesso cattoliche – che forniscono consigli, materiali e assistenza. E, come ben intuibile, i risultati d’apprendimento sono quasi sempre superiori rispetto a quelli ottenuti nella scuola pubblica, che molto spesso è ostile a questo esercizio della libertà educativa dei genitori e cerca di boicottarla frapponendo ostacoli di vario tipo. Secondo assistenti sociali, magistrati minorili, commentatori di sinistra afflitti dal più becero iper-statalismo, i bambini, che sono di proprietà dello Stato, “devono” frequentare la scuola pubblica. Ovvio: questa istituzione è stata occupata da anni dalla sinistra, dai sindacati, dalle lobby wokiste di ogni genere che hanno imposto ideologie e programmi “inclusivisti”, filo-immigrazionisti, anticristiani. Un esempio dei più classici della feroce egemonia culturale.
Cosa importa se ormai in molte classi l’apprendimento è rallentato da soggetti stranieri che non parlano una parola d’italiano; cosa importa se il ruolo della scuola è ormai quello di “includere” e non di insegnare ed educare; cosa importa se la celebrazione del Santo Natale viene impedita, le canzoncine natalizie vietate, i presepi proibiti; cosa importa se invece viene imposto di festeggiare la fine del Ramadan e i poveri bambini vengono portati in moschea per mostrare “come pregano i musulmani” imponendo a queste innocenti vittime della multiculturalità a “pregare come loro”; cosa importa se ormai una oscurantista pedagogia progressista vieta la bocciatura, non solo alle elementari, ma persino alle medie inferiori; cosa importa se i docenti delle scuole superiori si mettono le mani nei capelli nel ricevere adolescenti semi-analfabeti, incapaci di ogni disciplina e che, in molti casi, sanno scrivere solo in stampatello, ed è già tanto; cosa importa se, spesso senza informare i genitori, i bambini vengono esposti a una cosiddetta educazione “sessuo-affettiva”, in realtà pervertenti programmi volti a negare e capovolgere la morale naturale e tradizionale, costituendo quel “cavallo di Troia dell’educazione sessuale (nella cui pancia c’è la teoria transgender e la decostruzione della famiglia)” ci dice Marcello Veneziani. Non solo: una scuola dominata da teorie pedagogiche ostile alla formazione (“il dare forma”) e all’educazione elevatrice ma, scrive la giurista ed esperta della scuola Elisabetta Frezza, solo orientata alla “inclusione”, al “benessere dello studente”, alla “personalizzazione didattica”, per cui “questo modello pedagogico puerocentrico ha programmaticamente smantellato la didattica trasmissiva classica fondata – come dice il nome – sulla trasmissione delle conoscenze nelle diverse discipline di studio”.
Fortunati quindi quei bimbi che vengono sottratti a questo lager educativo della scuola pubblica volta a sfornare bravi, ubbidienti, perfettamente integrati “cittadini democratici”, adoratori acritici della Resistenza e della Costituzione. Fortunati quei bimbi che possono studiare in serenità a casa o in piccoli gruppi in famiglie che condividono un idem sentire, assistiti dai genitori o da educatori e con l’ausilio di testi o di dispense che non sono puri strumenti di indottrinamento, di propaganda di regime e di falsificazione storica e culturale, come purtroppo capita con i testi scolastici imposti nelle scuole.
Ma la motivazione più scandalosa e immorale del sequestro dei bimbi è quella della mancanza di “socializzazione” o nel linguaggio psico-burocratese dei giudici di una presunta: “deprivazione del diritto alla vita di relazione”. Tra l’altro un falso, perché tutte le testimonianze dicono che i figli dei Trevallion giocavano con altri bambini e il giorno della spesa nella vicina Palmoli frequentavano il parco giochi. Ma nelle dominanti ideologie psicologiche (ci rifiutiamo di chiamarle discipline), nella scuola del sistema e tra molti semi-colti progressisti, vige il mito della “socializzazione”. Tutti dobbiamo socializzare, soprattutto lo devono fare i bambini: è una sorta di dovere civile, un dogma nella pedagogia contemporanea, imposto nelle facoltà di psicologia ormai impestate dalle ideologie decostruzioniste e antiautoritarie. In mancanza di meglio, tirano in ballo il solito don Milani e il suo “amore” per i suoi scolari, su cui ci sarebbe molto da discutere.
Dobbiamo socializzare perché “dobbiamo accettare le differenze”, anche quando non ci piacciono. In realtà ci vogliono “socializzati” perché il gruppo e la conseguente pressione dei pari sono il più potente fattore di omologazione e di conformismo. Ci riferiscono di educatrici (la scuola è stata ormai completamente femminilizzata e non è certo un bene) che dicono di qualche scolaro, scuotendo la testa: “è bravo, studia ma non socializza”. Oh bella, e allora? Magari non ama più di tanto la compagnia di coetanei che parlano solo di videogiochi, ama leggere e sognare. Sì, ci sono ancora bambini così, e sono quelli che, forse, salveranno la nostra civiltà. Ha ben sintetizzato Paolo Gulisano: “Alla famiglia Trevallion si vuole imporre la “socializzazione” che non è un bene in sé, ma fa parte di un’ideologia massificante e deleteria”.
Sentite allora cosa ha dichiarato il sindaco di Premoli, tale Giuseppe Masciulli, in un’intervista alla Rai, riguardo alla possibilità di una “restituzione” dei bimbi alla famiglia, anche grazie al trasloco in una nuova casa: “Se i bambini torneranno a casa in tempi brevissimi, presumo che non sarà solo per la questione dell’abitazione ad essere stata esaminata dal magistrato, ma anche in base ad altri aspetti, per cui servirà la disponibilità della famiglia a collaborare con i servizi sociali per dare attuazione a quella attività psico-socio-attitudinale dei bambini, con delle equipe presso strutture del comune e continuare con gli esami sanitari e psico-attitudinali dei bambini per verificare il loro grado di socialità”.
Rileggete lentamente questa dichiarazione: non vi vengono i brividi? Siamo ben oltre il Grande Fratello orwelliano, siamo ben oltre a una dittatura soft di regime, siamo a un sistema feroce che esige, di fronte a una violenza di Stato, “disponibilità e collaborazione della famiglia” per imporre ai poveri bimbi “esami sanitari e attività psico-socio-attitudinali” per “verificare il loro grado di socialità”. Posso dire che intravvedo un che di eticamente inquietante, di più, di malvagio in questo accanimento, in questa persecuzione, in questa bieca imposizione di un becero disvalore da Cina maoista quale quello della “socialità obbligatoria”? Quanto viene inflitto in queste settimane a questa famiglia, genitori e figli, comporterà un trauma che si porteranno dietro tutta la vita. Ricordarsi del Vangelo è un obbligo: “chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli…”.
Ma il caso di Premoli non è isolato: denuncia Mario Giordano a Fuori dal coro, ripreso da LaVerità, di un altro caso vicino ad Arezzo: le “urla strazianti di due bambini, di 4 e 8 anni, mentre vengono strappati via con la forza da mamma e papà […] Decine di agenti in tenuta antisommossa, armati, con giubbotto antiproiettile che spuntano all’improvviso dal bosco. E con gli assistenti sociali portano via i due bambini”. La colpa della famiglia, ex albergatori della Val Badia? Ancora, vivere in una bella casa in un bosco, aver scelto la scuola parentale (allora il sodalizio giudici-assistenti sociali ha deciso di colpire la pur legittima scuola parentale?) e non aver eseguito tutti i diktat della sciagurata dittatura vaccinara. Sono passate settimane, ma i genitori non sanno ancora nulla dei bimbi rapiti. Conclude amaramente la giornalista Raffaella Regoli su LaVerità: “Il sistema Bibbiano esiste ancora in tutt’Italia”.
Non sappiamo come andranno a finire queste storie. Il ministro Nordio ha ammesso che non esistono statistiche sui sequestri di bambini da parte degli assistenti sociali e dei giudici. Potrebbero essere decine di migliaia ogni anno. Decine di migliaia di genitori e bambini sottoposti a un trauma terribile in nome di un disprezzo ideologico per la famiglia e la potestà genitoriale, a vantaggio del lucroso business delle “case famiglie” spesso intrallazzate con i giudici minorili come nel caso, orribile, del Forteto di Bibbiano. Ciò che vi avveniva non è servito da lezione. A proposito del caso Bibbiano e delle sue origini è assai consigliabile il testo Da Barbiana al Forteto, a cura di Pucci Cipriani e Ascanio Ruschi, edito da Solfanelli.
Ci è difficile concludere con qualche nota ottimistica per il futuro: casi come quello di Bibbiano, di Premoli, di Arezzo e altri che ci sono stati nascosti si ripeteranno ancora, e non basta il coraggio di qualche testata a sventare altri futuri sequestri. Occorrerebbe cambiare la normativa, “riorientare” giudici e assistenti sociali, limitare severamente i casi di sottrazione dei minori a pochi, verificati e provati casi di violenza e abbandono. Meglio una famiglia imperfetta che uno Stato-orco che rapisce i bambini con Carabinieri in tenuta antiterrorismo. Ma soprattutto occorre rilegittimare la famiglia (quella vera) come originale e prima comunità di diritto naturale, anteriore alla società e allo Stato, che l’autorità deve proteggere e difendere.
Antonio de Felip
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